’Ndranghetisti? Brava gente!

Chiesa, ’ndrangheta e un perdono che brucia

di Francesca Chirico, Casablanca n. 26


 

 “C’è perdono per tutti, anche per i mafiosi” ha sottolineato con forza monsignor Morosini dal pulpito della chiesa di Polsi qualche settimana addietro. Perdono? Per anni intanto la Madonna della Montagna dalla sua postazione ha osservato imperturbabile le riunioni che sotto i suoi occhi gli ’ndranghetisti svolgevano annualmente dentro la chiesa. Incontri per stabilire, ratificare, decidere… anche omicidi. La Chiesa calabrese tutta negli anni aveva sempre smentito e parlato di vecchie tradizioni folkloristiche o di frutti di sensazionalismo mediatico. Ma nel 2009 è stata smentita da un filmato in cui si vede la ’ndrangheta riunita a cerchio sotto la statua della madonna. Perdono? Meno male che nella stessa chiesa di Mons. Morosini e compagni c’è un’altra chiesa fatta da esponenti che parlano ed agiscono con fermezza e chiarezza nel respingere senza equivoci l’abbraccio mortale della ’ndrangheta.
 

REGGIO CALABRIA – Superato il ponte sul torrente Bonamico, il profano appare subito mescolato al sacro. Il bar-ristorante, la macelleria, le bancarelle di statuette di plastica e tamburelli abbracciano tutta l’area consacrata, incassata in fondo alla valle dell’Aspromonte. Nel caso del santuario della Madonna della Montagna, però, il profano è targato ’ndrangheta e trattiene in ostaggio uno dei luoghi identitari della Calabria, al centro di una millenaria devozione popolare. Messi in fila nelle carte dell’inchiesta Crimine che nel luglio 2010 fece scattare una raffica di arresti tra Calabria e Lombardia, i cognomi di chi gestisce i chioschi attorno al luogo sacro chiariscono subito, infatti, come vanno le cose a Polsi, contrada del comune di San Luca, nel Reggino: a vendere panini e caffè, durante i tradizionali festeggiamenti dedicati ad inizio settembre alla Madonna della Montagna, ci sono i Pelle e ci sono gli Strangio, e cioè i rappresentanti delle due principali cosche di San Luca. Mentre tra gli avventori che ogni anno bazzicano tavolini e aree di sosta, si mescola tutta la geografia criminale reggina, convenuta a vedere, a farsi vedere, a ratificare cariche e accordi sotto il simulacro esterno della Madonna. Una vecchia tradizione che nel 2009, però, non è sfuggita alle telecamere delle forze dell’ordine: il video che filma per la prima volta la ’ndrangheta nel santuario, riunita in cerchio sotto la statua della madre di Cristo, fa il giro del mondo, confermando la bontà delle fonti giudiziarie e letterarie che dagli anni Quaranta avevano raccontato l’“assemblea” annuale delle cosche, e spiazzando la Chiesa calabrese che aveva sempre parlato di vecchie tradizioni folkloristiche o di frutti di sensazionalismo mediatico.

Proprio dal pulpito del santuario oltraggiato, nel cuore della Locride delle vittime di ’ndrangheta senza giustizia, il 2 settembre 2012 il vescovo della diocesi di Locri-Gerace, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini ha sottolineato con forza che “c’è perdono per tutti, anche per i mafiosi”.  “Certamente il perdono - ha rassicurato il presule - non viene dato a buon mercato. Non sono le tre Ave Maria che ci rimettono i peccati.  (…) Certamente prima di alzare la mano e dire ti sono perdonati i tuoi peccati, faremo e diremo come Gesù: cambia vita, convertiti. E solo quando avremo la garanzia del cuore convertito, diremo i peccati ti sono perdonati, anche se poi devi saldare il conto con la giustizia terrena, che è cosa diversa dal perdono cristiano e dalla riconciliazione con Dio”.

Precisazioni, distinguo che non hanno evitato l’incendio della polemica, coinvolgendo familiari di vittime, studiosi e associazioni antimafia e facendo registrare la replica irritualmente piccata dello stesso vescovo contro “certi professionisti dell’antimafia”. Il primo a dolersi per le parole del presule - insofferente anche per la cattiva reputazione del santuario - è stato Mario Congiusta, padre di Gianluca, commerciante trentaduenne assassinato nel 2005 a Siderno  “Questa ricorrenza è preparata sempre con i soliti ricordi: ’ndrangheta, il santuario della mafia, i raduni. Come se Polsi, e il santuario, fosse solo trattabile in termini di mafia ‘sì’, mafia ‘no’. Mi chiedo: - ha ragionato Congiusta - il vescovo Morosini, ovvero la Chiesa, ha diritto di perdonare gli assassini delle tante vittime innocenti di mafia, essendo prerogativa della Chiesa solo assolvere, rimanendo il diritto del perdono prerogativa di chi il torto lo ha subito, cioè le vittime? (…) Gli aspetti che accomunano la maggior parte dei familiari di vittime innocenti, ne conosco moltissimi, sono la mancanza di odio e il grande dolore che scandisce la quotidianità, con l’unico e primario obiettivo di avere giustizia, prima di tutto attraverso l’espiazione della pena. Da quello che ho potuto percepire dalle parole dell’omelia, l’espiazione della pena assume secondaria importanza, non gestendo la Chiesa la giustizia terrena”. Al di là della querelle sul perdono, insomma, le parole di Morosini hanno acceso i riflettori sulla complessità del rapporto tra Chiesa e ’ndrangheta, tra giustizia divina e umana, tra don e boss.

Nella loro costante ricerca di consenso, le cosche calabresi sono spesso davanti all’altare, a trafugare simboli, riti e figure da imbrattare nelle cerimonie di affiliazione, a mescolarsi nelle processioni, mettendosi in spalla Santi e Madonne, ad organizzare feste patronali. In questo scenario per il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, “il problema vero del quale si deve parlare, posto che la ’ndrangheta è e rimarrà davanti all’altare, è cosa fa l’altare dinanzi alla ’ndrangheta”. E le considerazioni del magistrato, intervenuto il 10 settembre a Reggio Calabria al dibattito sul tema organizzato da Stopndrangheta.it e Sabbiarossa edizioni, non sono state rassicuranti: “Ancora oggi alcuni sacerdoti in pubbliche interviste minimizzano il fenomeno mafioso. Ancora oggi, nei processi contro le più agguerrite cosche di ’ndrangheta, vengono chiamati a testimoniare in difesa di imputati alcuni sacerdoti, i quali, come emerge dalle deposizioni rese, non testimoniano tanto su fatti concreti a loro conoscenza, ma si affannano a dare patenti di brave persone, peraltro processualmente inammissibili, ad imputati di mafia. E a questi fenomeni, spiace dirlo, purtroppo non fa eco nella maggior parte dei casi una più autorevole voce di Chiesa a stigmatizzarli”. Pur mai nominato da Creazzo, il riferimento chiarissimo era a don Memè Ascone, l’anziano sacerdote di Rosarno che nel luglio scorso, deponendo al processo All Inside contro la cosca Pesce, aveva garantito:  “Francesco Pesce è un mio amico, Domenico Varrà è un gran gentiluomo e Franco Rao è una brava persona”. I suoi amici devono tutti rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma don Memè non ha dubbi: “In questo processo ci sono persone detenute ingiustamente”. Il pm, durante la sua deposizione, ha abbandonato l’aula. Don Memè non è in Calabria il solo prete finito “in cronaca”. Ci sono sacerdoti ammazzati come boss - nel 1966, nell’ambito della faida di Ciminà, viene ucciso don Antonio Esposito che circolava con la pistola sotto la tonaca, nel 1989 tocca all’economo di Polsi, don Peppino Giovinazzo -  e ci sono sacerdoti entrati in Tribunale da imputati, come don Giovanni Stilo, accusato di associazione mafiosa e poi assolto, e come don Nuccio Cannizzaro, cerimoniere del vescovo di Reggio, Vittorio Modello, rinviato a giudizio nel marzo 2012 per falsa testimonianza aggravata dall’aver favorito la ’ndrangheta. Nello specifico, il boss di Croce Valanidi Santo Crucitti.

Ma in Calabria ci sono pure altari dai quali la ’ndrangheta è stata cacciata in malo modo e con parole definitive. “L’onore è un bene indicibile che consiste nella rettitudine e nella virtù dell’animo, ma l’insipienza degli uomini arriva spesso a fare apparire come onore le cose più inutili e talora gli stessi delitti”, ragionava negli anni Settanta il piemontese Giovanni Ferro, arcivescovo di Reggio Calabria  che la storia dei valori capovolti della ’ndrangheta l’aveva capita e nel 1975, da presidente della Conferenza episcopale calabra, aveva deciso che toccava attaccarla frontalmente e ufficialmente. Scrivendo L’episcopato calabro contro la mafia, disonorante piaga della società, il documento firmato quell’anno dai vescovi della regione, aveva scelto, non a caso, il termine “disonorante”, per sottolineare che l’onore, quello vero, era tutta un’altra cosa. Il 2 agosto 1984, da dietro un altare improvvisato nella piazza di Lazzaro, frazione costiera di Motta San Giovanni, il suo vicario, don Italo Calabrò, sull’onore dei mafiosi ci tornerà con pugno fermo. Di fronte al sequestro dell’undicenne Vincenzino Diano il sacerdote ha deciso di bandire prudenza e comprensione. “I mafiosi si ritengono uomini e, addirittura, ‘uomini d’onore’: se c’è qualcuno che invece non è uomo è il mafioso, e se c’è qualcuno che non ha onore è il mafioso, i mafiosi non sono uomini e i mafiosi non hanno onore; questo dobbiamo dirlo tranquillamente con tutta la comprensione e la pietà”. Don Italo è reggino, ha una passione per gli ultimi e nella sua parrocchia di San Giovanni di Sambatello, regno del boss Mico Tripodo, ha imparato giorno per giorno cos’è la ’ndrangheta e, soprattutto, che la cristiana pietà per i peccatori non deve mai generare silenzio. “Nel coraggio del suo pastore la gente ritrova il suo coraggio”, ama ripetere. E allora don Italo parla chiaro. Ai mafiosi ammazzati celebra i funerali, ma trasformando ogni omelia in un pesantissimo atto d’accusa. Qualche volta se la vedrà brutta. Nel rispetto del suo esempio, non sarà il solo, in Calabria. A don Giacomo Panizza, che a Lamezia Terme ha riempito la casa confiscata alla cosca Torcasio di disabili ed emarginati, gliel’hanno promessa da un po’. E con regolarità glielo ricordano con incendi, bombe, o danneggiamenti. Quello che aveva il compito di ammazzarlo fu ammazzato prima di eseguirlo. Don Giacomo vive sotto scorta. Fiamme dolose, minacce e intimidazioni anche per la cooperativa “Valle del Marro”, fondata da don Pino Demasi per gestire i terreni confiscati alle cosche nella Piana di Gioia Tauro. Mentre a don Ennio Stamile, che a Cetraro durante la messa si era scagliato contro i responsabili di una lunga serie di atti delinquenziali, hanno recapitato una testa di maiale con un pezzo di stoffa in bocca, a mo’ di bavaglio. Esempi, tra i molti possibili, di una Chiesa calabrese che sa anche respingere, con gesti e parole inequivocabili, l’abbraccio mortale con cui la ’ndrangheta vorrebbe infangarla.

Casablanca n. 26