Le Storie -Graziella Campagna Sandro Marcucci Mario Dettori Pippo Fava

Pippo Fava raccontato da Pippo Fava

n.12 Casablanca

Questo è l'editoriale del primo numero de i Siciliani, gennaio '83. La mafia e le sue coperture politiche . La camorra. La guerra. Il "mortale inquiname nto" di Priolo. L'emigrazione , la povertà. Il dolore del Sud. Ma anche la sua dignità, il suo appartenere - nel bene e nel male - a tutti gli italiani. Nessuno di questi problemi è stato risolto, da allora. Non serve un grammo di coraggio di meno.


“I Siciliani” vengono avanti nel grande spazio della informazione e della cultura, nel momento preciso in cui il problem a del Meridione è diventato finalmente , anzi storicamente , il problema dell’intera Nazione. Lo spaventoso lampo di violenza, che una dopo l’altra, ha reciso la vita di uomini (Mattarella, Costa, Pio La Torre , Dalla Chiesa) al vertice della società, h a drammaticam ente rappresentato e s piegato la dimensione della mafia e della sua immane potenza.
Ma questo lampo ha svelato una verità più alta e tragica: la mafia è dovunque , in tutta la società italiana, a Palermo e Catania, come a Milano, Napoli o Roma, annidata in tutte le strutture come un inguaribile cancro, per cui l’ordine di uccidere Dalla Chiesa può essere partito da un piccolo bunker mafioso di Catania, o da una delle imperscrutabili stanze politiche della capitale .
E dietro la mafia, quel lampo sanguinoso ha fatto intravedere altri problemi immensi che per decenni sono stati considerati soltanto tragedie meridionali, cioè, secolari, inamovibili, distaccate dal corpo vivo della Nazione e di cui semmai il Paese pagava il prezzo di una convivenza, e che invece appartengono drammaticamente a tutti gli italiani, costretti a sopportarne il danno, spesso il dolore , talvolta la disperazione.
Il mortale inquinamento del territorio di Priolo, per cui migliaia di esseri umani sono stati condannati a vivere , otto, dieci anni di meno di quanto non potrebbero se vivessero altrove; la base dei missili atomici a Comiso
, contro la quale , a cinquemila, seimila chilometri di distanza, sono perfettamente puntate altre te state nucleari: entro i primi tre o quattro minuti dallo scoppio di un conflitto, mezza Sicilia e due milioni di  esseri umani sparirebbero nella folgore atomica; la ferocia dilagante della camorra che , subalterna e alleata della mafia, sta putrefacendo per sempre la grande anima napoletana; l’emigrazione meridionale al Nord, che dapprima è stata soprattutto speculazione del grande capitale sulla povertà,  ignoranza, disponibilità di centinaia di migliaia di infelici, e
 dura nei giorni della grande recessione s’è trasformata in una grande piaga sanguinosa che assedia le grandi città settentrionali: questi problemi che la Nazione conosceva e che però  si rifiutò di riconoscere come suoi, sono apparsi nel lampo tragico di questi ultimi mesi. Tutto quello che accade a Milano, Roma, Venezia, Torino, nel be ne e nel male , appartiene anche ai meridionali, ai siciliani. Quello che accade nel Meridione e in Sicilia, il bene e il male , la paura, il dolore , la povertà, la violenza, la bellezza, la cultura, la speranza, i sogni, appartiene a tutta la Nazione.
“I Siciliani” giornale di inchieste in tutti i campi della società: politica, attualità, sport, spettacolo, costume , arte , vuole e s s e re appunto il documento critico di una realtà meridionale che profondamente , nel be ne e nel male , appartiene a tutti gli italiani.
Un giornale che ogni m e s e sarà anche un libro da custodire . Libro della storia che noi viviamo. Scritto giorno per giorno.

Pippo Fava: io ho un concetto etico del giornalismo...

Giuseppe "Pippo" Fava
di Sebastiano Gulisano
Fonte: Da Polizia e Democrazia - 2002
5 aprile 2005

"Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere". 
Con queste parole, nel 1981, in un editoriale del Giornale del Sud, Giuseppe Fava spiega cosa intende per giornalismo. Parole che, lo scorso 13 maggio, abbiamo ascoltato dalla voce della figlia Elena, lette in occasione della giornata di studi dedicata al padre dalla facoltà di Lingue straniere dell'Università di Catania, dalla Fondazione Fava e dall'Imes (Istituto meridionale di storia e scienze sociali). Il merito dell'iniziativa va in gran parte a Marzia Finocchiaro, la giovane ricercatrice che ha voluto il convegno sul Fava "giornalista attento, appassionato, coraggioso, valido romanziere, saggista puntuale, fertile drammaturgo, attualissimo sceneggiatore cinematografico e sorprendente pittore". 
Ci sono voluti diciotto anni - tanti ne sono trascorsi dall'omicidio mafioso del 1984 - perché l'opera di Fava, "la grande attualità che ha la complessità di questa figura", cominciasse a essere analizzata nel "tentativo di rintracciare un filo conduttore, unitario, di respiro europeo", chiarisce il preside di Lingue, Antonio Pioletti, aprendo i lavori. "Fili che riguardano un periodo cruciale della nostra storia, dal dopoguerra al 1984: anni - precisa Pioletti - in cui inizia a svelarsi il rapporto tra mafia, politica e affari. Un rapporto di cui Fava, con le sue inchieste e, soprattutto, attraverso la rivista I Siciliani, ha squarciato gli intrecci". Il professore Pietro Barcellona, dal canto suo, descrive Fava come "un grande siciliano" e ne sottolinea le "molte affinità con il Pasolini che ha fatto il processo al Palazzo: denunciavano le stesse cose". 
Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide (Siracusa), nel 1925, figlio di due insegnanti elementari, Elena e Giuseppe, di origini contadine; nel '43 si trasferisce a Catania, dove si laurea in giurisprudenza e si stabilisce definitivamente. Qui comincia a fare il giornalista, collabora con diverse testate regionali ma anche con periodici nazionali - La Domenica del Corriere, Tempo Illustrato -, scrive di cinema e di calcio, di teatro e di costume, realizza interviste memorabili come quelle a Calogero Vizzini e a Genco Russo, storici capi della mafia siciliana. Per anni è capocronista del quotidiano del pomeriggio, Espresso Sera, e quando, alla fine degli anni Settanta, tutti danno per scontato che diventi il direttore, l'editore gli preferisce un altro. Troppo libero, troppo incontrollabile per potergli affidare la direzione. Anche se si tratta di un piccolo giornale, pubblicato dal monopolista dell'informazione etnea, Mario Ciancio Sanfilippo, editore-direttore del quotidiano La Sicilia. 
Quello che Fava instaura con la sua città adottiva è un rapporto d'amore-odio, intenso, passionale: "Io - scrive nel libro-inchiesta I Siciliani, pubblicato nell'80 - sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell'amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla 
mille volte a calci in faccia, sputarle addosso "al diavolo, zoccola!", ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l'animo di oscurità". 
Fava decide di affrontare quella "oscurità", di combatterla, di affrancarsi da quella dipendenza. Si trasferisce a Roma, diventa conduttore di una trasmissione radi
ofonica

 Rai, Voi e io, scrive per Il Tempo e per il Corriere della Sera, segue la messa in scena di alcune sue opere teatrali, mentre Palermo oder Wolfsburg, film tratto dal suo romanzo Passione di Michele, riceve l'Orso d'oro al Festival di Berlino. Fava è autore della sceneggiatura, la regia è del tedesco Werner Schroeter. Un film sull'emigrazione e sulla Sicilia contadina che in Italia non è mai stato proiettato. 
È la primavera del 1980 quando Giuseppe Fava torna a Catania. E ci torna per dirigere un quotidiano, il Giornale del Sud, che fa con una nidiata di giovani cronisti - età media, 23 anni - tra i quali il figlio Claudio, Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, Elena Brancati, Rosario Lanza. Gli editori? "I loro nomi - ricorda Claudio Fava, nel libro La mafia comanda a Catania -, allora, dicevano poco: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa. Tipi ambiziosi, astuti, pragmatici. Nient'altro". Poi si scopre che Lo Turco frequenta il boss Nitto Santapaola, e che Graci ci va a caccia, con Santapaola. 
In una città dove La Sicilia racconta la guerra in atto - cento morti l'anno - come una serie di "regolamenti di conti" non meglio specificati, il Giornale del Sud parla di mafia, di guerra tra clan contrapposti (Santapaola-Ferlito), di traffico di droga e di rapporti tra mafia e politica. Con tanto di nomi e cognomi. Non solo. Fava si schiera contro l'installazione dei missili Cruise a Comiso, provocando l'irritazione degli editori, che gli scrivono: "Non dimentichi che il nostro quotidiano si muove nell'ambito del Patto Atlantico". "Il giorno dopo - racconta Claudio Fava - il Giornale del Sud usciva con otto cartelle di editoriale ironico, sprezzante, beffardo. Contro gli americani, i loro missili, i loro lacchè politici". Insomma, il rapporto tra Fava e gli editori s'incrina presto, fino a diventare conflitto. E il giornalista è licenziato. 
"Fava decide di stare dentro il conflitto - sottolinea al convegno Adriana Laudani, legale della famiglia nel processo agli assassini - e si dà gli strumenti per starci". Insieme a un gruppo di giovani che lo segue dal Giornale del Sud fonda la cooperativa Radar, con l'intenzione di fare un giornale di cui loro stessi siano gli editori. "Quel giornalista - scrive il sociologo Nando dalla Chiesa, nell'introduzione al saggio di Rosalba Cannavò Giuseppe Fava. Cronaca di un uomo - in realtà, creò altri giornalisti, diede vita a un collettivo, fondò una testata tirandola fuori con tenacia dal mondo dell'immaginazione. Fu un maestro. Un maestro che ha insegnato a battersi, con l'arma della parola, a un gruppo di giovani". Quei giornalisti, quella rivista - secondo dalla Chiesa - sono fautori di "un modello di giornalismo in grado di veleggiare da nave corsara nella grande palude della pacificazione". E Fava - ci rammenta dalla Chiesa - è "uno dei maggiori intellettuali siciliani di questo secolo". 
Il mensile I Siciliani arriva nelle edicole dell'isola nei giorni di Natale del 1982. Il primo numero è un volume di 164 pagine che in copertina "strilla" i tre servizi portanti: I cavalieri di Catania e la mafia, È difficile essere giudici in Sicilia, La donna e l'amore nel Sud. L'inchiesta principale, che accenderà i riflettori nazionali sulla città, s'intitola I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa, un autentico atto d'accusa nei confronti di quattro tra i maggiori imprenditori del Sud: Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci (quest'ultimo, uno degli editori del Giornale del Sud), titolari di quattro gruppi imprenditoriali da diecimila posti di lavoro complessivi. 
Quattro mesi prima, a Palermo, la mafia ha ammazzato il generale-prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. È proprio dalla Chiesa, nell'agosto dell'82, a puntare il dito verso Catania: "Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo", rivela a Giorgio Bocca. Dalla Chiesa arriva in Sicilia dopo un'agghiacciante sequenza di omicidi eccellenti senza eguali nel mondo occidentale che, tra il '79 e l'82, insanguina Palermo: cadono il giornalista Mario Francese, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, il consigliere istruttore Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, i capitani dei Carabinieri Emanuele Basile e Mario D'Aleo, il procuratore capo Gaetano Costa, il segretario regionale del Pci Pio La Torre. Una carneficina da fare impallidire persino la Colombia dei narcos. 
Fava lo ammazzano la sera del 5 gennaio 1984, a Catania, dopo undici numeri della rivista, dopo che i potenti della città provano a comprarsi lui e il suo giornale. Ricevendo sempre rifiuti. "Io c'ero in redazione - racconta al convegno Antonio Roccuzzo, uno dei "carusi" di Fava - nel gennaio 1983, il giorno in cui, un mese dopo l'uscita del primo numero del mensile, arrivò l'offerta di Rendo: "Vi compro la rotativa". Rifiutata. E c'ero nove mesi e nove numeri dopo, quando - era l'ottobre 1983, tre mesi prima del 5 gennaio 1984 - arrivò il ministro Salvo Andò a offrire a Fava e a noi la gestione di una nuova emittente. Offerta rifiutata". Infine arriva l'offerta di Graci: 200 milioni per entrare nella proprietà del giornale. Rifiutati. 
Nell'ultimo editoriale scritto per I Siciliani, nel novembre del 1983, Fava racconta le impressioni maturate dopo la messa in scena della sua più recente opera teatrale, che parla di scandali e corruzioni tra i potenti: "Anteprima dell'Ultima violenza, nella sala ci sono tutti i rappresentanti del potere nel territorio, i buoni e i cattivi, i giusti e gli iniqui, i galantuomini e i mascalzoni. Sulla scena per tre ore sfilano i personaggi equivalenti". Alla fine è un'ovazione collettiva, tutti applaudono, tutti si complimentano. E Fava commenta così: "Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d'essere ormai invulnerabili"
Questo senso d'invulnerabilità è documentato da una serie di fotografie. Al centro di ogni foto c'è Nitto Santapaola, assieme a lui, di volta in volta, c'è il sindaco, il presidente della provincia, il questore, il prefetto, un deputato regionale dell'Antimafia, un segretario di partito, qualche giornalista, il rampollo di uno dei quattro cavalieri, il genero di un altro cavaliere... Quelle foto sono la prova più evidente delle collusioni denunciate da Fava. Lui non sa della loro esistenza. In Procura, invece, lo sanno benissimo: le trovano durante una perquisizione, a casa di un mafioso ammazzato. E le tengono nascoste. Finché uno scrupoloso capitano dei Carabinieri non le spedisce a Palermo, al giudice Giovanni Falcone. Stanno agli atti del maxiprocesso, quelle foto. 
Dopo il delitto, invece di partire dalle cose scritte da Fava, invece di partire da quelle foto insabbiate, la Procura di Catania "indaga a 360 gradi" e, secondo La Sicilia, si ipotizzano "questioni di natura privata"; i padroni della città, per voce del proconsole andreottiano Nino Drago, invitano i magistrati a "chiudere presto le indagini altrimenti i cavalieri se ne andranno". Dopo due anni dall'entrata in vigore, a Catania viene applicata per la prima volta la legge La Torre che consente le indagini bancarie nelle inchieste di mafia: sono setacciati i poveri conti di Fava, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori. Questa è la Procura di Catania, nel 1984. Questa è Catania. 
Il quotidiano locale, nel corso degli anni, non perde occasione per intralciare le indagini e disorientare l'opinione pubblica, fino a tentare di screditare Maurizio Avola, il pentito che alla fine del 1993 confessa di avere partecipato all'omicidio e accusa il boss Nitto Santapaola e altri mafiosi di avere ammazzato Fava "per fare un favore ai cavalieri". Se nel frattempo non fossero morti, anche Costanzo e Graci sarebbero stati indagati per il delitto. I giornalisti dei Siciliani, in occasione del tentativo di screditare Avola, denunciano Tony Zermo, inviato e editorialista di punta del quotidiano di Ciancio. Lo denunciano per favoreggiamento degli assassini di Fava, ucciso dieci anni prima. Una denuncia senza seguito, smarrita nei meandri del Tribunale etneo. 
Il 10 luglio del 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Catania conferma gli ergastoli inflitti in primo grado ai "mandanti", Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, mentre assolve i sicari Marcello D'Agata, Vincenzo Santapaola e Franco Giammuso, condannati in primo grado. È definitiva, invece, la condanna a 7 anni di reclusione di Avola. "Aspetto di vedere le motivazioni - dice l'avvocato Fabio Tita, legale di parte civile dei Siciliani - voglio vedere come la Corte concilia la condanna già passata in giudicato di Avola con le assoluzioni. Forse che Avola stava su un'altra auto con altri killer?". 
"Prima (e purtroppo anche dopo) che uccidessero Fava, e proprio per questo, non c'era libertà di informazione a Catania. Né c'è stato mai un vero mercato dei giornali. Non c'è mercato - sottolinea Roccuzzo - in una città da mezzo milione di abitanti nella quale c'è un solo giornale. "Non c'è spazio per due giornali", dicono. Dove lavoro io oggi, a Reggio Emilia (certo non voglio fare paragoni, almeno in termini di ricchezza sul territorio), ci sono tre giornali locali per centomila abitanti. E a Catania, come è a tutti noto, si producono ben più e più gravi fatti da raccontare". A Catania il monopolio dell'informazione scritta, radiofonica e televisiva è nelle mani di Mario Ciancio Sanfilippo, ex presidente della Fieg. Pensate che l'edizione siciliana della Repubblica si stampa qui, nella tipografia di Ciancio, ma le cronache regionali possono leggerle nelle altre otto province dell'isola non a Catania: nei comuni etnei viene distribuita l'edizione nazionale, purgata delle pagine siciliane. 
Così, mentre in Procura, dopo gli anni di Tangentopoli e di Mafiopoli, torna a spirare vento di normalizzazione, un galantuomo come il presidente del Tribunale per i minorenni, Giambattista Scidà, va in pensione col marchio infamante, impresso dal Csm, di "magistrato aduso a formulare nei confronti dei colleghi accuse del tutto gratuite". Ha denunciato scandali, Scidà. Viene fatto passare per viosionario, pazzo, calunniatore. La città si stringe attorno all'anziano giudice, la cui rettitudine morale è nota a tutti; in pochi giorni vengono raccolte più di quattromila firme di persone che gli esprimono solidarietà. Firme inviate al presidente Ciampi e al Csm. Durante un'affollata assemblea, un docente universitario afferma: "C'erano due rompiscatole in questa città: uno lo hanno ammazzato, Fava; l'altro, Scidà, lo stanno infamando". Persino la Commissione parlamentare antimafia si schiera con Scidà, tessendone le lodi in due fitte pagine della relazione su Catania. Per l'organo di autogoverno dei magistrati, invece, Scidà è solo un uomo da bruciare. 
Intanto La Sicilia, pochi giorni prima del convegno su Fava, rimpiange "la grande imprenditoria dei cavalieri del lavoro spazzati dall'ondata giustizialista seguita al delitto Dalla Chiesa". Il pezzo è firmato da Tony Zermo. Nel 1998, sempre Zermo, sceglie il giorno successivo all'anniversario del delitto per recriminare sulla scomparsa dei cavalieri, così bravi e potenti "da attirare non solo ammirazione, ma anche invidia, tanto che qualcuno, negli anni bui li soprannominò i "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" come se i mali della città dipendessero da loro". Giuseppe Fava derubricato a "qualcuno", "invidioso". 
Solo la voce di Claudio Fava si leva contro le mistificazioni del quotidiano di Ciancio: "Quell'onda giustizialista a cui si riferisce Zermo non è mai esistita nei confronti di Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro. C'è stata semmai, e per lungo tempo, una risacca di impunità". Il giornalista, oggi europarlamentare dei Ds, nella lettera inviata al quotidiano aggiunge che, quella di Zermo, gli sembra "un'affermazione tragicamente ingenua: pensare cioè che quel modello d'affari, fabbricati a tavolino sulle esigenze e gli appetiti di un manipolo di imprenditori, sia stato davvero una ragione di sviluppo per Catania e per la Sicilia. È vero esattamente il contrario. Pochi signori definivano il destino della spesa pubblica mentre decine di altri imprenditori restavano ai margini, soverchiati, soffocati o risucchiati. Lei - scrive Fava, rivolgendosi al direttore del quotidiano - ricorderà, come tanti, quell'inimitabile intervista di uno dei cavalieri che a un giornale nazionale spiegava: ci siamo seduti e abbiamo deciso: a me le dighe, a te gli aeroporti e così via. Un ragionare degno di un'economia sudamericana. Basata su rapporti di forza e privilegi consolidati: non certo su meriti imprenditoriali. Che erano assai scadenti. Tant'è che, appena il mercato ritrovò il rigore delle regole, quei cavalieri furono spazzati via". 
Dalle parole di Claudio Fava emerge chiaramente come La Sicilia non coltivi quella "memoria storica" che Nando dalla Chiesa attribuisce a Giuseppe Fava. "Il giornalismo di Fava - sostiene il sociologo, oggi senatore dell'Ulivo -, favorito dal suo rapporto fortissimo con la dimensione della storia, costruisce e ricostruisce i fatti, rielabora le informazioni, non si stanca di raccontarle. In questo senso ho detto altrove che Fava non era stato ucciso perché avesse capito di più, ma perché aveva dimostrato il coraggio di riproporre, di ricordare, laddove gli altri correvano a dimenticare, a seppellire. Con lui viene ucciso il giornalismo che sta nella storia Con Fava è stato ucciso un intellettuale, uno specifico modo di intendere la funzione dell'intellettuale nella Sicilia degli anni Ottanta". 
Un giornalismo e un modo d'essere intellettuale che, con ogni probabilità, non piace nemmeno a Ferdinando Latteri, rettore dell'Ateneo di Catania, esponente di Forza Italia, che nel suo breve saluto ai convegnisti riesce a non citare nemmeno una volta Giuseppe Fava. Resta la promessa del preside di Lingue, Antonio Pioletti, il quale, parafrasando Francesco Saverio Borrelli, s'impegna a "continuare, continuare, continuare".

Passione di Michele/ Palermo--Wolfsburg

di Vincenza Scuderi n. 22 Casablanca

Ci sono elementi narrativi che volentieri si ripetono nell'opera di Pippo Fava, come se a essere raccontate non fossero di volta in volta storie diverse, ma sempre un'unica grande storia osservata da diverse prospettive.

Pensiamo a Passione di Michele (1980), l'ultimo romanzo che Fava poté scrivere. Il titolo lo ruba a se stesso, o meglio alle parole di un proprio personaggio, un avvocato difensore, che nell’ultimo capitolo di Prima che vi uccidano (1976) dirà: “Della passione di Gesù Cristo che visse duemila anni fa sappiamo tutto. Della passione di Michele Passanisi, vita e morte di Michele Passanisi, non sappiamo niente. Un uomo come milioni. Ehè! Tutto ciò è molto scomodo per la giustizia”. 

Il Michele di Prima che vi uccidano e quello di Passione di Michele sono gli sviluppi possibili di uno stesso personaggio: nel povero cavatore di pietra che diventa bandito senza sapere come, e nel giovane emigrante che in un raptus si farà assassino, è raccolto il marchio di quell'ingiustizia sociale a cui essi vorrebbero sottrarsi ma che continua a dominarli, trasformando la ricerca di dignità in un impossibile riscatto.

Benché sia un testo assolutamente “organico” all'opera di Fava, Passione di Michele nasce però da una circostanza particolare, dall'incontro cioè dello scrittore siciliano con un regista tedesco fortemente legato all'Italia, Werner Schroeter. Si conobbero nel 1978, quando Schroeter trascorse un lungo periodo in Italia per girare e montare Nel regno di Napoli.

Il film che Fava e Schroeter progettarono insieme era in parte ispirato a un fatto di cronaca accaduto in Germania qualche tempo prima, che aveva visto l'uccisione di due tedeschi per mano di un giovane immigrato italiano. Prima della sceneggiatura però Pippo Fava scriverà il romanzo, e da questo trarrà la sceneggiatura di cui poi con Schroeter fisserà la versione definitiva (mentre dei dialoghi sarà coautore Orazio Torrisi). Il film, che reca il titolo Palermo oder Wolfsburg (Palermo oppure Wolfsburg), vincerà - ex aequo con Heartland di Richard Pearce - l'Orso d'Oro al festival di Berlino del 1980, ma paradossalmente non verrà distribuito in Italia.

Esso narra, come il romanzo che apparirà nello stesso 1980, di un ragazzo di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, che a metà degli anni Settanta per aiutare economicamente la famiglia si muove alla volta di Wolfsburg. Giunto in Germania crede d'aver trovato un Eldorado che lo affranca dalla povertà e dalla servitù a un padrone, senza rendersi conto, come gli spiegherà un immigrato napoletano d'idee anarchiche, che anche lì alla Volkswagen c'è un padrone, ma ancora più distante dei latifondisti di Palma, irraggiungibile e senza nome.

Palma di Montechiaro è un cittadina tristemente cara a Fava: la descrive nella raccolta di reportage Processo alla Sicilia (1967) e più volte, anche quando non si farà esplicito riferimento a Palma, l'eco di quelle parole, la visione dolorosa di quelle scene, tornerà ancora nei suoi scritti: un territorio in cui trionfava la mortalità infantile, la povertà era endemica e l'unica reale fonte di reddito della popolazione era costituita dal salario che gli uomini emigrati all'estero spedivano ai familiari.

Da questo mondo ai limiti dell'invivibile proviene dunque il giovane Michele (il cui cognome qui è Calafiore), e vi proviene Nicola Zarbo, abitante di Palma, attore non professionista che nel film interpreta il ruolo di Michele e gli dà perfino il proprio nome: la scelta di Schroeter infatti è quella di sostituire il più possibile i nomi pensati nel romanzo e nella sceneggiatura con i veri nomi degli interpreti, specialmente quando si tratti di attori non professionisti, rendendo come più concreta la volontà neorealista che sottostà al film.

Alla stessa ragione neorealista, ma insieme estetizzante (Schroeter combina, potremmo dire, le due anime di Visconti), si deve il fatto di aver man mano modificato la sceneggiatura in base a ciò che i “non attori” erano in grado di offrire al film (come gli inserti della Passione di Cristo recitata dagli abitanti del paese).

Proprio per questa ragione la differenza più evidente fra il romanzo e il film sarà costituita dalla lingua dei personaggi: nel romanzo anche i personaggi siciliani, come nella tradizione letteraria isolana, si esprimono in italiano ma lasciano intendere il siciliano; i dialoghi del film invece sono in siciliano, in italiano, talvolta in sardo (quando a parlare sono alcuni compagni di lavoro di Nicola provenienti dalla Sardegna, assenti nel libro), e naturalmente sono in tedesco.

Per buona parte del romanzo, invece, a noi lettori non ci è dato sapere che cosa venga detto in tedesco a Michele: esattamente come lui riceviamo delle percezioni, ma non una certezza di quanto venga pronunciato.
Così non sappiamo che cosa gli dica veramente Gabrielle, la ragazza di cui egli si innamorerà al suo arrivo a Wolfsburg, non sappiamo quali siano le parole dei due giovani che Michele ucciderà, amici di Gabrielle, che fin dall'inizio lo prenderanno in giro e gli dimostreranno solo disprezzo.
La nostra comprensione linguistica di lettori cambierà soltanto nell'ultima parte del romanzo, dopo l'omicidio, quando assisteremo al processo. A quel punto ci sarà chiara ogni singola parola. È come se la presenza degli interpreti in tribunale valesse anche per noi: adesso anche noi lettori
possiamo sapere che cosa viene detto intorno a Michele lassù in Germania; è Michele invece che non sarà comunque in grado di capire nulla di ciò che accade intorno a lui, avvolto in uno stato allucinatorio. Nel film questo suo distacco dalla realtà circostante sarà reso, iconograficamente, dalla scelta di conferire a Nicola Zarbo la postura di Renée Facolnetti nella Passione di Giovanna d'Arco di Dreyer, con il viso estatico e lo sguardo perso verso l'alto.
Mentre un elemento in comune fortissimo fra il romanzo e il film sarà, in quest'ultima parte, la deformazione della realtà attraverso le allucinazioni di
Michele/Nicola: in entrambi i casi potremo “vederle”, con un passaggio netto da un neorealismo talvolta estremo a un vero e proprio espressionismo.
Noi lettori/spettatori, quando giungiamo al processo, sappiamo bene che è vero, Michele ha ucciso due ragazzi poco più grandi di lui, Hans e Gustav, reagendo in modo smisurato con la lama del suo coltello all'ennesimo atteggiamento spocchioso dei due giovani, e al fatto che poco prima
alla festa organizzata dalla Volkswagen la ragazza di cui lui si è innamorato gli ha preferito i due ed ha ballato con loro; ma sappiamo anche che con quella lama Michele/ Nicola ha reagito a tutta l'incomprensione e il disprezzo che sente ricadere su di sé e a tutto quel mondo che non capisce.
Noi sappiamo bene, perché l'abbiamo visto con i nostri occhi, che Michele/ Nicola giù a Palma era felice pur in una realtà di degrado: trascorreva le giornate con gli amici che si raccoglievano attorno al maestro Roberto, musicista appassionato di Bellini che a Bellini si atteggiava con aria melodrammatica, attraversava in groppa al suo asino gli scorci più belli delle campagne di Palma; mentre a Wolfsburg vive l'alienazione dell'immigrato inserito in un contesto di per sé alienante qual è quello della fabbrica.
Sarà Giovanna (interpretata nel film da Ida di Benedetto), la proprietaria di un bar a Wolfsburg che è punto di riferimento specialmente per immigrati italiani, che, chiamata come teste, sottolineerà la grande contraddizione di provenire da un paese dove regna la bellezza e insieme la maledizione
della povertà e del degrado, lei che ha perso un figlio perché l'ospedale più vicino a Licata distava cento chilometri. E le parole di Giovanna sulla situazione di quel territorio, tanto nel romanzo quanto nel film, sono quasi alla lettera le parole che Fava aveva scritto in Processo alla Sicilia,
parlano di città senza fognature, di bambini che muoiono e che pure sono l'unica ricchezza di quella terra, parlano di emigrazione.
A completare il ragionamento di Giovanna, nel romanzo vi sarà un'altra figura, l'avvocato difensore italiano, sviluppo in fondo di quell'avvocato che appare in Prima che vi uccidano. L'avvocato pronuncerà un'arringa con cui sa che non potrà far assolvere Michele, ma potrà istillare con le sue parole il dubbio, un dubbio che va ben al di là del singolo caso giudicato in quel tribunale: “E allora io ho questo dubbio...
Questo dubbio, questo dubbio... Tutte queste cose nell'animo umano, le cose che esistono nel mondo e nessuno le vede, che la società rifiuta, che la giustizia esclude...
Tutto questo non può fare soltanto la pazzia di un ragazzo e la morte di un altro giovane, ma una cosa così orribile, da un momento all'altro così spaventosa... Fate conto che un giorno tutti gli uomini che muoiono di fame nel mondo, un giorno vengano qui... morti per morti, e comincino a uccidere Hans e Gustav e tutti gli Hans e Gustav di questo paese...”.