Rita Atria
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Piera Aiello


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Non si tratta di gelosia documentale ma si tratta di una precisa volontà di Piera Aiello che in questi anni ha dato troppa fiducia a gente che della sua buona fede ha fatto motivo di speculazione e di interesse personale.

La mia storia inizia quando all'età di 14 anni conobbi Nicolò Atria.

Io e Nicolò provenivamo da culture diverse e questo provocava in me, nonostante l'affetto che ci univa, forti disaccordi. Le radici mafiose di Nicola (Nicolò ) erano talmente forti da essere coinvolto in un gioco spietato e immorale.

Un gioco partito dall'uccisione del padre, il boss don Vito Atria, avvenuta il 18 novembre 1985 a soli nove giorni dal mio matrimonio. Lo spirito della vendetta, tipico di chi nasce e cresce in un ambiente intriso di mafia, ha spinto Nicola a commettere l'errore più grande della sua vita: tentare di vendicare il padre con i mezzi della mafia.
Nicola verrà ucciso il 24 giugno 1991, nel mio ristorante aperto da soli tre giorni e soprattutto davanti ai miei occhi. Dopo la sua morte sono stata perseguitata e sorvegliata a vista dai mafiosi implicati nel suo omicidio. Venni avvicinata da un mio amico carabiniere e dal Sostituto Procuratore di Sciacca, Morena Plazzi, la quale mi portò a Terrasini per conoscere il Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Marsala: Paolo Borsellino.
A quel tempo non sapevo cosa significasse collaborare con la giustizia. Quando incontrai Paolo Borsellino non avevo idea del ruolo che ricopriva e soprattutto non mi rendevo conto dell'importanza di quell'incontro. Dopo quell'incontro Paolo Borsellino per me non rappresentò solo il magistrato che si occupava delle mie testimonianze, ma diventò un amico, un padre a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto (e sono stati tanti !).

La mia sete di giustizia non inizia, come tanti potrebbero pensare, il giorno dopo l'omicidio di mio marito. Infatti, solo qualche mese prima avevo concorso per agente di polizia. Mio marito non fu contrario, mi disse che poteva far comodo, dopo tutto, un poliziotto in famiglia, ma quando gli dissi che se non si sistemava la testa, lui sarebbe stato il primo che avrei sbattuto in galera, quel giorno per l'ennesima volta, mi picchiò, ma ero orgogliosa per essermi ribellata ad una cultura che non mi apparteneva e che rifiutavo totalmente. Ritornando alla mia collaborazione, mi ricordo che quando misi piede a Roma, un Maresciallo di nome Massimo e il colonnello Gentile mi fecero la spesa e mi portarono in un residence, poi mi diedero il mio primo contributo di £ 1.200.000, lo rifiutai perché non erano soldi guadagnati ed io ero abituata a sudarmi i soldi.
Questo funzionario mi disse che li dovevo prendere per forza, in quanto erano soldi per i collaboratori e che ci venivano dati ogni mese, a quel punto non sapendo come comportarmi, chiamai Paolo Borsellino e gli dissi che un Maresciallo voleva darmi soldi che io non volevo. Paolo Borsellino si fece una gran risata dicendomi di prenderli perché io ero diventata una collaboratrice di giustizia, cioè ero sotto tutela dello Stato e dovevo considerare quest’ultimo come un padre che mi manteneva, cioè quei soldi erano un sostegno visto che non avrei potuto lavorare. Dopo quell'episodio incontrai diverse volte Paolo Borsellino, il quale mi spiegò la mia posizione, come mi dovevo comportare, cioè cosa potevo e non potevo fare.

Quando iniziai a collaborare non vi era il servizio centrale di protezione ma l'alto commissariato, un'organizzazione poco funzionante e soprattutto poco attenta al rispetto dei principi fondamentali dell'uomo. Paolo Borsellino, anche se non gli competeva, cercava di sopperire a queste carenze facendo pressioni e soprattutto dandoci qualche soldo per arrivare alla fine del mese. Dopo la morte dello zio Paolo mi sono scontrata con una realtà paradossale, oltre alla mafia dovevo combattere con i funzionari e apparati dello stato per ottenere il mio diritto ad essere cittadina. Per anni ho subito. Bugie su bugie. Umiliazioni su umiliazioni. Sopraffazioni su sopraffazioni. Macchine da tribunale sempre pronte a partire ad arricchire verbali di interrogatori. Non persone. Non cittadini. Ma pesi da trascinarsi, pesi che di tanto in tanto vengono tirati fuori dagli armadi, vengono rispolverati con una telefonata ipocrita da parte di alcuni funzionari dello Stato. Poi il silenzio. Il silenzio che uccide. Che uccide le speranze, lo spirito, la voglia di vivere. Quel silenzio e quella solitudine che secono me hanno spinto la mia cara cognata Rita Atria a spiccare il volo verso una libertà senza vincoli: la morte.

Dal 1991 al febbraio del 1997 per lo Stato ero solo un fantasma. Per farmi fare le ricevute fiscali utilizzavo il codice fiscale di una amica. Nel 1994 mi rispondevano che era una questione di giorni... sono passati altri due anni, e le cose non sono cambiate. La situazione si è sbloccata solo nel febbraio 1997 dopo le pressioni dell'Associazione Rita Atria, di Luigi Ciotti e di Rita Borsellino. L'Associazione ha trascorso le intere vancanze di Natale del '96  a preparare un dossier dove si mettevano in evidenza le violazione dei diritti umani su quattro testimoni di giustizia (due vivi e due morti) da parte dell'alto commissariato prima e del servizio centrale di protezione poi (nel '97  presieduto dal sottosegretario Sinisi).
Le mie lotte con il Servizio non sono ancora finite, nel tempo sono risultata indigesta a tutti i sottosegretari di tutti i partiti. Prima delle nuove elezioni ho messo il sigillo persino sul mandato dell’ex sottosegretario Mantovano.
Il nuovo non lo conosco, speriamo vada meglio.

Comunque oggi sono una cittadina in "libertà condizionata". Io sono sempre in esilio, le persone denunciate da me e da Rita sono libere. La mia storia continua oggi fuori dalle aule di tribunale, continua con i ragazzi delle scuole che prima raggiungevo solo attraverso le lettere che Nadia mi inviava o leggeva al telefono.

Molte risposte le ho dettate al telefono sottoponendo i ragazzi dell’Associazione ad opere di trascrizione molto faticose. Adesso abbiamo il sito, io non sono bravissima con l’informatica ma vi prometto che mi metterò d’impegno affinché questo strumento possa essere il mio nuovo ponte verso tutte quelle persone che in questi anni non hanno voluto dimenticare Rita e me.

... dimenticavo: il 25 luglio 2008 un altro sogno si è avverato nonostante le ostruzioni ministeriali: sono diventata la Presidente dell'Associazione Antimafie "Rita Atria". Anche Vita Maria ne fa parte e questo per me significa rientrare a far parte in maniera partecipata e attiva alla vita sociale della mia Terra. La Sicilia.

Con affetto Piera Aiello

p.s. prima del 2001 anche i testimoni di giustizia si chiamavano "collaboratori".... solo nel 2001 il Parlamento si è accorto che c'è differenza tra i delinquenti che parlano e le persone per bene come Rita Atria e Piera Aiello che invece Testimoniano
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