Torna a Rita Atria
Castiglione e Genny Carlino
intervistano il giudice Alessandra Camassa.
Nel 1991 il giudice, titolare dell’inchiesta sulla mafia di Partanna, seguì tutti i colloqui di Rita Atria, sin dal primo avvenuto a Sciacca il 5 novembre 1991. Quando il caso divenne di competenza giuridica della procura di Marsala continuò ad occuparsene insieme a Paolo Borsellino capo della Procura di Marsala.
Secondo il giudice A. Camassa, la scelta di Rita Atria di divenire collaboratrice della giustizia si rivelò nel suo evolversi abbastanza dura dal punto di vista emotivo. Ricorda il giudice A. Camassa: «…….io talvolta mi son fatta dei sensi di colpa perché Rita descriveva il padre e il fratello come eroi, anche la descrizione del primo fidanzato Calogero Cascio era abbastanza favolistica, invece io le dicevo chi era veramente il padre e non solo perché essendo un pregiudicato avevamo un fascicolo a suo nome, ma anche per i fatti che lei stessa narrava, le spiegavo che il fratello Nicola faceva affari di droga con gli assassini del padre, ecco allora, ricordo che Rita si chiudeva in un silenzio dignitoso, incassava il colpo senza voler dare a vedere nulla, però si capiva benissimo che soffriva molto. Era una ragazza sensibile e molto intelligente, Rita era anche ironica e simpatica, tuttavia io penso che quando decise di vendicare il padre e il fratello rivelando i nomi degli assassini, non avesse preventivato che le figure del padre e del fratello, da lei amati in modo incondizionato, ne uscissero denigrate. Mentre la cognata Piera Aiello, moglie del fratello, era assolutamente disillusa anche nei confronti del marito, Rita ha sempre manifestato chiaramente di essere molto illusa. Questa cosa io l’ho sempre trovata strana dal momento che Rita era comunque una ragazza equilibrata e ben inserita nella realtà del suo tempo, ecco direi che era una persona lucida, dura e con molta rabbia dentro. La scelta di Piera Aiello, la definisco una scelta sana.
Piera non apparteneva ad una famiglia mafiosa e aveva la chiara intenzione di riappropriarsi della sua vita, non decise di collaborare con la giustizia per vendetta piuttosto per tirarsi fuori. «Ormai da tempo - dice il magistrato - non ho più contatti con lei, ma ho motivi per credere che sia riuscita davvero a rifarsi una vita. Rita invece, era troppo coinvolta emotivamente, troppo bisognosa di affetto e emotivamente immatura . Anche l’incontro con la Giustizia, fu per lei un duro colpo, una grossa smagliatura nel suo sistema morale. Rita Atria non si avvicinò alla Giustizia con fiducia e nemmeno con entusiasmo, immagino quali contraddizioni nel constatare l’umanità di quella Giustizia che lei era abituata a considerare un nemico: io allora ero molto giovane, pur mantenendo il mio ruolo, a causa della giovanissima età di Rita, feci sempre in modo che gli interrogatori si svolgessero in un clima sereno e affettuoso. Per non parlare poi della carica umana travolgente del dottore Borsellino. Ritengo che l’impatto col vero volto della Giustizia e l’idea che la sua cultura di appartenenza le aveva trasmesso fossero davvero contrastanti e che questa contraddizione irrisolta le pesasse interiormente. Riguardo al suo suicidio, io ritengo che l’avesse premeditato da tempo, più precisamente penso che prese forza a causa dell’attentato al giudice Borsellino ma recuperando comunque un’idea, un pensiero di morte premeditato prima. Non c’era stato nessun segnale durante gli interrogatori, che facesse pensare in qualche modo al suicidio. Certo col senno del poi, forse uno, qualche segnale lo trova, ma soltanto col senno del poi.
Personalmente penso che qualsiasi suicidio si rifà anche ad eventi “altri” rispetto a quelli evidenti e manifesti. Talvolta penso alla paura che accompagnò sempre la vita di Rita, paura che io spesso considerai eccessiva e per questa ragione cercavo di rassicurarla, lei a tratti sembrava contenerla, talvolta l’ansia interna tornava manifesta , si sentiva perseguitata nonostante fosse ignoto a tutti il suo domicilio, la città in cui abitava, neanche alla madre fu detto che risiedeva a Roma, ma forse per chi ha avuto due familiari uccisi dalla mafia la paura della morte ha un volto più riconoscibile. Con la madre ebbe sempre un rapporto duro e molto conflittuale, eppure più volte fu lei stessa a chiederle di venire via da Partanna e abitare con lei, quella madre le mancava molto. Per ragioni che non capisco e che non mi sento di giudicare, Giovanna Cannova, madre di Rita, si rifiutò sempre di seguirla».
E ancora, la Camassa ricorda il dialogo tra Paolo Borsellino e la madre di Rita «Signora, sua figlia ha fatto una scelta anche nell’interesse dei suoi parenti. Sta accusando persone che possono avere a che fare con la morte del fratello, di suo figlio. Neanche questa cosa, l’ha convinta a seguire sua figlia? Non capisco l’abbandono. Uno può anche dissentire dalla scelta di una figlia però non l’abbandoni in un momento di difficoltà».
Genny Carlino