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a Mauro Rostagno
di: "autori riuniti"
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Quattro giornate dedicate a Mauro Rostagno memoria e diritto alla Verità e alla Giustizia.
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Da Stonewall al Catania Pride 2009
di: Sara Crescimone
Cuciremo stendardi bianchi e gigli dorati. E andremo. Perchè siamo amazzoni e guerrieri e questo è un Pride visionario. Quest'anno è il 40° anniversario della rivolta
di Stonewall...
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Diritti: Lgt
di: Paola Guazzo
Lgt – Note sulla politica cosiddetta “mainstream”. Per capire il rapido e inaspettato mutamento, meglio sarebbe dire l’esaurimento, della rappresentanza politica lgt nel parlamento italiano, dopo la disastrosa legislatura prodiana
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La libertà che resiste
di: U Cuntu
C'e' una realtà a Catania che proprio non vuole mollare ed è quella di Casablanca e di U Cuntu. U Cuntu si può dire figlio di Casablanca che a sua volta si può dire figlio de "I Siciliani"
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Le Padrine di Gela
di: Graziella Proto
Diamo inizio ad una serie di articoli scritti dalla redazione di Casablanca. "Tutte casa e cosca" è uno splendido reportage sulle donne padrino di Gela. Da non perdere!
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Mafia e P2
di: Riccardo Orioles
I Siciliani, novembre 1984
Allora: il “terzo livello” non è certamente il Padrino coi baffi e con gli occhiali neri. Non è nemmeno don Vito Ciancimino, che è importante sì, ma meno di tanti altri
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Matilde Politi: il nuovo album
di: Elsa Arcidiacono
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“Sciala curuzzu, arricria cori ..."
Per noi la lotta alle mafie significa coltivare il senso del bello.
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La voce di Matilde Politi, il suo impegno sociale, ci hanno trasmesso la voglia di riscatto e il senso dell'appartenenza.
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Morti sul lavoro...omicidi "derubricati"
di: Nadia Furnari
A breve dare il via ad una rubrica sulle morti sul lavoro perché riteniamo che l'antimafia/e debba partire dal diritto alla vita...
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Musica: Etta Scollo
di: Vincenza Scuderi
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È uscito Il fiore splendente, il nuovo album di Etta Scollo costruito sui versi di poeti “arabo-siciliani”
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Nuovo Sito
di: Associazione
"Rita Atria" si avvale di nuove collaborazioni che sottolineano ancor di più il desiderio di allargare il dibattito non solo alla lotta contro le mafie ma ad una lotta per tutti i diritti... il tutto all'insegna dell'antifascismo
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R/esistenze lesbiche nell'Europa nazifascista
di: Paola Guazzo, Ines Rieder e Vincenza Scuderi
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"R/esistenze lesbiche nell'Europa nazifascista", a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder, Vincenza Scuderi, pubblicato dalle edizioni Ombre Corte di Verona.
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Teatro civile: Scalpiccii sotto i platani...
di: Vincenza Scuderi
“Scalpiccii sotto i platani”, di e con Elisabetta Salvatori, e con il violino di Matteo Ceramelli, è teatro di narrazione civile che nasce dalle testimonianze vive di quanto accadde a Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto 1944.
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Un altro mondo è possibile
di: Claudio Coco
In tutti i tempi e luoghi, quando sopraggiungono periodi difficili, la musica rappresenta, tra le espressioni artistiche, quella che maggiormente aiuta a fare ordine, nei pensieri e nel cuore, attraverso una sintesi compiuta di libertà, bisogni collettivi e memoria.
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Una scelta di libertà che interroga tutti
di: Giovanni Abbagnato
La lotta alla mafia non è solo la storia di valorosi rappresentanti delle Istituzioni che, talvolta in solitudine, hanno trasfuso nella loro azione indomita il loro senso del dovere e la loro determinazione nel volere affermare con il loro impegno lo Stato di diritto...
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Rubriche > EVENTI
a Mauro Rostagno
Riportiamo tra le nostre rubriche un articolo tratto da Liberainformazione.it non solo per ricordare Mauro Rostagno ma per tenere viva l'attenzione su una informazione siciliana che RESISTE sia in termini partigiani che fisici, e che opera in silenzio pagando prezzi altissimi senza ostentarli.
Ricordare Mauro Rostagno significa ricordarci
che.... [dalla catena di San Libero] In Sicilia, dal 1960 ad oggi, sono morti ammazzati otto giornalisti che avevano scritto e detto cose "sbagliate": Cosimo Cristina, Mauro de Mauro, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Giuseppe Alfano. Solo tre di loro erano giornalisti professionisti, mentre Alfano, Impastato e Rostagno sono stati iscritti all'albo solo dopo la morte. Tutti loro avevano scritto e parlato di mafia, ma ad ucciderli è stata anche la loro solitudine e l'indifferenza a cui li ha condannati la "gente perbene". A volte il silenzio è più pericoloso della lupara, ma oggi c'è chi ha deciso di parlare, e per giunta davanti alle telecamere. Per non abbandonare al rischio della solitudine il giornalista Pino Maniaci di Telejato (aggredito il 29 gennaio scorso dal figlio minorenne del boss Vito Vitale) un gruppo di associazioni siciliane ha invitato la cittadinanza a leggere al posto di Pino il notiziario dell'emittente di Partinico. "Siamo tutti Pino Maniaci - ha detto don Luigi Ciotti - perché Pino non deve sentirsi solo, e perché abbiamo bisogno di un giornalismo fatto d'impegno civile che ci aiuti a non essere distratti o indifferenti". Anche Rita Borsellino ha aderito all'iniziativa, "perché, come diceva Peppino Impastato, voglio insegnare il valore della bellezza ai giovani". I video dei "cronisti per un giorno", per tutta l'estata, sono raccolti sul sito dell'associazione Rita Atria ( www.youtube.it/ritaatria - vedi tra i preferiti - www.youtube.it/telejato). Persone impegnate in parrocchie, sindacati, associazioni, comitati, ma anche singoli cittadini e perfino giornalisti hanno trovato in questa iniziativa il coraggio della denuncia, che è più facile quando non si è da soli. I cittadini si stringono attorno all'informazione antimafia, che esce dal suo pericoloso isolamento: l'efficacia di questo patto virtuoso tra giornalisti e cittadini va ben oltre i confini di Partinico. La politica nazionale è sorda a questi problemi, talmente impegnata nelle commemorazioni delle vittime da ignorare chi viene minacciato da vivo. Nel frattempo, sul sito dell'Ordine dei Giornalisti della Sicilia, Pino continua ad essere "invisibile" e non compare tra i nomi degli iscritti: sicuramente si tratta di una svista. [carlo gubitosa] Info: www.ritaatria.it - www.telejato.itTratto da: Liberainformazione.it
Vent'anni dopo l'omicidio del giudice Alberto Giacomelli
di Rino Giacalone -14 settembre 2008
Il delitto è di quelli che fanno parte di una strategia. «Strategia di morte», firmata dalla mafia. È il primo di due assassini che nel giro di 12 giorni, nel settembre del 1988, scuoteranno Trapani, ma senza causare (si potrà capire da ciò che è accaduto negli anni che seguirono, fino ai nostri giorni) tanti sconvolgimenti, al solito l’emozione ha sempre presto ha lasciato spazio alla quotidianità e alla disattenzione rispetto all’evolversi della cosa mafiosa che in quegli anni proprio cambiava pelle e diventava impresa, entrando anche nelle stanze della politica, delle istituzioni e degli uffici pubblici.
Lo dimostreranno anni dopo gli arresti di «colletti bianchi», professionisti, imprenditori, politici ed amministratori, dirigenti di uffici tecnici.
Il giudice (in pensione) Alberto Giacomelli venne ucciso a Locogrande, nella via Falconara, esattamente 20 anni fa, il 14 settembre del 1988. Cercavano i mafiosi, così raccontò qualche pentito, un giudice da ammazzare nel trapanese, ma forse neanche questo è vero. E quel giudice da uccidere fu proprio Giacomelli. Totò Riina si ricordò di lui e di quella confisca firmata da Giacomelli nel gennaio del 1985 (quando il giudice presiedeva la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani) a danno di suo fratello Gaetano, al quale fu tolta una casa di Mazara. Un giudice quindi finito nel mirino perchè fosse consumata «una vendetta». Giacomelli, svelò il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori, fu ammazzato per «una questione di famiglia», non «famiglia» nel senso di Cosa Nostra, ma «famiglia di sangue», per avere toccato interessi propri dei Riina. Quella confisca era derivata da una delle prime sentenze di applicazione, e forse non solo guardando nel trapanese, della legge «Rognoni La Torre».
Il 9 settembre del 1987 contro quella confisca i Riina tentarono l’appello, Gaetano Riina cercò anche di mantenere il possesso di quella villa facendosi nominare «affidatario» ma ogni tentativo fallì, l’anno dopo l’ultima sentenza di rigetto, Giacomelli fu ucciso. La rivalsa fu compiuta e suonò anche come un «segnale» rivolto a chi andava parlando – allora timidamente – del destino dei beni confiscati alla mafia. E in effetti dovranno passare anni prima che di questo si sia tornato a parlare e ad agire in maniera diversa e concreta. Tanto che un prefetto, Fulvio Sodano nel 2003, per essersene interessato, per avere messo in moto la macchina delle assegnazioni dei beni confiscati, diventò tanto tinto agli occhi dei mafiosi che liberamente andavano dicendo in giro che a Trapani non lo volevano più.
Alberto Giacomelli quel 14 settembre del 1988 risultò per i sicari mafiosi un obiettivo agevole da colpire, di solito si muoveva da solo, e stava molto in campagna, così come facile fu, per altri killer mafiosi, uccidere 12 giorni dopo a Caltanissetta il giudice Antonino Saetta e il figlio che viaggiava in auto con lui, per poi la stessa sera tornare a sparare a Trapani, ammazzando Mauro Rostagno. La «strategia» mafiosa contro Giacomelli non si consumò solo col delitto, poi partì la delegittimazione, che nei fatti di mafia secondo un preciso rituale è una costante, colpa di una società dove è facile fare attecchire le fandonie e che è attenta a ciò che è pruriginoso, e così si cominciarono a raccontare episodi, risultati infondati, come la gestione di terreni e di soldi da parte del giudice, quasi che alla fine il colpevole della sua morte fosse stato lui stesso, e poi quando proprio non se ne potè fare a meno venne fatto saltare fuori un (falso) pentito che portò gli inquirenti a prendersela con una banda di balordi. Tante fandonie che misero anche in cirsi, e fecero entrare in contrasto i diversi corpi investigativi che lavoravano sul «caso».
Cosa che ovviamente alla mafia torna sempre bene. Il lavoro di indagine dei Carabinieri portò infine in anni recenti alla svolta, se ne scoprirono le ragioni, venne tirato fuori il foglio della sentenza di confisca firmato da Giacomelli e dove c’era scritto a chiare lettere il nome di Gaetano Riina. Totò Riina è stato condannato in via definitiva all’ergastolo per essere stato il mandante, Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani è stato assolto. Chi ha sparato è rimasto indenne, c’è una indicazione del pentito di Paceco Francesco Milazzo. I nomi di chi avrebbe ucciso il giudice Alberto Giacomelli sono scritti tra le otto pagine della sentenza che ha assolto il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga. Ciccio Milazzo è l’unico che ne parla, che parla di un «summit» per organizzare il delitto. I nomi sono quelli di Pietro Armando Bonanno e Francesco Bica, il primo in carcere, il secondo tornato libero. Contro di loro però le parole di un solo pentito non bastano più, in questi 20 anni le leggi sono cambiate, e al solito a giovarne è stata Cosa Nostra. Clicca su questo link o sull'immagine per accedere al programma
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