"Rita Atria" - News
04/09/2009 - «Le immagini sono drammatiche, l’Italia fermi i respingimenti», di Federica Fantozzi su "L'Unità". Affinché nessuno si avvalga dell'alibibi di non sapere..

fonte: http://www.unita.it/news/italia/87934/le_immagini_sono_drammatiche_litalia_f 

«Le immagini sono drammatiche, l’Italia fermi i respingimenti»

di Federica Fantozzi

Shukri Said, somala, 37 anni, due figli piccoli, è in Italia $da 18. Del nostro Paese ha preso la cittadinanza e ha dato nomi italiani ai suoi bambini. Figlia di diplomatici, ex modella e attrice di fiction e teatro, adesso è segretario e portavoce dell’Associazione Migrare, un osservatorio sulle nuove migrazioni.

Come è la situazione nel suo Paese d’origine?
«Drammatica. Dal ’91, dalla caduta di Siad Barre e dai “signori della guerra” in poi, non c’è mai stato un governo legittimo. Solo esecutivi provvisori, ora anche alle prese con l’integralismo islamico. La Somalia è precipitata nella guerra civile e non si è più ripresa. La missione americana Restore Hope fu uno scandaloso fallimento: lì si capì che gli Usa non erano infallibili».

Da cosa fuggono queste persone, disposte ad affrontare le violenze per l’ignoto?
«Non solo dall’instabilità politica e da aggressioni per motivi di opinione. Da caos, guerra, malattie, carestia, faide che dividono fratelli fa cugini. Puoi essere ucciso in ogni momento da rappresaglie inspiegabili».

Nessun raggio di speranza?

«Finora la comunità intellettuale non è riuscita ad imporre regole democratiche per nuove elezioni. E da Paese laico, dove era raro incontrare una donna velata, la Somalia ha visto l’ingresso dell’integralismo. Proselitismo tra i poveri dietro cui si camuffa una grande infiltrazione di Al Qaeda».

Ha visto le foto della situazione nei campi libici pubblicate dall’Unità?

«È da stamattina (ieri, ndr) che piango. Ma la nostra associazione aveva lanciato l’allarme prima dell’estate. Abbiamo testimonianze di torture, sevizie, gravidanze, persone uccise nella traversata dallo Yemen alla Libia. Donne e ragazzi minorenni legati e stuprati dai poliziotti, impazziti per le percosse».

Come giudica la nuova politica italiana dei respingimenti a mare?

«Gravissimo e inaccettabile per uno Stato democratico. L’Italia ha ratificato la convenzione di Ginevra e le leggi internazionali sull’asilo che vietano i respingimenti indiscriminati. Quindi, o l’Italia abroga queste norme o seleziona i profughi».

Non crede ci sia anche una responsabilità dell’Ue che manca di una voce sola e di una responsabilità condivisa sull’immigrazione?
«È così, ci sono diversi interessi in gioco. Anche l’Europa deve prendere in mano la situazione: l’Italia fa parte di una collettività che esprime una politica comunitaria. Roma ha ragione a chiedere collaborazione su quello che è un problema storico, un fenomeno biblico che non si argina con scelte miopi o con i demagogici proclami elettorali della Lega».

Gli sbarchi e i tentativi di sbarco per altro aumentano. Come reagire?

«Con la crisi economica ci saranno sempre più profughi. Bisogna lanciare un Sos alla comunità internazionale, a Obama, all’Onu, al mondo intero. Battete un colpo. È una situazione senza precedenti. Ma vorrei dire una cosa all’Italia...».

Che cosa?

«Il trattato con la Libia per il risarcimento dei danni coloniali dovrebbe essere esteso alle altre ex colonie come Eritrea, Somalia ed Etiopia. Non si possono risarcire i libici e buttare a mare i somali. Né l’Italia può mettersi sullo stesso piano di Gheddafi per il rispetto dei diritti umani».

L’atteggiamento indifferente dell’Occidente può favorire l’espansione di Al Qaeda?

«Ma certo, è l’indifferenza che ricevono in continuazione a buttare le persone tra le braccia dei terroristi. La Somalia non è un Paese povero, possiede bestiame e coste. Però soffre il traffico di armi, rifiuti tossici, scorie radioattive, le ecomafie. È un territorio vasto in posizione strategica. Anche per il crimine».

03 settembre 2009
 
 

Il racconto: immigrati, sangue e torture nelle carceri libiche

di Gabriele Del Grande

La comunità internazionale deve sapere. Siamo pronti a morire. Da ieri abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Abbiamo paura. Questi ci ammazzano. Meglio tornare nel nostro paese, fanculo la guerra, in Somalia almeno eravamo liberi. Qua dentro stiamo tutti impazzendo. Nessun essere umano potrebbe tollerare quello che sta accadendo qui. La comunità internazionale deve sapere». Dopo aver pubblicato le foto delle torture inflitte dalla polizia libica ai rifugiati somali arrestati sulla rotta per l’Italia e detenuti a Ganfuda, vicino Bengasi, siamo riusciti a raggiungere telefonicamente uno di loro. Questo è il suo drammatico racconto. Alle sue parole non rimane niente da aggiungere.

«È cominciato tutto di sera, intorno alle 20. Dopo cena. Sai Ganfuda è una grande prigione. E al centro c’è un grande cortile. Dove ci portavano la sera per l’ora d’aria. All’epoca eravamo un migliaio, la metà somali. Quella sera, a un certo punto, somali e nigeriani hanno assaltato in massa il cancello per fuggire. I poliziotti erano sbalorditi. Erano in minoranza, non sapevano cosa fare. All’inizio ci hanno attaccato con i manganelli. Poi con i coltelli, e alla fine, quando la situazione era ormai fuori controllo, hanno iniziato a sparare, per spaventarci. Sparavano in aria. Ma alcuni sono stati feriti. Hai visto le foto che abbiamo mandato a Shabelle? Lì si vedono! Sono quelli con le garze alla schiena, li hanno portati in ospedale, e li hanno riportati in carcere dopo due o tre giorni. Da allora è un inferno. Ci tengono rinchiusi in cella 24 ore su 24, non possiamo nemmeno affacciarci alla feritoia della porta». «Io di cadaveri personalmente ne ho visti cinque. È stata la polizia a dirci il giorno dopo che i morti erano venti. Non conoscevo bene le vittime. Però due cari amici fanno parte del gruppo dei 130 che sono scomparsi. Tutti i giorni mi telefonano i loro familiari, da Mogadiscio, e mi chiedono notizie. Ma nessuno sa che fine abbiano fatto. Se siano riusciti a fuggire, o se siano in un altro carcere. Con uno di loro avevamo fatto il viaggio insieme. Eravamo partiti dal Sudan sulla stessa macchina. Quando ci hanno arrestato, sei mesi fa, avevamo appena attraversato il Sahara. Prima ci hanno portato nel carcere di Kufrah. Siamo stati lì per un mese. Poi ci hanno trasferito qui a Ganfuda. Dicevano che questo era il centro dei somali».

«Dopo il massacro ci hanno chiamato Amnesty e Human Rights Watch, dicendo che avrebbero avvisato le Nazioni Unite. Ma non abbiamo visto nessuno. Intanto dicono che ci sia stata una specie di amnistia. Un accordo tra la Libia e il governo somalo per cui una parte dei somali detenuti in Libia saranno rilasciati. Ma quell’accordo non vale per noi? Perché il nostro primo ministro non ci viene a visitare? L’unico modo per uscire è la corruzione. C’è uno strano giro sai. C’è un accordo tra gli intermediari somali e certi poliziotti libici. Paghi 1.100 dollari e sei fuori». «Voi da fuori non potete immaginare. Siamo disperati, ci lasceremo morire con questo sciopero della fame! Siamo persone, non possono trattarci come animali! Guarda, davanti a me c’è un ragazzo di 16 anni. Mi fa una pena. L’hanno accoltellato cinque volte, nella coscia. Siamo profughi, non possono trattarci così. Prendi il mio caso. Io ho 25 anni. Ho lasciato Mogadiscio alla fine del 2008. In Somalia non avevo un lavoro vero e proprio. Sai com’è la situazione. Il paese è allo sbando. Sono dovuto fuggire. L’inglese lo parlo così bene perché ho un fratello e una sorella a Londra. Il mio progetto era di raggiungerli. Ma non so se lo sia ancora. Vedi in Libia abbiamo perso la speranza. Non ci resta che la morte. È molto triste. Non riesco a spiegarti. Dovresti vedere con i tuoi occhi. Scrivi. Scrivi sul tuo giornale che chiediamo alla comunità internazionale, alle Nazioni unite e al governo somalo di venire qui a Ganfuda a vedere di persona quello che stiamo passando».

«Scrivi sul tuo giornale, che qui in carcere è peggio che in guerra. Perché non siamo liberi, perché abbiamo perso la nostra dignità. Perché siamo torturati. Prima non ti ho detto una cosa. Tu non sai cosa è successo dopo la rivolta. Per sette giorni, ogni giorno, a ogni cambio di turno, i militari entravano nella cella, senza dire niente, si guardavano intorno e poi iniziavano a picchiare. Ci prendevano a bastonate. Seminavano il terrore. Poi uscivano. E dopo qualche ora arrivava un altro gruppo. Che poi hanno una specie di manganello elettrico. Ma quello lo usavano soprattutto per torturare gli eritrei».

«Credimi. Ti ho detto la verità e voglio essere sincero fino in fondo. Gli eritrei sono stati torturati più dei somali. Molto di più. E sai perché? Perché sono cristiani. Per un problema di religione, i poliziotti sono così ignoranti… Alcuni ragazzi stanno impazzendo. La notte, quando tutti dormono a terra, loro restano in piedi e continuano a parlare al muro, come se avessero le allucinazioni». «Ora mi dici che l’Italia sta respingendo in Libia i somali fermati in mare, non so, forse sarebbe meglio rispedirci direttamente in Somalia. Non so come se la passano i respinti nei campi a Zuwarah e Tripoli, ma se è come da noi a Ganfuda, tanto vale che ci rimpatriate tutti. Portateci via. Dove volete. Anche in Somalia. Ma fateci uscire da qua».

03 settembre 2009