Processo Mauro Rostagno Trapani Il Processo Rostagno

Mauro Rostagno

1° Racconto, di Rino Giacalone

Scarica la richiesta di custodia cautela

Il processo è raccontato dalla viva "voce" di Rino Giacalone. Ringraziamo Rino per il lavoro di VERA informazione.
09 febbraio - Post Facebook: http://www.facebook.com/groups/169068116473254/doc/170549282991804/

1° racconto. Rino Giacalone

Rino Giacalone

Proviamo a raccontare con parole nuove il processo per il delitto di Mauro Rostagno che lo scorso 2 febbraio ha avuto avvio dinanzi alla Corte di Assise di Trapani. E cominciamo a raccontarlo parlando del presidente della Corte, il giudice Angelo Pellino. Un giudice che si incrocia in una storia fatta di nomi che si sovrappongono, Mauro Rostagno e Peppino Impastato. Ma non solo. Lo scrissi già una volta, si scrive Peppino Impastato ma si legge Mauro Rostagno. Ma la cosa funziona anche al contrario. Peppino, ucciso a Cinisi 33 anni addietro, 9 maggio 1978, Mauro ammazzato a Lenzi (Valderice) dieci anni dopo, il 26 settembre del 1988, quasi ventitre anni addietro. Peppino quella sua ultima sera di vita venne seguito da un’auto con sopra i suoi assassini quando era appena uscito dalla sede di Radio Aut, Mauro stessa cosa, venne pedinato dai suoi carnefici appena messo il naso fuori dalla sede di Rtc, tv privata di Trapani. Due giornalisti senza tessera che però sfidavano i poteri presenti nei rispettivi territori con la caparbietà dei migliori cronisti. Il giudice Angelo Pellino lo ha scritto a chiare lettere nell’ordinanza con la quale ha ammesso nel processo Rostagno le parti civili riconosciute nell’ordine dei giornalisti di Sicilia e nell’associazione siciliana della stampa, il sindacato dei giornalisti. Non c’è dubbio che Rostagno faceva il giornalista e per come sostiene l’accusa per le sue cronache fu ucciso.

Cosa c’entra il giudice Angelo Pellino con Impastato e Rostagno? Il giudice Pellino è stato giudice a latere in Corte di Assise a Palermo per uno dei processi per il delitto Impastato, quello che riguardò Vito Palazzolo. Palazzolo fu condannato a 30 anni, nel frattempo è deceduto, il giudice Pellino nella sentenza da lui scritta annotò che sulle indagini grava l'intollerabile sospetto di un sistematico depistaggio o comunque una conduzione delle stesse viziata da uno sconcertante coacervo di omissioni, negligenze, ritardi mescolati ad opzioni investigative preconcette che ne avrebbero alterato la direzione e lo sviluppo. E Rostagno? A sentire i pm Gaetano Paci e Antonio Ingroia non sono stati pochi durante le indagini per l’omicidio del sociologo e giornalista torinese, i depistaggi, le false piste, funzionali ad allontanare non solo la matrice mafiosa, ma anche le connessioni tra mafia e pezzi dello Stato, le cui ombre fanno da scenario al delitto.

Non è dunque la sola morte crudele e violenta che ha reso sovrapponibili le loro storie, per Peppino Impastato e Mauro Rostagno ci sono stati assassini diversi, ma il comune denominatore è lo stesso, la mafia e la politica che non gradivano (non gradiscono) intromissioni, soprattutto quando a farle ci sono giornalisti, anche senza tessera come erano Peppino Impastato e Mauro Rostagno, che oggi se in vita si potrebbero vedere da qualcuno, interessato più a sparlare di antimafia che non occuparsi della mafia, appellati come professionisti dell’antimafia, non in senso elogiativo. Magari da qualcuno di quei sindaci che si sono costituiti parte civile nel processo cominciato a Trapani. Di quelli che parlano di legalità e che dicono di avere conosciuto sulla propria pelle la mafia, ma che poi si dimenticano magari di denunciare i contatti alla magistratura. A Trapani è oramai cosa nota, una volta si diceva che la mafia non esisteva, oggi si dice che la mafia è sconfitta, in fin dei conti si vuole dire sempre la stessa cosa, la mafia non c’è, ma purtroppo non è così, perché la mafia è oggi dentro le istituzioni, esercita il mestiere di imprenditore, e fa politica, presentandosi con i volti nuovi della seconda repubblica. Ma il bluff si speri che non duri ancora molto.

Il giudice Pellino non è un giudice qualsiasi. Il suo lavoro lo ha portato a interessarsi di delitti di altri giornalisti, Impastato, Rostagno, ma anche Mauro De Mauro. E poi di stragi mafiose commesse a Palermo, come quella di viale Lazio. Un giudice competente e attento, quello che ci vuole per un processo indiziario quale è quello per il delitto di Mauro.

Rino Giacalone

 

2° Racconto di Rino Giacalone

di Rino Giacalone

 «Un traffico di armi in provincia di Trapani? Certamente ce ne sono stati».

La risposta è inserita in uno dei verbali resi nel 1997 dal pentito di Mazara Vincenzo Sinacori nell’ambito delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. Non sono state risposte molto ricche di particolari quelle di Sinacori e però sembrano potere contribuire a riempire, anche se in minima parte, quel buco delle indagini sul movente del delitto commesso dalla mafia 23 anni addietro. Imputati in Corte di Assise sono Vincenzo Virga e Vito Mazzara.

Fino ad oggi il movente accreditato è quello del «fastidio» che Rostagno giornalmente arrecava a Cosa Nostra dagli schermi di Rtc. Tesi questa sostenuta dallo stesso Sinacori che ha riferito di un «summit» tenutosi nel 1988 in un oleificio di Castelvetrano, durante il quale il «padrino» don Ciccio Messina Denaro informò la «cupola» che aveva dato incarico a Vincenzo Virga, capo mafia di Trapani di «farsi (uccidere) quello con la barba», Mauro Rostagno.

Dietro le quinte resta la pista di un traffico di armi che lo stesso Rostagno avrebbe scoperto in quel periodo, con aerei che atterravano e decollavano dall’aeroporto ufficialmente chiuso di Kinisia, quello sul quale venne rinvenuta una indicazione, ben più visibile dall’alto che dal basso, riconducibile ai segnali «cifrati» di Gladio, l’associazione segreta che in Sicilia si sarebbe occupata di «affari oltremodo riservati» fuori dallo schema originario, ossia di struttura della Nato, perchè questo era Gladio, che doveva occuparsi di fronteggiare il pericolo «comunista». Lo scenario sembra quello fatto di grandi commistioni, la mafia, apparati deviati dello Stato, la massoneria. Sinacori ha fatto i nomi dei possibili boss mafiosi trapanesi che erano massoni, Totò Minore (eliminato dai corleonesi nel 1982), Vincenzo Virga, oggi in carcere a Parma, Michele Buffa, deceduto durante il processo scaturito dall’operazione della Polizia «Rino 3».

Il traffico di armi del quale parla Sinacori risale a tre anni prima il delitto Rostagno, al 1985. «Lo organizzarono i marsalesi e gli alcamesi insieme». Sinacori non ha escluso che altri carichi possono essere arrivati in seguito: «Non è che ogni giorno avevamo bisogno di armi, però questi traffici passavano per Trapani». Ma il racconto di Sinacori tocca anche altri aspetti degli «affari» segreti della mafia. Il traffico di rifiuti tossici. Fino ad oggi si è saputo di rifiuti pericolosi che sono stati smaltiti segretamente nelle nostre cave, rifiuti speciali, radioattivi, tra Marsala e Mazara e a Castellammare, ma le ricerche non hanno dato esito.

Il pentito Sinacori dice dell’altro. I rifiuti che da Trapani partivano verso il settentrione e il nord Italia. Traffici illeciti con l’impronta mafiosa. «C’erano rifiuti che provenivano dagli ospedali», invece di essere smaltiti davvero si facevano sparire. Erano le imprese della mafia a gestire questi appalti: «Per quello che ne ho saputo questi carichi finivano in Umbria».

Sfogliando le pagine degli atti processuali una cosa emerge con chiarezza: Mauro Rostagno è morto perché dava fastidio a Cosa nostra trapanese. E la cosa ci può stare sia se si parla di fastidio per gli interventi in tv. sia se si tratti di un fastidio preventivo, per impedirgli di dire qualcosa che aveva appreso, ma in questo caso la mafia può avere appreso delle conoscenze di Rostagno solo da una "gola profonda", di qualcuno del quale Rostagno si fidava tanto da confidargli i suoi "segreti".

Il dato processuale è quello che in un modo o in un altro i suoi interventi dagli schermi della tv locale Rtc, l'infiormazione che forniva, fuori da ogni schema, di ieri, come potrebbe risultare anche di oggi, erano carichi di sfida contro la mafia, di ironia, ma non solo, anche disprezzo, nei confronti di un sistema politico locale che si faceva facilmente corrompere e che lasciava le città in abbandono. E il padrino di Castelvetrano, don Ciccio Messina Denaro, morto nel 1998, ha rivelato ancora Sinacori, per questo diede l'ordine di eliminarlo al capo mafia di Trapani, Vincenzo Virga: «A sparare devono essere stati i killer più esperti» ha detto Sinacori e tra i nomi indicati all'epoca fece anche quello di Vito Mazzara, il campione di tiro a volo in carcere, come Virga, per una serie di omicidi, come quello dell'agente penitenziario Giuseppe Montalto, ucciso l'antivigilia di Natale del 1995, «come regalo di Natale ai boss in carcere da parte di quelli liberi».

Sinacori ha anche parlato di traffici di armi e rifiuti, collocandoli sempre tra la metà e la fine degli anni ’80. Era l'epoca in cui tra Marsala e Mazara stavano nascosti i latitanti più importanti di Cosa nostra, come Totò Riina, erano gli anni in cui sono spariti, inghiottiti da lupare bianche, i vecchi boss trapanesi, uccisi dai corleonesi «perché di loro non si fidavano abbastanza». E perché tanta ricerca di fiducia e di cieca obbedienza da parte di Riina e soci? La cosa si può spiegare solo con la necessità di essere sicuri che «certe cose» potevano farsi senza che nessuno avrebbe mai tradito niente. Un traffico di armi, un altro di scorie e rifiuti tossici, fatti con la complicità di pezzi dello Stato potrebbe giustificare la necessità di essere attorniati da chi sapeva mantenere il silenzio.

Un po’ di più si potrà cominciare a capire dall'udienza in Corte di Assise a Trapani del 16 febbraio. Se cioè c’è la possibilità che durante il processo in corso per il delitto Rostagno si possano davvero aprire quegli scenari rimasti «socchiusi». Tra i testi chiamati a deporre, l’ex capo della Mobile Rino Germanà, oggi questore a Forlì, uno dei pochi che può dire di essere sfuggito ai killer mafiosi (Messina Denaro, Bagarella e Graviano tentarono di ucciderlo a Mazara il 14 settembre del 1992): Germanà nel rapporto presentato alla procura nel dicembre 1988 scrisse a chiare lettere la matrice mafiosa del delitto. Verranno sentiti ancora l’ex comandante provinciale dei carabinieri, l’allora colonnello Montanti, l’ex comandante del nucleo operativo, oggi anche lui alto ufficiale dell’arma, Elio Dell’Anna. Tra i testi l’odierno comandante della stazione di Buseto, maresciallo Beniamino Cannas. Non ci sarà invece Monica Serra una teste oculare del delitto, c’era lei in auto con Rostagno, quel 26 settembre del 1988. Rimase miracolosamente illesa: capacità che in altri delitti solo i sicari mafiosi hanno dimostrato di possedere. E quel fucile scoppiato tra le mani di uno dei killer che aveva fatto pensare a degli inesperti all’opera secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri? «Cose che possono succedere anche ai mafiosi» ha detto il pentito Sinacori.

In un oleificio di Castelvetrano fu deciso dalla mafia di eliminare Mauro Rostagno. Il pentito Sinacori disse che vi partecipò con il capo mafia di Mazara, Francesco Messina detto “u muraturi”. L’ordine di ammazzare Rostagno venne dato dal «padrino» Francesco Messina Denaro. «Certamente c’era il consenso di Riina – ha detto Sinacori – perchè non si faceva cosa se lui non lo sapesse». E che è stata sicuramente la mafia a ucciderlo era cosa nota tra le «famiglie»: «Nessuno chiese mai chi avesse fatto quel delitto, segno questo che si sapeva che eravamo stati noi, la mafia».

 
 

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