Rita Atria

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Incontro con una donna che ha rotto con la criminalità e con lo Stato PIERA AIELLO, LA NORMALITA’ DELL’ANTIMAFIA

Incontro con una donna che ha rotto con la criminalità e con lo Stato
PIERA AIELLO, LA NORMALITA’ DELL’ANTIMAFIA


di Marco Benanti


Gli “eroi” antimafia sono spesso celebrati, ricercati dai salotti, acclamati dai media e dai flash: un film già visto, che si ripete da tempo in Sicilia. Quando il cronista viene a contatto con uno di loro immagina sempre di dover affrontare schiere di guardie del corpo, di ascoltare storie “estreme”, racconti tremendi di morte e di sacrificio, magari finiti in qualche libro da “hit parade”.
Così quando abbiamo avuto la possibilità di incontrare Piera Aiello, testimone di giustizia, abbiamo pensato di dover affrontare chissà quali prove “antimafia”: invece, è andata proprio diversamente. Un contesto semplice, un gruppo di persone normali, compresi due carabinieri, che la attorniano in mezzo a parole e atteggiamenti ordinari: la conoscenza di Piera Aiello è tutt’altro che “eroica”. E’ la normalità assoluta, dall’abbigliamento al modo di parlare, di una persona, di cui non esistono più immagini né registrazioni audio pubbliche e che forse proprio per questo suscita maggiore ammirazione. Una vita “segregata”, sotto vuoto da tempo.
Perché? Perché ha rotto non solo con la mafia, di cui aveva annusato odori e costumi sin da ragazzina sposata al figlio di un boss, ma con tutto quel mondo “perbene” che ruota attorno alla criminalità organizzata. Il marito, infatti, era il figlio di Don Vito Atria, boss di Partanna, nella valle del Belice: vecchia mafia, usi e costumi della Sicilia di una volta. Piera descrive, quasi con ironia, mentalità e abitudini che facevano parte, un tempo,  della sua vita: come l’anello “di cumparanza” di Don Vito  o le 14 rose che il boss le offrì per il fidanzamento ufficiale. Ma quando cambia la sua vita? Quando Piera Aiello diventa la donna che è oggi? “Lo spartiacque? E’ l’uccisione di mio marito Nicolò, nel 1991. Da allora per me cambia tutto.” Ribellione? Trasformazione interiore? Qualcosa di più profondo: finalmente Piera sceglie. Prima, per condizioni culturali e sociali, forse non lo poteva fare. Cambiare significa denunciare, dapprima i mafiosi. Conosce il Procuratore Paolo Borsellino, i suoi collaboratori, entra nel mondo, spesso contradditorio, dei “collaboratori” o meglio, nel suo caso, dei “testimoni di giustizia”. Le sue parole diventano “armi” micidiali per la mafia: decine e decine di persone arrestate. Poi la testimonianza –di faccia, senza paraventi- al processo per l’omicidio del marito. E loro, i mafiosi che reazione ebbero? “Nessuna –racconta al cronista- mi guardavano ma senza esprimere alcunché, uno sguardo immobile, nessuna parola, nessun insulto”. Il tutto avviene quando ha già la responsabilità di una figlia, sola al mondo come lei: si cambia registro, si deve vivere “in località segreta”. Un’esperienza che lei ricorda ancora quasi con angoscia. “Ricordo quel palazzo dove fui portata, in una grande città –rammenta- era un immobile senz’anima, come la vita al suo interno.” Solitudine, quindi, mentre parenti e amici presto le giravano le spalle. “A poco a poco –dice- ho visto allontanarsi tante persone. La mia scelta non era condivisibile da molti, evidentemente. Ma sono andata avanti lo stesso. Anche i miei genitori all’inizio non erano d’accordo, poi hanno capito e sono stati con me”. Del resto, la sua famiglia è diversa da quella del marito: gente semplice, abituata a poco e alla sofferenza, come quella patita per quella figlia che aveva preso decisioni “sbagliate” per il contesto sociale di Partanna: testimone di giustizia. Che accadde? “Mio padre non trovava più lavoro. C’era sempre un impedimento, quasi un incantesimo. La verità che quando rompi con questo mondo in Sicilia ti fanno patire la fame”.  Una vita difficile, insomma, che si è intrecciata con quella di Rita Atria, la sorella di suo marito Nicolò.  “Con Rita –racconta Piera- abbiamo iniziato la nostra odissea di testimoni, ma lei non ha mai testimoniato in aula. Io invece ho visto tante, troppe aule bunker». E cosa le dicevano per screditarla? “Mi descrivevano come una paesana che cercava di avere soldi dallo Stato”». Come andavano, invece, le cose?  “Abbiamo subìto –prosegue- il passaggio dell’Alto commissariato al Servizio di protezione. Eravamo testimoni e pentiti -oggi chiamati collaboratori- senza alcuna distinzione”. La legge che  fa una distinzione tra collaboratori e testimoni viene approvata nel 2001. “Sono stata lasciata sola – afferma – non hanno idea di cosa significa lasciare famiglia, amici, tutto”. Dopo l’omicidio di Borsellino, Rita si uccide A diciotto anni. In questo baratro, la buona notizia arriva da Milazzo: alcuni studenti, guidati da Nadia Furnari e Santina Latella, fondano nel 1994 un’associazione che porta il nome di Rita Atria.
E lo Stato? “Lo Stato non esiste, non c’è –dice con amarezza- dovrei raccontare delle beghe burocratiche, dell’indifferenza e di tante altre cose. Sono uscita dal programma di protezione nel ’97, dopo cinque anni. Sono testimone di giustizia, non ‘pentita’, un termine che respingo. Mi si chiede dello Stato? Dico solo che ho dovuto fare ricorso al Tar per vendere la mia casa, che, invece, è un diritto riconosciuto ai testimoni di giustizia.”E se potesse tornare indietro cosa farebbe? “Se potessi tornare indietro rifarei tutto. Denuncerei, testimonierei, ma non mi affiderei allo Stato”.

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