Rita Atria

Documenti


LEGGE 15 marzo 1991 n. 82
(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 64 del 16 marzo 1991)
CONVERSIONE IN LEGGE, CON MODIFICAZIONI, DEL DECRETO-LEGGE 15 GENNAIO 1991, N. 8, RECANTE NUOVE MISURE IN MATERIA DI SEQUESTRI DI PERSONA A SCOPO DI ESTORSIONE E PER LA PROTEZIONE DI COLORO CHE COLLABORANO CON LA GIUSTIZIA.

LEGGE 13 febbraio 2001 n. 45
(pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 58 del 10 marzo 2001, S. O. n. 50) MODIFICA DELLA DISCIPLINA DELLA PROTEZIONE E DEL TRATTAMENTO SANZIONATORIO DI COLORO CHE COLLABORANO CON LA GIUSTIZIA NONCHE' DISPOSIZIONI A FAVORE DELLE PERSONE CHE PRESTANO TESTIMONIANZA.
DECRETO 23 aprile 2004, n. 161
(pubblicato nella Gazzetta Ufficiale N. 147 del 25 giugno 2004)
REGOLAMENTO MINISTERIALE CONCERNENTE LE SPECIALI MISURE DI PROTEZIONE PREVISTE PER I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA E I TESTIMONI, AI SENSI DELL'ARTICOLO 17-BIS DEL DECRETO-LEGGE 15 GENNAIO 1991, N. 8, CONVERTITO, CON MODIFICAZIONI, DALLA LEGGE 15 MARZO 1991, N. 82, INTRODOTTO DALL'ARTICOLO 19 DELLA LEGGE 13 FEBBRAIO 2001, N. 45.
DECRETO MINISTERO DELL'INTERNO 13 maggio 2005 n. 138
(pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 166 del 19 luglio 2005)
MISURE PER IL REINSERIMENTO SOCIALE DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA E DELLE ALTRE PERSONE SOTTOPOSTE A PROTEZIONE, NONCHé DEI MINORI COMPRESI NELLE SPECIALI MISURE DI PROTEZIONE

Relazione sui Testimoni di Giustizia - Commissione antimafia XV legislatura

Altri documenti / interrogazioni


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"Noi Corpi senza ombre"


Siamo venuti a conoscenza della “vita” dei testimoni di giustiazia nel 1995 grazie a Piera Aiello. Da un telefono denunciava la sua precarietà, la sua rabbia per essere stata tradita da quello stato che prima si era manifestato con Paolo Borsellino, Alessandra Camassa e gli uomini della scorta….e poi si era manifestato con l’insensibilità di alcuni funzionari dell’alto commissariato prima e del servizio centrale di protezione poi.
Ero presente quando una funzionaria del servizio centrale chiedeva a Piera Aiello se avesse una figlia…. Incredibile. La figlia di Piera Aiello era formalmente sotto programma di protezione e la funzionaria non se lo ricordava.
Queste affermazioni possono essere confermate in ogni momento se solo un parlamentare volesse fare qualche interrogazione sull’operato del servizio centrale di protezione dalla sua nascita fino ad oggi.
Presenteremo alcuni articoli, appelli, denunce, etc. fatti negli anni. Non occorrono commenti, possiamo solo dire che per alcuni di loro sono passati solo gli anni ma la situazione è sempre la stessa o, in qualche caso, è peggiorata.
Da questo momento non diremo altro ma metteremo in fila solo documenti, fatti e storie che sfidiamo chichessia a confutare.
Riproniamo queste storie perché ancora oggi, a distanza di anni, per alcuni testimoni la partita è ancora aperta.
Vi chiederete che senso ha scrivere di cose “passate”. Ha senso perché il tempo, come la morte, non può annullare la storia e le responsabilità e soprattutto perché alcuni di quei funzionari insensibili sono ancora ai loro posti.
Precisiamo che noi dell’Associazione Antimafie "Rita Atria" riteniamo comunque perdente uno stato che manda in esilio i suoi testimoni. In esilio e precisamente in galera devono andare i denunciati. Se oltre all’esilio aggiungiamo la tortura della dignità, bé, che dire.
Febbraio 1997 – Presentazione di un dossier denuncia al sottosegretario Sinisi

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Non è un caso che per la copertina del nostro dossier avevamo scelto l'urlo di Munch.

Per tutti gli Uomini e le Donne che del Valore della Testimonianza hanno fatto, fanno e continueranno a fare, Loro ragione di VITA


Anno 1997 - febbraio

Prefazione

Perché un dossier sulle inadempienze dello Stato nei confronti dei testimoni di giustizia?
Ci siamo fatti questa domanda. Ognuno di noi ha risposto con uno sguardo, quasi a voler sottolineare l'inutilità di una risposta formulata: è scontato il perché. Ma purtroppo molte cose che ad alcuni appaiono scontate, ad altri invece non dicono nulla. Anzi.
Così, abbiamo provato a rispondere a questa domanda ascoltando quel silenzio assordante che proviene dal mondo dei diritti negati. Dagli Innocenti. Da Coloro che ci hanno insegnato a "respirare il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza,...". Ed è in quel fresco profumo di libertà che va ricercato il significato di questo dossier. Siamo venuti a conoscenza di quattro storie documentate, abbiamo vissuto con alcuni di loro, da impotenti spettatori, l'umiliazione del silenzio istituzionale, il dolore di essere considerati dalla società comunque dei "pentiti".
C'è una grossa differenza ideologica, etica e morale tra chi sente il dovere civico della denuncia e chi invece si converte, per diversi motivi, all'onestà. C'è amarezza nelle nostre parole, dobbiamo frenare la cascata di aggettivi che si accalca sulle nostre corde vocali. Lo dobbiamo fare e lo facciamo in nome di quel Valore che si chiama Verità. Gandhi diceva che nella marcia verso la Verità, la rabbia, l'egoismo, l'odio, ecc. devono cedere il passo, perché un uomo dominato dalle passioni potrebbe avere intenzioni abbastanza buone, essere sincero nella parola, ma non troverà mai la Verità. Così, seguendo i consigli di Gandhi, ci affideremo alla freddezza dell'oggettività dei fatti. Dopo aver letto il dossier, la violazione, da parte del Servizio Centrale di Protezione, dei diritti fondamentali dell'uomo sanciti dalla nostra Costituzione risalterà evidente agli occhi del lettore. Ad ognuno la libertà di indignarsi, di reagire, di unirsi a noi per rivendicare diritti negati...oppure di fregarsene, di continuare a seguire l'idea più comoda, quella recepita dalla massa: "sono tutti pentiti".
Alle istituzioni, ed in particolar modo al Servizio Centrale di Protezione, ci sentiamo di esprimere la nostra indignazione per il trattamento disumano che hanno riservato e riservano ad alcuni testimoni di giustizia e alle loro famiglie (quelli di cui siamo a conoscenza). Un'indignazione che cresce quando vediamo che esiste una evidente disparità nella gestione dei collaboratori.
[…]Vogliamo solo porre un problema serio, che deve essere affrontato nel breve tempo possibile e che deve trovare necessariamente soluzioni tanto legislative quanto di gestione del Sevizio Centrale di Protezione (pretendere un po’ di rispetto non ci sembra una richiesta impossibile).
Piera, Giuseppe, Rita e Matteo. Quattro ragazzi con storie diverse con percorsi diversi. Il percorso di Rita e di Matteo si è concluso presto. Rita uccisa dalla solitudine a cui la famiglia e lo Stato l'avevano relegata dopo la sua decisione di dissociarsi da quel mondo fatto di morte; Matteo a differenza di Rita non è volato in cielo lanciandosi dal settimo piano, ma è volato in cielo da un letto d'ospedale. È morto di aids e solitudine. La stessa solitudine di Rita. Rita, cognata e Amica di Piera. Matteo Amico di Giuseppe.
Giuseppe e Piera, testimoni di giustizia. Abbiamo deciso di far "parlare" anche Rita e Matteo perché le loro voci, il loro impegno parte da punti diversi, percorre strade diverse, che si incrociano nel significato di valori come: VERITÀ E GIUSTIZIA.[…]

Associazione Antimafia “Rita Atria”


2006. Piera e Giuseppe sono usciti dal programma di protezione tra il 1997 e  il '98 .
Piera  lotta ancora per il riconoscimento dei  suoi diritti.

Maggio 2002 - Milazzo - Ill.mo Presidente della Repubblica On. Carlo Azeglio Ciampi C/o Quirinale 00100 ROMA

LETTERA APERTA

Illustrissimo Presidente,
ci permettiamo di rivolgerci a Lei ed abusare della Sua attenzione sia per il ruolo che riveste, sia per la particolare sensibilità nei confronti del Mezzogiorno d’Italia. Abbiamo infatti molto apprezzato le parole con cui Ella ha avuto occasione di ricordare quanto e purtroppo il Sud del nostro Paese sia presente alle attenzioni politiche soprattutto nei periodi elettorali.
Viceversa, vi sono problemi e realtà, anche dure e drammatiche, che richiederebbero considerazione e risposte più continuative e concrete. Una di queste, ed è quella che ci ha spinto a scriverLe, è quella dei cosiddetti “Testimoni di Giustizia”, vale a dire quei cittadini integerrimi che, con responsabilità e coraggio, si sono trovati a collaborare con la magistratura e le forze dell’ordine in inchieste o processi a carico di esponenti della criminalità, compresa quella mafiosa; cittadini che, peraltro, a differenza dei cosiddetti “collaboratori di giustizia” non hanno mai avuto pratiche illegali o appartenenze con ambiti criminali.
Orbene: cinque anni fa l’Associazione Antimafia “Rita Atria” presentò all’Onorevole Giannicola Sinisi, allora Sottosegretario al ministero degli Interni, un dossier che documentava situazioni di inadempienza e di pericolosa trascuratezza nei confronti di Testimoni di Giustizia e delle loro esigenze di tutela e sostegno. A seguito di ciò, in questi anni positivi miglioramenti sono avvenuti, e ci pare doveroso riconoscerli e darne atto alle competenti Autorità.
Tuttavia permangono immutate altre situazioni di rischio e di “abbandono” che riguardano molti cittadini del Sud d’Italia. Cittadini che hanno denunciato criminali di varia natura e che si trovano troppo spesso nella condizione di sentirsi abbandonati, e in quella fisica di pericolo nei confronti delle più che possibili rappresaglie da parte dei criminali denunciati o delle loro organizzazioni.
Si tratta di cittadini che hanno fatto prevalere sull’umano e comprensibile timore il dovere civico della denuncia e della collaborazione con le Istituzioni.
Sono persone in carne  e ossa, con tutte le loro paure, i sacrifici, i sogni spezzati, le esistenze dilaniate, talvolta le famiglie lacerate. Persone in alcuni casi, sopraffatti dalla disperazione, come è stato per Rita Atria, la giovane che si è uccisa in preda allo sconforto dopo la strage che uccise il Giudice Paolo Borsellino, con cui collaborava e gli agenti di scorta. Anche questa amara vicenda, che, nel decennale, rispettosamente richiamiamo alla Sua memoria, ci ricorda quanto i testimoni non debbano essere mai abbandonati e neppure diventare delle semplici pratiche burocratiche, da evadere magari con distratta lentezza.
E’ questo, allora, il senso del nostro appello e la speranza che nutriamo nel rivolgerci a Lei.
Ci aiuti a far in modo che in uno Stato Libero e Civile ad andare in esilio non siano i Testimoni; gli imprenditori e commercianti estorti, ma piuttosto i delinquenti, gli assassini, i truffatori.
Vorremmo che un giorno questo nostro Stato riuscisse a lasciare a casa propria quei cittadini che hanno fatto prevalere sulla paura la forza della loro coscienza, della dignità, dell’onestà.
Il nostro Paese, le sue Istituzioni, le forze politiche, le agenzie tecniche preposte come il Servizio Centrale di Protezione, mantengano alta la considerazione, l’attenzione, la solidarietà e la protezione verso queste persone.
Siamo grati a quanti si impegnano però, alcuni segnali ci hanno fatto apparire necessaria questa lettera e doveroso il nostro rispettoso intervento.
 Distinti saluti

Nadia Furnari per “l’Associazione Antimafia Rita Atria”

In collaborazione con:

Don Luigi Ciotti – Presidente di Libera
Rita Borsellino – Vice Presidente di Libera
Alfio Foti  – Vice Presidente di Libera
Piera Aiello – Testimone di Giustizia
Mario Ciancarella per l’Osservatorio “Sandro Marcucci” sui diritti umani (PI)
Michela Buscemi – Testimone
Luciana e Giorgio Alpi
Antonio Mazzeo per il Comitato per la Pace di Messina
Redazione “Terrelibere” di Messina
Salvo Lipari - Responsabile Area Legalità, Diritti e Cittadinanza dell'Arci Sicilia
Adriana Musella - Riferimenti

Nome in codice "Ulisse"

Nome in codice Ulisse

Assiste a un omicidio e denuncia l'accaduto. Riconosce l'assassino e lo fa condannare. E inizia un calvario di 18 anni: senza adeguata protezione, senza aiuti, spesso confuso con un pentito, con un ex criminale  
di Pietro Orsatti

A prima vista potrebbe sembrare la sceneggiatura di un film con Harrison Ford. Non lo è. È invece una storia tutta italiana, profondamente italiana, dove il "senso civico" di un cittadino si rivolta contro distruggendogli la vita. È il caso di un testimone di giustizia. Nome in codice Ulisse. «Nel Novanta io e mia moglie assistemmo per puro caso a un omicidio - racconta a left - tentammo addirittura di scongiurarlo e intervenire -. Ulisse tentò perfino di investire il killer che inseguiva la vittima - ma non essendoci riusciti ci recammo immediatamente dai Carabinieri per offrire la nostra testimonianza. Nessuno è venuto a chiedercela. Siamo stati noi». Ulisse scandisce con attenzione le parole. Vuole chiarire che lui è un "testimone" non un "collaboratore". «Testimone è un cittadino che assistendo a un fatto delittuoso si rivolge spontaneamente alla magistratura - spiega -. Un collaboratore, un pentito, è altro. Oggi siamo 71, a fronte di quasi un migliaio di pentiti». Ulisse e la moglie assistono al delitto dallo specchietto retrovisore. Il killer esplode più colpi contro la vittima in una stazione di servizio sulla tangenziale di Napoli.

Già durante il processo, conclusosi con una condanna all'ergastolo del killer che risultò essere anche a capo di una cosca della camorra Ulisse e i suoi rimangono "scoperti". La giustizia va avanti, ma la macchina amministrativa si inceppa. La protezione è infatti minima: «Tre o quattro volte al giorno passava una macchina dei Carabinieri a vedere solo se eravamo vivi. Siamo andati a testimoniare al processo così. Con il nostro nome, senza cambiare città o identità». E intanto minacce, scritte e dirette, perfino attraverso un vigile urbano (poi condannato) come postino della camorra.

Questo stato di assoluta esposizione prosegue fino al processo d'appello. È qui che scatta la protezione, provvisoria, e la famiglia è costretta a fuggire dalla propria vita. «Con l'avvicinarsi del processo d'appello le minacce sono diventate sempre più pesanti. Solo allora gli inquirenti si sono spaventati. Ma non per noi, ma per il fatto che credevano che potessimo ritrattare. Cosa che non è avvenuta. Il 28 gennaio del 1994, pochi giorni prima dell'appello, ci portarono via». La famiglia lascia precipitosamente la propria casa, abbandonando lavoro, amici, parenti, tutto. «Mi diedero una pistola – racconta – mi fecero prendere rapidamente il porto d'armi, e poi via». La domanda è inevitabile: se c'era tutto questo rischio perché Ulisse e i suoi non sono stati messi sotto protezione negli anni precedenti? La risposta non c'è.
«Ci dissero che per un paio di settimane saremmo stati ospitati in una struttura alberghiera e poi ci sarebbe stata fornita casa. Sono trascorsi quattro mesi in un albergo, una stanza con due figli piccoli. Albergo normalmente usato per i pentiti. E chiaramente eravamo confusi con i pentiti. Il personale dell'albergo ci guardava strano. Eravamo in programma provvisorio di protezione, in attesa che scattasse il programma definitivo. A gennaio dell'anno successivo mi chiesero di sottoscrivere il documento per la richiesta del protocollo definitivo. Rimasi a bocca aperta. Era lo stesso che usavano per i pentiti, anche perché allora non si faceva alcuna differenza fra noi e loro. Al primo punto mi dovevo impegnare a non commettere più reati. Ma siamo impazziti?». Essere confuso con un ex criminale per Ulisse è un colpo davvero terribile. Lui è un cittadino incensurato testimone di un delitto, non un delinquente che collabora con la giustizia in cambio di protezione e di alleggerimenti della pena. Eppure è costretto a firmare. Ma non serve a nulla. La domanda di protezione definitiva viene respinta, nonostante il rischio rimanga elevatissimo (come confermato dalla magistratura). «Ho subito pressioni - racconta - perché abbandonassi immediatamente la casa. Usarono anche la non tanto velata minaccia di rivolgersi al mio datore di lavoro di allora per far decadere il contratto. Lo hanno fatto per scritto, come da documentazione che ho consegnato alla magistratura. Ho tutte le carte».

Da questo punto della storia, il cittadino che ha aiutato per solo senso civico lo Stato a imprigionare e processare un assassino si trasforma in vittima della burocrazia statale. Solo nel 2001 lo status di "testimone" viene scisso da quello di "collaboratore", ma i funzionari del Servizio centrale di protezione, a quanto risulta, sono sempre gli stessi. Inamovibili, sono loro a gestire la protezione, a determinarne i modi, a verificarne l'idoneità. Alle dipendenze dirette di uno dei sottosegretari del ministero degli Interni. Per la seconda volta questo ruolo lo ricopre oggi Alfredo Mantovano, sempre in un governo Berlusconi. Da allora a oggi le cose non sembrano essere cambiate.
Ulisse riesce a rimanere solo per un breve periodo in "provvisoria", poi perde ogni copertura e aiuto. Non può tornare nella sua città, non ha più il suo lavoro come del resto sua moglie che nel frattempo si è anche ammalata. Non ha una nuova identità e quindi rischia continuamente di essere rintracciato. Svende le poche proprietà, si costruisce da sé una nuova vita e una copertura. E, chiaramente, fa causa allo Stato per riavere ciò che lo Stato gli ha tolto. Oggi aspetta una sentenza, prevista fra poche settimane, ed è l'unico dei tanti testimoni che hanno subito lo stesso percorso che stia arrivando finalmente a un chiarimento. Dopo diciotto anni. Molti degli altri 71 testimoni sono ancora in mezzo al limbo burocratico, senza copertura, senza sicurezza, senza aiuti adeguati. «Tutti in un modo o nell'altro - conclude indignato - siamo stati bastonati dalle istituzioni. E quasi tutti abbiamo cercato protezione nei politici, che il più delle volte ti chiudono la porta in faccia, e di brutto. Quando trovi qualcuno che apre, che ti ascolta, che cerca di aiutarti, diventa il punto di riferimento. Così ci siamo conosciuti fra noi. Siamo stati costretti a chiedere aiuto alle stesse persone. Alla faccia della sicurezza e dell'anonimato».
Oggi Ulisse aspetta giustizia da chi ha aiutato a fare giustizia. Ed è un fortunato. C'è anche chi, come l'imprenditore Domenico Noviello di Castelvolturno, sempre in Campania, ha denunciato il racket della camorra, ha testimoniato, ha fatto condannare dei criminali e poi, dopo tre anni, si è visto sospesa la protezione. Per poi essere ucciso il 16 maggio per strada. Lo Stato se l'è cavata con una corona di fiori. 

Maggio 2002 - Testimoni di giustizia: "Ciampi, aiutaci"

Da il nuovo – giornale online – Gabriele Masiero [maggio 2002]
(interviste realizzate grazie alla collaborazione Ass. Rita Atria)

Testimoni di giustizia: "Ciampi, aiutaci"

Storie e drammi di chi ha scelto di testimoniare contro le organizzazioni mafiose. In 72, inseriti nel programma di protezione.

ROMA – Loro non hanno stipulato un contratto con lo Stato. Non sono pentiti, non hanno venduto una verità. Hanno visto e parlato. E da quel momento la loro vita è cambiata per sempre. E’ la storia comune a tutti i testimoni di giustizia, la cui disperazione risuona ora in un appello diretto al Capo dello Stato. Se ne fa promotrice l’associazione antimafia “Rita Atria”, che segue il destino di molte delle persone inserite nel sistema di protezione di chi testimonia contro organizzazioni mafiose. Chiedono di non essere abbandonati dalle istituzioni nel nome delle quali hanno visto stravolta la propria vita: "Signor Presidente, ci aiuti a far in modo che in uno Stato Libero e Civile ad andare in esilio non siano i Testimoni". Lo firma anche Piera Ajello, testimone di giustizia "storica" delle inchieste di Paolo Borsellino: lancia anche lei un suo personale accorato appello e dice, nonostante tutto, di credere ancora nella giustizia.

Sono tutti normali cittadini, che si trovano a vivere una vita fatta di trasferimenti nel cuore della notte e di esistenze senza un progetto. La giustizia grazie a loro ha punito centinaia di persone, ha sconfitto e messo in carcere intere cosche mafiose, clan camorristici, famiglie della Sacra corona unita e della ‘Ndrangheta. Ma per loro non ci sono premi, pubblicità, encomi. C’è solo la paura.

Sono 72 i testimoni di giustizia inseriti nel programma di protezione dello Stato. Vivono in località segrete, lontani dalle loro case e da parenti e amici. Mario, Ulisse, Piera, Giovanni, Bruna e tanti altri. Nomi diversi per storie ugualmente drammatiche: come quelle dei loro figli che non si chiameranno più come prima, che vivranno una vita inventata, pianificata a tavolino, studiata da un funzionario del ministero dell’Interno.

“La mia vita è finita quando avevo appena 42 mesi”, dice Gianfranco, figlio di Mario. Ha 14 anni, parla già come una persona matura, la sua saggezza stride con i tratti somatici del ragazzino. Il viso imberbe e lo sguardo triste di chi non si aspetta niente dal futuro. Suo padre ha visto il killer di Giovanni Panunzio a Foggia, lo ha denunciato e quella denuncia ha sbattuto in carcere 67 affiliati alla Sacra corona unita. Apprezza la scelta del padre, ma non ne è orgoglioso e spiega perché: “Lo Stato non ci tutela e se avrò mai dei figli e dovessero vivere un’esperienza analoga consiglierei loro di farsi i fatti propri e non parlare”.

Ma più delle parole valgono davvero, in questo caso, soltanto le loro storie di "testimoni in esilio":

Mario Nero: "Una volta dovetti chiedere l'elemosina. Ma la vera onta è stata quando ci hanno scambiato per pentiti".

"Ulisse", che non ha più la protezione:"Noi valiamo poco perché abbiamo poco da offrire: sappiamo solo quello che abbiamo visto".

Giovanni e Bruna: la 'Ndrangheta chiedeva il pizzo e i politici le tangenti. Loro si sono ribellati.

(14 MAGGIO 2002 - il nuovo - Gabriele Masiero)  

Oggi la situazione di Mario Nero ci risulta risolta (gestione Mantovano)… Ulisse, Bruna e Giovanni… sono ancora nel limbo. Anche in questo caso chiediamo a qualche onorevole di provare a fare una interrogazione parlamentare per capire il perché?

Giovanni e Bruna hanno detto no al pizzo

Giovanni e Bruna hanno detto no al pizzo

Lei titolare di un avviato studio medico, lui di una grossa impresa in Calabria, schiacciata dalle richieste di denaro che provenivano sia dalla malavita che dalla politica. Si sono ribellati.

ROMA - Aveva una grossa impresa di costruzioni in Calabria. Un centinaio di dipendenti, fatturati miliardari. La moglie uno studio medico bene avviato. La ‘Ndrangheta chiedeva il pizzo e con  la ‘Ndrangheta anche la politica chiedeva soldi.

Ha denunciato, come del resto faceva sempre, riferendo puntualmente  alla magistratura ogni qualvolta si presentava la circostanza intimidatoria, e veniva dissuaso pena la sua incolumità e della famiglia. Tutto ciò lo ha confermato mettendolo nero su bianco una relazione della Direzione distrettuale antimafia calabrese: “Il pizzo alla cosca mafiosa ammontava al 3 per cento di ogni singolo appalto, quello di ambienti politico-istituzionali al 6 per cento. “Giovanni” insomma  ha pestato i calli dei potenti. Ora vive con la moglie “Bruna” e i  figli lontano dalla sua terra, dalla sua casa, dalla vita che con tanta fatica si era costruito. Da anni non hanno più contatti con i parenti. Non ci sono feste. Non c’è Natale, né Pasqua. I bambini non conoscono i nonni, né gli zii.

“Una sera andai a comprare l’albero di Natale insieme ai miei figli e mia moglie – racconta Giovanni – e ci fermò per un controllo una pattuglia dei carabinieri. Eravamo senza documenti, perché il servizio di protezione non ce li ha ancora forniti. Sono stato in caserma per ore. Mia moglie e i bambini erano in macchina al freddo. Ci trattarono come delinquenti”. I testimoni temono la burocrazia, più che la morte.“Anche perché – dice Bruna – in questo modo ci hanno già ucciso, perché ci impediscono di vivere”.

La paura condiziona la loro vita, non li abbandona mai. Eppure i loro figli hanno l’argento vivo addosso. Scorrazzano per il centro commerciale dove ci siamo incontrati. Non li ferma neppure il diluvio che a primavera fa paura. Bruna li guarda e sorride: “Sono la nostra forza, noi ci battiamo per loro, anche se lo Stato sembra averli dimenticati”. Già, lo Stato. La loro vita è priva di libertà e di diritti ( diritto alla salute, all’educazione scolastica dei figli, diritto al lavoro). Solo ricatti. Quello più atroce, psicologico, dipendere da un’istituzione che disumanamente calpesta la tua dignità e che ha la libertà di revocarti in qualunque istante il programma di protezione per buttarti in pasto alla morte. Contro di essa cerchi di difenderti denunciando. Perché  si, purtroppo, il fronte si è allargato non si temono solo i malavitosi ma anche gli organi Istituzionali che dovrebbero, e dunque non lo fanno, prendersi cura e proteggerli. Lo stato di abbandono e di stasi è totale.

Ma la speranza di “Giovanni” e “Bruna” è quella di poter ricominciare a vivere per garantire il futuro dei loro figli. Spiega “Giovanni”: “Perché dobbiamo rinunciare alla vita che avevamo faticosamente costruito? Per aver osservato il principio della nostra Costituzione che obbliga ogni cittadino onesto a denunciare l’illegalità? L’abbiamo già persa una volta la nostra vita, perché perderla ancora?”.

(13 MAGGIO 2002 - Il Nuovo - Gabriele Masiero)



Ci soffermeremo sul caso di Giovanni e Bruna… cioè Pino Masciari e Marisa. Questi sono i veri nomi. Si son stancati di vivere in clandestinità anche mediatica…così, almeno per la stampa, hanno deciso di esistere. Per loro la vita è solo peggiorata dal quel 2002.

Io, testimone che crede nella Giustizia...nonostante tutto

"Io, testimone che crede nella Giustizia"

 

"Quando decisi di tetimoniare non sapevo nulla, chiamai Paolo Borsellino onorevole, e lui sorrise sotto i baffi. Ma ancora credo che, come diceva Paolo, un giorno vincerà il fresco profumo di libertà".

 ROMA - Il mio nome è Piera Aiello, testimone di giustizia dal lontano 30 luglio 1991. Sono diventata testimone in seguito all’omicidio di mio marito Nicolò Atria avvenuto il 24 giugno 1991, ucciso davanti ai miei occhi. Occhi che hanno visto. Occhi che hanno voluto vedere e non chiudersi nella rassegnazione, nella paura, nella cultura di morte alla quale mi volevano relegare.

Quando ho deciso di testimoniare non sapevo neanche il significato di “Testimone di Giustizia”, non sapevo addirittura il significato di Procuratore della Repubblica tanto che quando incontrai per la prima volta Paolo Borsellino lo chiamai Onorevole. Ricordo che Paolo Borsellino sorrise sotto i baffetti e mi disse: “Signora, con tutto il rispetto per la categoria me ne guarderei bene da essere un onorevole, io sono un semplice Procuratore della Repubblica al servizio dello Stato”. Figurarsi… non avevo capito niente. Con enorme pazienza mi spiegò il suo ruolo cercando di spiegarmi gli effetti del mio gesto. Dopo un po’ di tempo, soprattutto dopo la sua morte, ho capito che forse anche lui ignorava cosa mi sarebbe successo…

 A zio Paolo, così lo chiamavano mia figlia e Rita Atria, mia cognata anche lei definita “infame” perché decise di parlare e morta suicida poco dopo la morte di Borsellino, io devo tutto: il senso di giustizia, l’essere persona integra, il credere nel futuro, nella possibilità che un giorno la giustizia vincerà sull’ingiustizia. Che un giorno i testimoni vinceranno la loro battaglia di libertà contro burocrati senza scrupoli e senza cuore.

A Rita Atria, mia amica e cognata, devo oggi gran parte della mia libertà. Lo dico con estrema tristezza perché se lei non avesse “spiccato il volo” la nostra storia sarebbe rimasta nel buio. Mentre io sono stata difesa perché sono diventata, mio malgrado, un personaggio. E’ triste ammetterlo, ma è così.

Dalla mia storia ho capito che dovevo lottare per quei testimoni esiliati senza neanche la “gloria” a me riconosciuta da tanta società civile onesta e libera. I testimoni non dovranno più essere solo ombre esiliate dalla loro amata terra. Quella terra per cui lottiamo nel quotidiano senza grandi riflettori a riprenderci… Non ci sono i riflettori quando un testimone viene esiliato in quella che viene comunemente detta “località segreta”.

Quando si lascia la propria terra si saluta anche la propria identità: per anni noi non siamo più cittadini. I nostri diritti vengono sospesi in attesa di un’altra identità. Lo sapete qual è il paradosso? Che mentre i miei diritti vengono sospesi, alcuni criminali denunciati sia da me che da Rita sono liberi di vagare per il mio paese. Ma che messaggio diamo ai nostri figli se noi che denunciamo siamo condannati all’isolamento mentre gli assassini, gli estorsori, i delinquenti sono liberi? Vi sembra giustizia questa? Cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo? Vi rispondo io. Abbiamo solo fatto il nostro dovere. Il dovere di ogni cittadino onesto. Abbiamo solo avuto il coraggio di denunciare non solo un omicidio, ma ogni diritto violato. Ecco perché oggi voglio denunciare lo stato in cui i miei amici ancora sottoposti al programma di protezione sono relegati.

I veri testimoni non vogliono soldi. I veri testimoni rivendicano solo il diritto alla vita. Rivendicano il diritto ad alzarsi la mattina, vestire i propri bambini, portarli a scuola e poi andare a lavoro. Rivendicano il rispetto per i sacrifici fatti per essere diventati quello che erano fino a un’ora prima che qualcuno venisse a chiederti il pizzo o prima che qualcuno sparasse a un altro uomo davanti ai tuoi occhi.

Se qualcuno si confidasse con me e mi dicesse di aver “visto”, io non esiterò a dirgli di parlare, di affidarsi alla giustizia. Gli dirò anche che la sua strada non sarà facile, che dovrà far ricorso a tutta la sua pazienza, a tutta la sua fede, a tutta la sua sete di giustizia, perché in determinate situazioni sono le uniche risorse a cui ti puoi aggrappare per non perdere il lume della ragione o, come è successo a Rita Atria, la vita.

Oltre allo zio Paolo, a Rita mi sento di dove dire grazie: una grande amica che per anni è stata una fedele spalla su cui piangere. Mentre lo Stato mi tradiva lei mi tendeva la sua mano. Senza chiedere nulla in cambio. A differenza di quello Stato in cui nessun cittadino onesto può sentirsi protetto. Nonostante tutto io credo nella Giustizia, credo che si possa ricominciare una nuova vita. Io l’ho fatto, basta volerlo. Basta crederci.

Voglio concludere con un messaggio ai miei compagni di viaggio “Testimoni di Giustizia”: ricominciare si può. Avete perso l’affetto dei vostri cari, avete perso la vostra casa, avete perso il vostro lavoro, avete abbandonato la terra in cui siete nati, ma ricordatevi: non avete perso la vostra dignità. Io mi sono affidata ai miei valori. Solo dopo essermi convinta che dovevo lottare per ricominciare sono riuscita a “vincere”. Ricordo ancora il mio primo viaggio dopo la consegna dei documenti definitivi che avrebbero sancito il mio cambio di generalità. Alla tristezza di abbandonare il mio nome e il mio cognome c’era la gioia di una libertà riconquistata. Insieme alla mia amica abbiamo viaggiato il lungo e in largo per l’Italia a trovare tutti quegli amici che mi avevano aiutato a credere ancora nella vita.

Ho cambiato le mie generalità ma oggi sono più forte di prima. Mi hanno piegato ma non sono riusciti a spezzarmi. Avevano chiuso la mia vita con un lucchetto. L’ho spezzato. L’abbiamo spezzato. Cari amici miei sono certa che anche il vostro lucchetto si spezzerà… perché non siete soli. Non siamo soli. Perché, come diceva lo zio Paolo, “un giorno vincerà il fresco profumo di Libertà”.

(13 MAGGIO 2002 - il nuovo - Gabriele Masiero)  

Le rivendicazioni di Piera Aiello verranno disattese anche dal sottosegretario Mantovano (governo di centrodestra)

Candela Antonino e Inga Francesca

Riceviamo in data 15 luglio c.a.  e pubblichiamo... quanto alle parole non ne abbiamo più... solo fatti.
 
 
Egregio Ministro Angelino Alfano, Siamo i Testimoni di Giustizia Candela Antonino e Inga Francesca. Due siciliani, che hanno testimoniato e fatto condannare tre mafiosi all'ergastolo. Da più di dieci anni, siamo Testimoni di Giustizia, e le assicuro che non è una vita facile. Ogni giorno che passa, ringraziamo Dio, che un altro giorno è passato. Noi speriamo sempre che qualche cosa cambi, ma fino ad oggi non è cambiato niente. Tutto è rimasto immobile. In televisione sentiamo dire sempre: "Dobbiamo fare questa legge", ma poi quando si vota non si approva un emendamento serio per i Testimoni di Giustizia, si nega a persone oneste, un semplice lavoro, e avere solo una vita normale. Forse, i Testimoni di Giustizia, sono considerati peggio dei disonesti pentiti di mafia con condanne? Probabilmente, sono un niente di niente in questa società Italiana, che crede di avere grandi valori. Eroi nel momento del bisogno, solo quando testimoniano e poi scompaiono nell'anonimato, esclusi dalle coscienze delle istituzioni italiane, che non riconosce più il loro valore, ma vengono considerate anime pronte per essere sacrificati al destino di morti che camminano, consegnati al prossimo offerente, come dei barili da scaricare. Non modelli, perché hanno aiutato la Giustizia nelle indagini per fare condannare mafiosi, che hanno ucciso, all'ergastolo, e soprattutto far risparmiare soldi allo Stato Italiano. Invece vengono buttati, bersagliati da ogni tipo di rifiuto. A subire amarezze, anche quando chiedono un lavoro nella Pubblica Amministrazione, prima di pagare una definiva mazzata, un'umiliazione grandissima, dopo che ne avevano subite altre. Un doloroso calvario che deve durare perpetuamente per molti anni ancora. Lei, non dei disagi, che sono capitati alla nostra famiglia, e in specialmente ai nostri figli. Separati dai loro affetti familiari, dalla loro terra, per entrare in un Programma di Protezione. Cambiare località, andare in scuole diverse da quelle cui erano abituate. E noi prima di mandarle a scuola le dicevamo: "State attenti a quello che dovete dire!" Per questo ringraziamo a Dio, di averci dato due figlie stupende, perché sempre responsabili. Non è facile spiegare a una bambina di nove e l'altra di quattro anni: "Dovete stare attente a non dire il vostro vero cognome, perché le persone cattive possono rintracciare e poi farci del male." Non è stato neanche facile spiegare in parole semplici il motivo di queste bugie, anche se dette in fin di bene. Adesso sono diventate più grandi, capiscono meglio la situazione, e ci dicono: "Avete fatto la cosa giusta, dovete lottare!" Però a volte noi, proprio nei momenti più difficili ci chiediamo: "Ma abbiamo veramente fatto la cosa giusta, però che cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo calvario, e perché fino ad adesso non abbiamo avuto nessun aiuto dallo Stato, se in fin dei conti, per questo Stato siamo solo dei numeri e non delle persone da ricordare per quello che abbiamo fatto!"
A chi importa dei nostri problemi? Forse è troppo chiedere, un lavoro nella Pubblica Amministrazione, dopo che (come si mostra dalla Relazione sui Testimoni di Giustizia della commissione antimafia), viene dichiarato, che abbiamo messo in gioco noi stessi, la nostra vita e i nostri affetti, solo perché abbiamo testimoniato la verità dei fatti. Rappresentanti indispensabili che hanno rotto il muro dell'omertà". Nonostante sia tutelata da una legge, la posizione di noi testimoni di giustizia è stata spesso sottovalutata, confusa con quella dei pentiti, invece d'essere considerati come una risorsa per lo Stato, da tutelare e sostenere. Noi vogliamo essere aiutati da quello stato che avevamo aiutato, ed essere inseriti nel mondo di un lavoro che meritiamo, solamente per cercare di dare alle nostre figlie, non diciamo una vita normale, perché purtroppo non possiamo dargliela, e non abbiamo nemmeno la possibilità. Difatti ci sentiamo in colpa per aver tolto alle nostre figlie la libertà, che hanno le altre ragazze della loro età. Non potranno sentirsi libere di andare a trovare le cugine, gli zii, e vedere il ricordo dei nonni, perché questa libertà gli è stata tolta. Hanno dovuto rinunciare a tante altre cose, come è successo alla più grande, quando aveva dei progetti, e poi non poteva realizzarli, e infine aveva la delusione di dover giustificare alle amiche il motivo per cui non poteva fare certe cose. Era una difficoltà deprimente, giustificare e raccontare solo menzogne. Nei giorni a seguire, mia figlia stava malissimo, piangeva e si disperava. Costernazione, che aveva anche quando cambiava località. Sua sorella, la più piccola ha sofferto anche lei i molti cambiamenti, che le hanno segnato la salute. È stata per due volte all'ospedale per anoressia nervosa, e poi ha avuto problemi a integrarsi nelle scuole, come anche nella maggior parte delle materie (e pensare che prima di sprofondare nella malattia, nei primi anni della scuola elementare andava benissimo). Adesso sta meglio, almeno così diciamo, però prende da molti anni antidepressivi. Infatti, fino ad oggi, ci chiediamo: "Forse non abbiamo pagato abbastanza, non solo perché abbiamo perso tutto quello che avevamo costruito senza l'aiuto di nessuno, ma dovevamo perdere anche la nostra speranza, salute e dignità!" Ci sentiamo come delle persone emarginate, perché è così, noi non risultiamo da nessuna parte! Siamo come delle persone invisibili. Ammalati anche noi di depressione perenne.
Non possiamo lavorare, per motivi di sicurezza da più di dieci anni, solo perché la ragione di questa nuova vita, ci voleva così! Io Francesca ho quarantasei. Mentre io Antonino, ho quarantanove anni e la sfortuna di avere il pollice e l'indice, della mano destra, amputati, e parecchie cicatrici.
La preghiamo di aiutare tutti i testimoni di Giustizia a fare una vita normale.
 
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