Nome in codice Ulisse - Testimone di Giustizia

Assiste a un omicidio e denuncia l'accaduto. Riconosce l'assassino e lo fa condannare. E inizia un calvario di 18 anni: senza adeguata protezione, senza aiuti, spesso confuso con un pentito, con un ex criminale 


di Pietro Orsatti

A prima vista potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film con Harrison Ford. Non lo è. È invece una storia tutta italiana, profondamente italiana, dove il "senso civico" di un cittadino si rivolta contro distruggendogli la vita. È il caso di un testimone di giustizia. Nome in codice Ulisse. «Nel Novanta io e mia moglie assistemmo per puro caso a un omicidio - racconta a left - tentammo addirittura di scongiurarlo e intervenire -. Ulisse tentò perfino di investire il killer che inseguiva la vittima - ma non essendoci riusciti ci recammo immediatamente dai Carabinieri per offrire la nostra testimonianza. Nessuno è venuto a chiedercela. Siamo stati noi». Ulisse scandisce con attenzione le parole. Vuole chiarire che lui è un "testimone" non un "collaboratore". «Testimone è un cittadino che assistendo a un fatto delittuoso si rivolge spontaneamente alla magistratura - spiega -. Un collaboratore, un pentito, è altro. Oggi siamo 71, a fronte di quasi un migliaio di pentiti». Ulisse e la moglie assistono al delitto dallo specchietto retrovisore. Il killer esplode più colpi contro la vittima in una stazione di servizio sulla tangenziale di Napoli.

Già durante il processo, conclusosi con una condanna all'ergastolo del killer che risultò essere anche a capo di una cosca della camorra Ulisse e i suoi rimangono "scoperti". La giustizia va avanti, ma la macchina amministrativa si inceppa. La protezione è infatti minima: «Tre o quattro volte al giorno passava una macchina dei Carabinieri a vedere solo se eravamo vivi. Siamo andati a testimoniare al processo così. Con il nostro nome, senza cambiare città o identità». E intanto minacce, scritte e dirette, perfino attraverso un vigile urbano (poi condannato) come postino della camorra.

Questo stato di assoluta esposizione prosegue fino al processo d'appello. È qui che scatta la protezione, provvisoria, e la famiglia è costretta a fuggire dalla propria vita. «Con l'avvicinarsi del processo d'appello le minacce sono diventate sempre più pesanti. Solo allora gli inquirenti si sono spaventati. Ma non per noi, ma per il fatto che credevano che potessimo ritrattare. Cosa che non è avvenuta. Il 28 gennaio del 1994, pochi giorni prima dell'appello, ci portarono via». La famiglia lascia precipitosamente la propria casa, abbandonando lavoro, amici, parenti, tutto. «Mi diedero una pistola – racconta – mi fecero prendere rapidamente il porto d'armi, e poi via». La domanda è inevitabile: se c'era tutto questo rischio perché Ulisse e i suoi non sono stati messi sotto protezione negli anni precedenti? La risposta non c'è.
«Ci dissero che per un paio di settimane saremmo stati ospitati in una struttura alberghiera e poi ci sarebbe stata fornita casa. Sono trascorsi quattro mesi in un albergo, una stanza con due figli piccoli. Albergo normalmente usato per i pentiti. E chiaramente eravamo confusi con i pentiti. Il personale dell'albergo ci guardava strano. Eravamo in programma provvisorio di protezione, in attesa che scattasse il programma definitivo. A gennaio dell'anno successivo mi chiesero di sottoscrivere il documento per la richiesta del protocollo definitivo. Rimasi a bocca aperta. Era lo stesso che usavano per i pentiti, anche perché allora non si faceva alcuna differenza fra noi e loro. Al primo punto mi dovevo impegnare a non commettere più reati. Ma siamo impazziti?». Essere confuso con un ex criminale per Ulisse è un colpo davvero terribile. Lui è un cittadino incensurato testimone di un delitto, non un delinquente che collabora con la giustizia in cambio di protezione e di alleggerimenti della pena. Eppure è costretto a firmare. Ma non serve a nulla. La domanda di protezione definitiva viene respinta, nonostante il rischio rimanga elevatissimo (come confermato dalla magistratura). «Ho subito pressioni - racconta - perché abbandonassi immediatamente la casa. Usarono anche la non tanto velata minaccia di rivolgersi al mio datore di lavoro di allora per far decadere il contratto. Lo hanno fatto per scritto, come da documentazione che ho consegnato alla magistratura. Ho tutte le carte».

Da questo punto della storia, il cittadino che ha aiutato per solo senso civico lo Stato a imprigionare e processare un assassino si trasforma in vittima della burocrazia statale. Solo nel 2001 lo status di "testimone" viene scisso da quello di "collaboratore", ma i funzionari del Servizio centrale di protezione, a quanto risulta, sono sempre gli stessi. Inamovibili, sono loro a gestire la protezione, a determinarne i modi, a verificarne l'idoneità. Alle dipendenze dirette di uno dei sottosegretari del ministero degli Interni. Per la seconda volta questo ruolo lo ricopre oggi Alfredo Mantovano, sempre in un governo Berlusconi. Da allora a oggi le cose non sembrano essere cambiate.
Ulisse riesce a rimanere solo per un breve periodo in "provvisoria", poi perde ogni copertura e aiuto. Non può tornare nella sua città, non ha più il suo lavoro come del resto sua moglie che nel frattempo si è anche ammalata. Non ha una nuova identità e quindi rischia continuamente di essere rintracciato. Svende le poche proprietà, si costruisce da sé una nuova vita e una copertura. E, chiaramente, fa causa allo Stato per riavere ciò che lo Stato gli ha tolto. Oggi aspetta una sentenza, prevista fra poche settimane, ed è l'unico dei tanti testimoni che hanno subito lo stesso percorso che stia arrivando finalmente a un chiarimento. Dopo diciotto anni. Molti degli altri 71 testimoni sono ancora in mezzo al limbo burocratico, senza copertura, senza sicurezza, senza aiuti adeguati. «Tutti in un modo o nell'altro - conclude indignato - siamo stati bastonati dalle istituzioni. E quasi tutti abbiamo cercato protezione nei politici, che il più delle volte ti chiudono la porta in faccia, e di brutto. Quando trovi qualcuno che apre, che ti ascolta, che cerca di aiutarti, diventa il punto di riferimento. Così ci siamo conosciuti fra noi. Siamo stati costretti a chiedere aiuto alle stesse persone. Alla faccia della sicurezza e dell'anonimato».
Oggi Ulisse aspetta giustizia da chi ha aiutato a fare giustizia. Ed è un fortunato. C'è anche chi, come l'imprenditore Domenico Noviello di Castelvolturno, sempre in Campania, ha denunciato il racket della camorra, ha testimoniato, ha fatto condannare dei criminali e poi, dopo tre anni, si è visto sospesa la protezione. Per poi essere ucciso il 16 maggio per strada. Lo Stato se l'è cavata con una corona di fiori.