Lettera di Donatella Aloisi alla Commissine Antimafia
Pubblichiamo - ad oggi senza risposte - la lettera che Donatella Aloisi, figlia di Ignazio, ucciso il 27 gennaio 2001. "Oggi sono trascorsi 35 anni. Io avevo appena compiuto 14 anni. Mio padre mi aveva trasmesso la passione per il calcio e per il Messina. Quel giorno era domenica e, come tutte le domeniche in cui il Messina giocava in casa, andammo insieme allo stadio"
IGNAZIO ALOISI: 35 ANNI IN ATTESA DI GIUSTIZIA
Gentile Presidente,
mi chiamo Donatella Aloisi e Le scrivo per sottoporre alla Sua attenzione il caso di mio padre, Ignazio Aloisi, testimone di giustizia.
Non so se avrà mai tempo e voglia di leggere questa mia mail. Tentar non nuoce. Ho ascoltato la Sua intervista nel programma Storie al bivio e da quel momento ho pensato che forse Lei potrebbe ascoltarmi.
Non so se abbia mai avuto modo di conoscere la storia di mio padre.
Era una guardia giurata dell’Istituto di Vigilanza “Città di Messina” e prestava servizio sui furgoni portavalori.
Nel 1979 subì una rapina. Grazie alla sua testimonianza, uno dei rapinatori, Pasquale Castorina, fu arrestato e condannato a otto anni di reclusione.
Durante il riconoscimento in carcere mio padre era già stato minacciato: gli era stato detto che ci sarebbe stata una vendetta.
Dopo aver scontato la pena, passarono circa tre anni.
Era il 27 gennaio 1991.
Oggi sono trascorsi 35 anni.
Io avevo appena compiuto 14 anni. Mio padre mi aveva trasmesso la passione per il calcio e per il Messina.
Quel giorno era domenica e, come tutte le domeniche in cui il Messina giocava in casa, andammo insieme allo stadio.
Fu una domenica di gioia: il Messina vinse 3 a 1.
Tornando a piedi verso casa, tenendolo per mano, rimproverai bonariamente mio padre perché aveva dimenticato di comprarmi la bandiera del Messina.
Lui mi rassicurò dicendomi che lo avrebbe fatto la volta successiva.
Quelle furono le nostre ultime parole.
Una persona con il volto coperto ci venne incontro e sparò tre colpi di pistola, uccidendolo sul colpo.
Mia madre, mia sorella ed io non avevamo dubbi sul movente e sui responsabili.
Solo dopo le dichiarazioni di tre collaboratori di giustizia si arrivò alla condanna dei responsabili a 26 anni di reclusione.
Durante il processo d’appello, nel tentativo di ottenere uno sconto di pena, il mandante dell’omicidio di mio padre sostenne che mio padre fosse complice della rapina del 1979.
Un’accusa che è stata successivamente smentita.
Dopo la mia partecipazione a diversi programmi televisivi, la Procura di Messina riaprì le indagini, arrivando alla conclusione che mio padre era estraneo a qualsiasi ambiente criminale.
Il mandante fu quindi rinviato a giudizio per calunnia, procedimento poi estinto per prescrizione.
Da allora aspettiamo che venga fatta giustizia.
Aspettiamo che mio padre riceva il riconoscimento che merita.
Il Ministero dell’Interno, che durante la trasmissione Mi Manda RaiTre aveva manifestato disponibilità ad affrontare il caso, rigettò nuovamente la richiesta sostenendo che la competenza fosse del TAR del Lazio.
Il TAR del Lazio impiegò cinque anni per comunicarci che la competenza spettava invece al Tribunale civile di Messina.
Da tre anni siamo in un limbo.
Siamo ostaggi di un sistema giudiziario che, troppo spesso, sembra dimenticare le vittime e i loro familiari.
Il giudice è “in riserva”.
Nel frattempo, recentemente, è stato intitolato a mio padre un presidio dell’associazione Libera.
Io continuo, nel mio piccolo, a fare memoria.
Perché la memoria non può essere messa in riserva.
Ma è passato troppo tempo.
Mia madre aveva appena compiuto 42 anni quando mio padre fu assassinato.
Oggi ne ha 78.
E ogni giorno, insieme a me e a mia sorella, si chiede se riuscirà mai ad assistere al momento in cui a suo marito verrà finalmente riconosciuta la giustizia che merita.
Confido nella sensibilità della Commissione verso situazioni che meritano attenzione e approfondimento.
Resto a disposizione per fornire tutta la documentazione utile e ogni ulteriore chiarimento.
Mi scuso per la lunghezza di questa lettera.
Spero che Lei possa leggerla.
Spero che possa in qualche modo sostenermi e aiutarmi in questo percorso così lungo e tortuoso.
Spero, soprattutto, di poterLa incontrare e raccontarLe di persona la storia di mio padre.
Con profonda stima,
Donatella Aloisi