Rita Atria

BANCA NUOVA FILIALE DI VALDERICE
IBAN: IT53D0513281970760570232673
Dal 1994 l'Associazione Antimafie "Rita Atria" si occupa di legalità. Lo fa pensando che la giustizia debba essere cosa di questo mondo, e cercando ogni giorno di dare il proprio contributo perché questo accada. Per noi giustizia è occuparsi della storia di Graziella Campagna, Ignazio Aloisi, Sandro Marcucci e di tutti coloro che sono vittime dimenticate o non riconosciute ; significa occuparsi di legalità con i ragazzi delle scuole; battersi per le Vittime della strage di Ustica, quelle che si trovavano sull'aereo e quegli "ipotetici Testimoni" che inspiegabilmente sono morti in seguito; combattere insieme ai Testimoni di Giustizia perché non siano persone-ombra, ma cittadini che godono d'ogni diritto; sostenere l'acqua pubblica; promuovere e fare un'informazione indipendente... e tanto, tanto altro.... per portare avanti tutto ciò vi chiediamo un piccolo contributo perché la nostra libertà è dovuta al  fatto che le nostre uniche fonti di finanziamento sono i nostri stipendi e le donazioni...
  • a Mauro Rostagno
    di: "autori riuniti"
    Quattro giornate dedicate a Mauro Rostagno memoria e diritto alla Verità e alla Giustizia.


  • Da Stonewall al Catania Pride 2009
    di: Sara Crescimone
    Cuciremo stendardi bianchi e gigli dorati. E andremo. Perchè siamo amazzoni e guerrieri e questo è un Pride visionario. Quest'anno è il 40° anniversario della rivolta di Stonewall...

  • Diritti: Lgt
    di: Paola Guazzo
    Lgt – Note sulla politica cosiddetta “mainstream”.
    Per capire il rapido e inaspettato mutamento, meglio sarebbe dire l’esaurimento, della rappresentanza politica lgt nel parlamento italiano, dopo la disastrosa legislatura prodiana


  • La libertà che resiste
    di: U Cuntu
    C'e' una realtà a Catania che proprio non vuole mollare ed è quella di Casablanca e di U Cuntu. U Cuntu si può dire figlio di Casablanca che a sua volta si può dire figlio de "I Siciliani"

  • Le Padrine di Gela
    di: Graziella Proto
    Diamo inizio ad una serie di articoli scritti dalla redazione di Casablanca. "Tutte casa e cosca" è uno splendido reportage sulle donne padrino di Gela. Da non perdere!

  • Mafia e P2
    di: Riccardo Orioles
    I Siciliani, novembre 1984 Allora: il “terzo livello” non è certamente il Padrino coi baffi e con gli occhiali neri. Non è nemmeno don Vito Ciancimino, che è importante sì, ma meno di tanti altri

  • Matilde Politi: il nuovo album
    di: Elsa Arcidiacono
    “Sciala curuzzu, arricria cori ..."

    Per noi la lotta alle mafie significa coltivare il senso del bello.
    La voce di Matilde Politi, il suo impegno sociale, ci hanno trasmesso la voglia di riscatto e il senso dell'appartenenza.


  • Morti sul lavoro...omicidi "derubricati"
    di: Nadia Furnari
    A breve dare il via ad una rubrica sulle morti sul lavoro perché riteniamo che l'antimafia/e debba partire dal diritto alla vita...

  • Musica: Etta Scollo
    di: Vincenza Scuderi
    È uscito Il fiore splendente, il nuovo album di Etta Scollo costruito sui versi di poeti “arabo-siciliani”


  • Nuovo Sito
    di: Associazione
    "Rita Atria" si avvale di nuove collaborazioni che sottolineano ancor di più il desiderio di allargare il dibattito non solo alla lotta contro le mafie ma ad una lotta per tutti i diritti... il tutto all'insegna dell'antifascismo

  • R/esistenze lesbiche nell'Europa nazifascista
    di: Paola Guazzo, Ines Rieder e Vincenza Scuderi
    "R/esistenze lesbiche nell'Europa nazifascista", a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder, Vincenza Scuderi, pubblicato dalle edizioni Ombre Corte di Verona.


  • Teatro civile: Scalpiccii sotto i platani...
    di: Vincenza Scuderi
    “Scalpiccii sotto i platani”, di e con Elisabetta Salvatori, e con il violino di Matteo Ceramelli, è teatro di narrazione civile che nasce dalle testimonianze vive di quanto accadde a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944.

  • Un altro mondo è possibile
    di: Claudio Coco
    In tutti i tempi e luoghi, quando sopraggiungono periodi difficili, la musica rappresenta, tra le espressioni artistiche, quella che maggiormente aiuta a fare ordine, nei pensieri e nel cuore, attraverso una sintesi compiuta di libertà, bisogni collettivi e memoria.

  • Una scelta di libertà che interroga tutti
    di: Giovanni Abbagnato
    La lotta alla mafia non è solo la storia di valorosi rappresentanti delle Istituzioni che, talvolta in solitudine, hanno trasfuso nella loro azione indomita il loro senso del dovere e la loro determinazione nel volere affermare con il loro impegno lo Stato di diritto...

Rubriche


Una scelta di libertà che interroga tutti

Una scelta di libertà che interroga tutti
La solitudine di Rita Atria e i limiti dell’antimafia

di Giovanni Abbagnato

La lotta alla mafia non è solo la storia di valorosi rappresentanti delle Istituzioni che, talvolta in solitudine, hanno trasfuso nella loro azione indomita il loro senso del dovere e la loro determinazione nel volere affermare con il loro impegno lo Stato di diritto. La lotta alla mafia è fatta anche di lacerazioni personali e familiari e di dolorose acquisizioni di chi, con maggior merito, ha saputo liberarsi da sé di una cultura della sopraffazione e dell’omertà che aveva respirato fin dalla nascita dentro la propria famiglia, per affermare una libertà personale che da una condizione difficilissima è diventata impegno per una società più libera e giusta.
 Il cinema in diverse occasioni ha raccontato storie emblematiche come quella di Peppino Impastato - militante politico-sindacale e operatore socio-culturale antimafioso che aveva rinnegato la sua appartenenza ad una nota famiglia mafiosa – ma, al di là dei meriti e dei demeriti di una finzione scenica, forse non è possibile rendere il dramma profondissimo e il coraggio indescrivibile di chi ha deciso di recidere tragicamente i legami con il proprio contesto sociale e familiare e di affrontare la titanica contraddizione di una scelta dalle terribili conseguenze per tutti i protagonisti che ha comportato l’impegno contro la mafia, a partire da se stessi e dai più intimi rapporti interpersonali.
Probabilmente è psicologicamente insondabile, almeno oltre una certa soglia, la scelta di chi ha deciso di perseguire la libertà di dare un concreto contributo per abbattere dal di dentro un mondo crudele e inumano come quello mafioso, oltre che per se stessi, anche per gli altri.
Si, gli altri, anche quelli a loro tanto vicini che come loro “respiravano” quel mondo, ma non avevano, a volte nemmeno la consapevolezza, altre volte solo il coraggio, per ammettere che la mafia non rappresentava solo dolore e sofferenze per tanti, ma anche una sorta di gabbia morale in cui stavano tragicamente rinchiusi anche loro con tutti i familiari, compresi i bambini, innocenti come tutti i bambini, ma già pervasi da un sentire che, per canali invisibili, irradia un senso di morte che sovrasta ogni azione della vita. Tutti questi pensieri probabilmente si affollavano nella mente e nel cuore di una giovane donna che in un terrazzino di un anonimo palazzo della periferia romana cercava inutilmente pace e refrigerio, non solo dall’afa di quell’arroventato fine luglio. In quella torrida atmosfera Rita Atria, probabilmente sperimentò per l’ultima volta e in modo ormai assolutamente insopportabile, l’immane solitudine di chi, per un anelito di libertà si è caricata sulle spalle la responsabilità di abbattere un muro che, forse inevitabilmente, ha travolto i sentimenti più cari, quelli che in qualunque condizione, comunque sono parte indelebile di ogni vita.
Era consapevole di avere fatto una scelta senza possibilità di ritorno quando aveva deciso di buttare la mafia giù da quel “trono” di sacralità ed invincibilità che aveva imparato a considerare normale anche se straordinariamente potente. “Normale” e insieme grandiosa e inarrivabile era la mafia che respirava ogni giorno Rita; normale come il sole che vedeva ogni mattina, anche quello inarrivabile, ma sicuramente e incontrovertibilmente presente ed incombente su di lei e su tutto quello che stava accanto e lontano da lei.
La notizia da Palermo della strage, clamorosa e tracotante, di un magistrato e dei ragazzi della sua scorta, dopo quella di pochi mesi prima a Capaci, era arrivata come una saetta di morte in un pomeriggio abbagliante di quel torrido luglio e, probabilmente, aveva innescato una luce altrettanto abbagliante nella mente e nel cuore di Rita, una luce tanto intensa ed accecante da rendere evanescenti i contorni delle sue convinzioni per concentrarsi nell’ineluttabilità di un destino, personale e collettivo, che non poteva prescindere dall’onnipotenza di quella mafia incombente su tutto e su tutti. Quella stessa mafia che, ad un certo punto della sua giovane esistenza, non si era chiesta se era vincibile o invincibile, perché aveva pensato impossibile non combatterla, anche mettendo in discussione tutta se stessa.
C’era, vicino a lei Piera Aiello - la cognata coraggiosa che con la sua volontà di combattere senza alcuna remora quella mafia che anche lei aveva respirato da vicino - le aveva squarciato una cortina grigia che si stagliava davanti al suo orizzonte. Probabilmente, solo a quel punto Rita cominciò a vedere la meravigliosa profondità di una vita liberata dal giogo di una schiavitù violenta e totalizzante.
Ma Piera c’era ancora, vicino a lei, in quell’esilio struggente, a condividere una sorte sventurata data dalla vita in premio per il loro smisurato coraggio. Un coraggio e una determinazione forse troppo grandi per essere compresi dai più, ma che non era sfuggito ad un giudice dal sorriso, talvolta velato da un filo di tristezza, che aveva mostrato, naturalmente, un volto umano delle Istituzioni ed una volontà di condividere - ben al di là dei pur importanti aspetti giudiziari - un comune progetto di vita che sapesse di libertà e di dignità.
Rita Atria per il giudice Paolo Borsellino, era “a picciridda”, un appellativo, insieme dolce e familiare, che rappresentava per lei la speranza di potere essere una persona amata perché, probabilmente, l’unica cosa veramente importante per lei in quel frangente difficilissimo della sua vita, era proprio sentire il calore di un pò d’amore. Perfino la sua mamma gli aveva negato quel po d’amore che anelava e nessuno, a parte Piera, era disposta a provare a comprendere quanto era nobile e vero motivo di onore tutto quello che aveva deciso di fare per amore di verità e giustizia.
Per questo, l’amore filiale di un giudice, non solo giusto ma anche buono, era diventato per lei una delle poche presenze nella sua vita che la confortava e la confermava nella sua volontà di condurre una durissima battaglia svolta nella solitudine di un condominio di una borgata di una metropoli, completamente diversa dalle strade del suo paesino dove poteva camminare ad occhi chiusi, riconoscendone voci e odori.
Quando arrivò nella sua stanzetta la notizia dell’esplosione che aveva ucciso quel “giudice padre”, probabilmente fu come se quella terribile deflagrazione fosse avvenuta dentro la mente e il cuore di Rita che in un attimo realizzò che dentro la sua vita, e in quella degli “illusi” come lei, non c’era spazio per la speranza. Il giudice Paolo non sarebbe più passato a ricordargli che bisogna avere fiducia nella forza del bene e che, seppure in una difficilissima situazione, non era sola e poteva condividere con qualcuno una speranza.
Anche chi a distanza di tempo prova ad evocare quei momenti di Rita, può avvertire, anche da un punto di vista laico, la religiosità profonda di quelle ultime ore di Rita prima di decidere che anche la sua battaglia doveva fermarsi, com’era stata fermata quella del giudice buono. Troppo drammatiche quelle ore vissute da Rita tra le quattro mura del piccolo appartamento, arroventate dal torrido caldo di quell’estate romana, che furono la squallida cornice di un suo personale Getsemani; il suo personale orto degli ulivi dove perfino Dio fatto uomo conobbe l’angoscia dell’abbandono e l’umiliazione della sconfitta, tranciante ogni speranza.
Un’agonia quella di Rita che ormai nessuno poteva più fermare, nemmeno Piera, la sua vigile compagna di sventura, alla quale probabilmente rivolse l’ultimo pensiero, pietoso e insieme supplice, di perdonare la sua “debolezza”, la sua incapacità a continuare la loro battaglia titanica.
Piera testimonierà più volte la sua convinzione che senza quel sacrificio di Rita nessuno si sarebbe accorto di loro e la loro vita sarebbe stata scandita solo dalle regole, talvolta inumane, imposte da apparati talvolta inadeguati di quello Stato che a volte, non senza un odioso preconcetto, mostrava un volto insensibile, appena mitigato dagli interventi accorati di un giudice che non era solo padre e amico, ma che sapeva che in una guerra terribile e senza frontiere come quella alla mafia, la parte più forte, nel suo più nobile significato, era quella che sapeva riconoscere il valore e la complessità delle relazioni umane anche in un contesto difficilissimo da comprendere e da affrontare. D’altra parte, Paolo Borsellino, come il suo fraterno amico Giovanni Falcone, anche quando si misurava con truci mafiosi non contrappose mai come alternative giustizia ed umanità, rigore e volontà di entrare con rispetto dentro la vita di ciascuno.
Può una giovane donna, che volontariamente sta dando il commiato alla vita, amare la vita stessa sopra ogni cosa? Probabilmente sì, perché proprio quella scelta apparentemente di rinuncia di Rita testimoniava il suo amore per la sua esistenza che era così grande e importante da consentirgli di viverla solo da donna libera e felice. E pazienza, forse pensò Rita, se la sua felice libertà poteva riscattarla solo e semplicemente dando l’addio alla sua giovane vita. Gli altri, quelli che l’amavano, forse anche piegati dal dolore, avrebbero capito l’essenza del suo gesto estremo e, magari sperava, avrebbero compreso anche coloro che le avevano negato perfino il bene della pietà. In fondo il suo era insieme un atto d’amore rivolto a tutti e un’estrema accusa a chi negava, non solo a lei, il bene della libertà e della dignità. Da quella riflessione è probabile che Rita abbia sentito la schiacciante consapevolezza che il suo sacrificio era inevitabile e, quindi, decise di saltare giù da quel terrazzino tragico in cui si consumò non solo il dramma di una giovane donna, ma anche la sconfitta di tanti soggetti, individuali e collettivi che non ebbero abbastanza occhi per vedere, abbastanza orecchie per sentire e abbastanza mente per capire. Senza alcun intento di condanna sale spontanea la domanda formulata per comprendere: <<dove eravamo noi, ognuno di noi, soggetti organizzati e non, quando la speranza di Rita era supportata ed incoraggiata solo da una giovane compagna di sventura e da un giudice-padre? >>. Sicuramente in quell’appartamento anonimo non arrivò mai la solidarietà, visibile e concreta, di chi pensava di stare contrastando la mafia senza preoccuparsi di condividere le esperienze più drammaticamente avanzate di questa terribile lotta.
Fu certamente colpevole tutto il mondo dell’associazionismo e dell’intellettualità a non comprendere che il contrasto alla mafia non era solo un problema di sensibilizzazione e di disvelamento delle ambiguità, delle connivenze e delle contiguità presenti nella società civile e nelle istituzioni. Era di fondamentale importanza comprendere prima e approntare poi strumenti culturali e sociali per affrontare adeguatamente ogni situazione, di per sé “preziosa”, in cui si apriva una “crepa” nel rigidissimo tessuto connettivo della struttura sociale mafiosa. Ogni uomo e donna che, pur se portatori di un’originaria cultura mafiosa, ha deciso di sconfessare il suo sistema sociale e familiare di riferimento, arrivando perfino a collaborare per l’abbattimento dall’interno dell’organizzazione mafiosa, ha sempre portato nella sua scelta un suo sistema di valori, talvolta discutibili o addirittura inaccettabili, ma qualche volta anche portatori di germi di rivolta, più o meno consapevoli, rispetto al sistema criminale di riferimento.
Una possibilità di contrasto veramente efficace alle mafie sta nella capacità di riconoscimento delle motivazioni, quelle più evidenti e quelle più profonde, talvolta perfino celate, che non riguardano solo un interesse giudiziario di un soggetto a collaborare incoraggiato da una specifica legislazione che, di fatto, determina un “contratto di collaborazione” tra lo Stato e il mafioso. Un punto di snodo può stare nella capacità della società, nella parte istituzionale e dell’impegno civile, a comprendere processi sociali e mentali per proporsi come strumento di vigile accompagnamento e concreta solidarietà per chi ha raggiunto, in varie forme, la consapevolezza di essere inserito in un contesto che, di fatto, costringe ad una vita spesso inumana, sul piano personale e familiare, e nega la speranza in una vita migliore e degna di essere vissuta, per sé e per i propri familiari.
La “gestione” di alcune problematicità sociali e psicologiche non può essere considerata solo un problema di ordine pubblico demandato a “professionisti della sicurezza” che pure dovrebbero sviluppare ed affinare alcuni strumenti di comprensione e governo di situazioni che esulano dall’aspetto investigativo e repressivo e attengono a valutazioni sociali e psicologiche delle situazioni. E non è pensabile che solo alcuni operatori delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, magari dotati di particolare sensibilità rispetto al valore sociale del loro lavoro, s’improvvisino psicologi e operatori a supporto di soggetti che hanno manifestato di stare consumando una cesura culturale, o almeno una propensione in tal senso, con l’ambiente criminale di provenienza.
E’ inutile illudersi che un fenomeno criminale come quello mafioso - caratterizzato da non trascurabili elementi d’innovazione organizzativa e di forte tradizione culturale – sia affrontabile in modo determinato per porre seriamente le condizioni per una sconfitta definitiva, almeno nelle situazioni più organizzate e socialmente invasive, con semplificazioni che non considerano la necessità d’incuneare un sistema di valori e una presenza culturale tra le maglie più interne dei sistemi mafiosi, quasi sempre rappresentati da legami familiari e cointeressenze socio-economiche.
Se tutto questo è vero per i mafiosi rei anche di efferati delitti, è molto più vero per i componenti delle famiglie mafiose, come le donne e i figli, non sempre organicamente inseriti nell’organizzazione criminale, ma portatori di culture e atteggiamenti che, pur mostrando caratteri apparentemente “granitici”, possono maturare, per diverse occasioni e motivazioni, elementi di consapevolezza di quello che in fondo è un triste presente e un probabile ancor più triste destino che, per la scelta di qualche altro, è toccato di vivere a loro e ai loro affetti più cari.
In questo senso, forse non valgono solo gli importantissimi studi attivati sullo psichismo mafioso, ma è necessario sviluppare una strategia dell’affiancamento sociale delle persone che maturano una consapevolezza dell’inumanità della loro condizione e cominciano a intravedere, magari in modo non del tutto chiaro, la possibilità di riscattare la loro condizione.
Se tutto questo ragionamento ha un senso generale, dovremmo rilevarne la particolare valenza riguardo alle giovani e giovanissime generazioni. Cosa avrebbe da dire e mettere in campo la cosiddetta società impegnata nell’antimafia socio-culturale di fronte ai tanti drammi di un’infanzia “violentata” psicologicamente dalla mafia e sottoposta dopo a situazioni di stress psicologico straordinariamente gravi? Per esempio, cosa si può dire e quali modelli si possono mostrare ad una bambina che dopo l’arresto del padre mafioso e la sua restrizione carceraria ai sensi dell’articolo sulle detenzione speciali del 41/bis, ha deciso di estraniarsi da un mondo che non può capire ancora ma che gli incute un’indicibile terrore, rinunciando totalmente alla parola e alla relazione con gli altri? Una sorta di autistica terribilmente cosciente che ha scelto l’unico modo per fuggire una realtà che gli si è imposta fin dalla nascita e che non le ha dato alcuna possibilità di scelta, né gliela darà mai se qualcuno con tutta la prudenza e la cautela che questi problemi richiedono non si preoccuperà di aprire a lei e alla sua mamma disperata per la condizione della figlioletta nuovi scenari e altre possibilità di vita, diverse da quelle che la sua famiglia continuerà a darle, se non si favorirà dall’interno una profonda “rottura sociale e culturale”.
Forse, una società civile e impegnata nell’affermazione della libertà nella giustizia sociale dovrebbe tenere presente che “anche i mafiosi la guardano” e, soprattutto, che anche “i figli e i familiari dei mafiosi la guardano”.
Da questa consapevolezza ne deriva la responsabilità di sapere mostrare, insieme alla fermezza e alla necessaria repressione, quelli che sono i veri principi alternativi alla mafia che non possono mai prescindere dal valore delle persone e dalle opportunità sulle quali tutti devono potere contare per riscattare il loro passato o, più semplicemente, per riconquistare una vera libertà negata da un’appartenenza mafiosa imposta dal fatto di essere nati dove la vita viene negata in un delirio di potere criminale.
Onore ai meriti straordinari di Rita, Peppino e altri che subendo una lacerazione immane sono riusciti a liberarsi dal terribile giogo dell’appartenenza mafiosa, ma riflettiamo anche sul fatto che, per esempio, nel caso di Peppino Impastato, la frequentazione della cultura e dell’impegno politico-sindacale ha rappresentato una grande opportunità per esprimere l’umanità e la voglia di riscatto di un giovane “considerato” “rampollo” di famiglia mafiosa che ha condotto il percorso della sua liberazione personale, fino al sacrificio estremo, inserito in un più generale movimento di riscatto di una società. Quanti altri giovani potrebbero essere messi su una strada di una reale promozione umana e sociale se, nonostante nati e vissuti in una situazione familiare come quella di Peppino, sempre con tutte le attenzioni e le cautele del caso che solo una gestione complessa può assicurare, fossero aiutati a vivere e conoscere altri contesti, in grado di esprimere valori diversi e alternativi alla sub-cultura mafiosa?
Certo un cimento molto difficile per una società individuata in tutte le componenti, sociali ed istituzionali, dell’impegno solidale, che, per la verità, non sempre dimostra saldezza e continuità nella sua azione sul territorio. Ma la domanda che s’impone riguarda la consapevolezza che, in una lotta “globale” al fenomeno mafioso, probabilmente, non esiste un’alternativa a questa rivoluzione che, partendo da chi ha maturato certe acquisizioni etiche, viene offerta a chi dimostra, o ha l’opportunità di dimostrare, di voler essere artefice della riconquista della propria umanità nella dignità di uomini e donne autenticamente liberi.
L’interrogativo che deve martellare le tempie e che non deve lasciare “tranquillo” chiunque si ritiene impegnato, a tutti i livelli, contro il sistema politico, affaristico e subculturale imposto dalla mafia in aree geografiche e sociali sempre più ampie, dovrebbe essere tradotto in un semplice impegno a rispondere al tema senza alcun “ragionevole” alibi e “scorciatoia” intellettualistica: << Se ciascuno di noi, cosiddetti impegnati nella società civile, avesse, per la propria parte, stimolato l’antimafia “militante”ad affinare strumenti per comprendere meglio ed operare di più e più efficacemente, in termini di solidarietà concreta, Rita Atria avrebbe deciso di saltare giù da quel terrazzino?                                

                                                                             Giovanni Abbagnato

copyright © Associazione Antimafie "Rita Atria" - c.f. 92020250830; - developed by nadia furnari