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"Incidente" del Monte Serra

Il Monte Serra. Era il 3 Marzo 1977. Ore 15.10. Giovedì

Dal libro Inedito del Capitano Mario Ciancarella...

Il Monte Serra. Era il 3 Marzo 1977. Ore 15.10. Giovedì.

DSCF2459.JPG Ero quasi al termine del mio primo servizio da Capitano d'Ispezione. Esso consisteva in una settimana di presenza continuativa in base, alle dirette dipendenze del Comandante in prima, per un particolare servizio e ruolo di "supervisione" di tutti i servizi interni, in specie quelli relativi alla sicurezza.Il servizio diveniva più strettamente operativo e carico di vera responsabilità al termine dell'ordinario orario di lavoro, quando cioè il capitano di ispezione diviene il
referente di ogni necessità o anomalia, da segnalare il giorno successivo al Comando, o sulle quali adottare immediate decisioni in attesa del rientro del Comandante stesso o dei responsabili degli specifici servizi interessati, qualora l'urgenza o la natura dell'imprevisto fossero tali da esigerne la urgente convocazione in base. Una settimana impegnativa, dura, che avevo trascorso nella lettura e nella verifica dei compiti per ogni particolare e singola previsione di emergenza: dirottamenti aerei, incidenti, allertamento operativo ed altre.

Avevo dormito pochissimo, avevo imparato tante cose e conosciuto altri aspetti insospettabili e sconcertanti della degenerazione del sistema. Luciana era venuta a trovarmi, per cenare insieme al circolo, ogni sera, con quel piccolo frugoletto di tre anni che era Sasha ed una coppia di amici - lui era un sottufficiale, lei una simpaticissima scozzese - con cui per anni avremmo condiviso una profonda amicizia, che si è poi spenta progressivamente come è purtroppo accaduto per ogni rapporto attorno a noi e tra di noi. Ero al Circolo Ufficiali, quel pomeriggio, e giocavo a carte - a pinnacolo, un gioco che non avrei più esercitato dopo quel pomeriggio - con alcuni colleghi in attesa della fine dell'orario dei lavori e quindi dell'inizio della mia diretta operatività e responsabilità. Fui chiamato al telefono dal centralino: "Abbiamo perso un velivolo", fu la secca informazione, secondo le previsioni relative a circostanze di incidenti. Fui colto così di sorpresa da non realizzare immediatamente la gravità della situazione. Tornavo al tavolo da gioco ripetendo tra me e me quella comunicazione. Quando, nel ripeterla al Cap. Lista, essa mi esplose dentro con tutta la sua sconvolgente e dirompente realtà. Avevamo perso un aereo. Terribile. Su quell'aereo c'erano colleghi, amici - uomini dell'equipaggio -, e forse c'erano anche dei passeggeri. Mentre correvo verso la sala operativa, per mettermi a disposizione del Com.te avevo una sorta di terribile presentimento: e se si fosse trattato del volo di ambentamento per una quarantina di allievi Ufficiali della Accademia Navale di Livorno, sul C-130 Hercules, nominativo Vega 10, in cui volava come secondo pilota il capitano Murri? Poche ore prima, appena a mezzogiorno, ero stato a pranzo proprio con lui. Era assente ormai da molti mesi dalla base ed era quindi fuori dalla diretta operatività. Noi tutti però sapevamo che quelle assenze, agevolate dai Comandanti, certificate con periodi di inidoneità psico-fisica dall'Istituto Medico Legale, erano in realtà legate alle condizioni disperate di salute della moglie. Malata di tumore la signora, benchè operata in Svizzera, mostrava un progressivo peggioramento verso una inesorabile sorte infausta. Era evidente, nella imbarazzata impotenza di ciascuno di fronte al suo evidente strazio, che tutti condividessimo le agevolazioni che i Comandanti ritenevano di accordargli, perchè potesse rimanere il maggior tempo possibile accanto alla moglie, in Puglia, dove era stata trasportata, a casa della madre, per i suoi ultimi giorni. Era tornato, alla fine di Febbraio, per il breve tempo necessario ad effettuare una "ripresa voli" che gli consentisse il mantenimento del brevetto e della relativa indennità. Ma benchè fosse stato fissato - rispetto al minimo previsto di sei ore - un solo volo "check" per quella ripresa voli (dopo la verifica a terra della conoscenza di circuiti e procedure) egli mi aveva detto a tavola che la "eccessiva" rigidità dell'esaminatore aveva comportato un esito negativo, nel volo che si era svolto la mattina. L'esaminatore era stato quel Tenente Colonnello Greco che ritroveremo più volte in questa storia della mia diversità. Mi disse di aver confuso i riferimenti al suolo del circuito di atterraggio, anche a causa della scarsa visibilità e persistente foschia che in quei giorni incombeva sulla zona. Quando si parla di riferimenti al suolo si riferisce ad insediamenti abitativi, concentrazioni industriali, caratteristiche morfologiche di un luogo che consentono di riconoscere i punti di inserimento nel circuito di atterraggio "disegnato" intorno ad un pista aeroportuale, ovvero i punti di virata e di uscita da quello stesso circuito. Così, aveva continuato, era costretto a fare un'ulteriore missione al pomeriggio, portando in volo i cadetti di Livorno per il loro "battesimo dell'aria", e sarebbe arrivato solo a notte inoltrata a casa dalla moglie. La poverina sarebbe stata certamente in maggiore ansia. Mi rendevo conto che la "minimizzazione" delle cause dell'esito negativo di quel volo era tipica di chiunque non superi una prova. Ed il disagio per l'esito negativo per lui doveva essere ancora maggiore, oltrechè per la sua situazione familiare che doveva farlo sentire come un "assistito", soprattutto per essere stato addestrato, con i suoi colleghi di corso, negli USA, e con buoni risultati, sembra. Certamente la sua condizione psicologica doveva essere tale da non consentirgli comunque di concentrarsi e rendere al meglio delle sue potenzialità. Come spesso succede la solidarietà che in questi casi nasce spontanea era più forte della "antipatia" istintiva che nella maggioranza di noi colleghi suscitavano il suo particolare carattere ed il suo attaccamento al denaro ed al personale interesse. Ciò nonostante, durante il pranzo condiviso, avevo obiettato che, stante la mancata abilitazione, non avrebbe dovuto poter andare in volo con dei passeggeri, secondo le norme. Mi aveva risposto: "Ma dai, si tratta solo di una pura formalità.". E tutto sommato ne avevo convenuto anch'io. Ma ora, avuta la conferma appena arrivato in sala operativa che si trattava proprio di quel Vega 10, nominativo del velivolo che trasportava quei poveri 38 ragazzi, ero lacerato dal dubbio. La solidarietà di corpo era ancora superiore alla pietà per quelle vite distrutte e per il dolore dei loro familiari. Erano, allora, identità sconosciute, e come spesso accade, ci sembra giusto preoccuparci e soffrire di più per i "nostri" che non per coloro che ci sono ignoti. E' un turpe meccanismo che si innesca senza alcun controllo emotivo da parte nostra quando all'annuncio di una tragedia umana, in qualsiasi parte del mondo avvenga e qualsiasi possano esserne le dimensioni, veniamo subito rassicurati dalla informazione: "Non ci sono italiani tra le vittime". Quasi che gli affetti degli altri abbiano meno dignità dei nostri, che la sofferenza o la morte violenta dei figli degli altri siano diverse ed inferiori di quella dei nostri figli; che il sangue degli altri abbia valore, colore quasi, diverso da quello dei nostri. E' solo per questo strano meccanismo che diviene poi possibile sviluppare l'idea che il trascorrere del tempo, la rivelazione del sistematico depistaggio e la conseguente "impossibilità" di individuare i diretti responsabili di ogni strage, dovrebbero indurre ad una resa senza condizioni anche i parenti diretti di quelle vittime. La loro incrollabile ed incoercibile ricerca della verità ci crea infatti disagio, costringendoci a fermarci ad una realtà, a riflettere su un passato che per loro è un eterno presente e che invece la nostra voglia di futuro e di vita vorrebbero cancellare al più presto. Il loro orologio della vita, nonostante ogni relazione e realtà nuova che si sviluppi accanto a loro, è fermo a quel giorno ed a quell'ora, finchè una verità accertata non consentisse loro di poter finalmente seppellire i loro figlioli. Per tornare a vivere, come in ogni umana vicenda di dolore di morte, nella ordinaria felicità che si offusca appena della melanconia dei ricordi. Per essere finalmente liberati da una morte senza verità che li condanna a vivere senza presente e senza futuro. Ma noi al più siamo progressivamente disposti a ricordarequella strage, come ogni altra, con qualche minuto di raccoglimento, od una serata del Costanzo Show. Ad ogni anniversario. E andiamo via via discettando, con cinismo, sulla "impossibilità" di giungere alla verità; convincendoci che ciascuno dovrebbe consolarsi perchè tanto nulla e nessuno, e tanto meno una difficile verità, restituirebbero chi è stato perduto per sempre. Erano le motivazioni che andavo suggerendo a me stesso, preoccupato certo più per la moglie del Murri e per i familiari degli uomini dell'equipaggio che non per gli altri, quei "perfetti sconosciuti". Questa ricerca di sicurezza e di accettazione della tentazione di viltà verso la verità che io conoscevo [su quel volo cioè era stato inserito un pilota non più abilitato e che aveva fallito già al mattino l'esame di riabilitazione] subì un primo profondo scossone, dopo pochi minuti di permanenza in sala operativa, quando ancora attendevo disposizioni precise dal Comandante, il Gen. Musci. Mentre i telefoni squillavano su ogni consolle in una confusione profonda, affrontata tuttavia con professionale freddezza dagli addetti di sala, vidi ad un tratto il Generale afferrare un foglio, agitarlo verso il T.Col. Greco che gli stava di fronte, per urlargli concitatamente: "Metta a posta queste carte!". E vidi quest'ultimo allontanarsi con quei fogli, per falsificare il suo stesso rapporto negativo sul volo del mattino. Il Murri tornava ad essere un pilota abilitato, e dunque si cominciava ad indirizzare la valutazione dell'incidente verso la "fatalità imponderabile". Subito dopo il Comandante dispose che venissero "regolarizzate" anche le certificazioni mediche semestrali del centro medico di Base, relative al Murri. Egli veniva da un periodo di sospensione medica dalla attività di volo disposta e certificata dall'Istituto Medico Legale per uno stato "depressivo", perfettamente comprensibile nelle sue condizioni. L'Istituto aveva poi certificato il ristabilimento di condizioni di normalità determinando la restituzione alla attività operativa di volo - per un periodo di soli tre mesi però, oltre il quale il pilota andava sottoposto a rinnovato accertamento! - e la conseguente necessità della "ripresa voli" per il Murri. In condizioni ordinarie la visita medica all'Istituto Medico Legale viene effettuata annualmente, mentre alle scadenze semestrali intermedie è compito del centro medico di base certificare, con visite di minore profondità, il mantenimento delle capacità necessarie allo svolgimento della attività volativa. La visita semestrale del Murri risultava dunque scaduta senza la prevista visita medica; ma ciò sarebbe stato irrilevante, in conseguenza della insorgenza della patologia depressiva e dei conseguenti pronunciamenti dell'IML. Eppure in quel momento apparve evidentemente necessario "mettere a posto" qualsiasi cosa che potesse creare dubbio ad una accurata indagine e conseguentemente domande imbarazzanti. E nonostante tutto ancora insistevo nel volermi convincere che fosse "giusto" farlo. Che si trattava di una dannata sfortuna e fatalità, e che non fosse giusto scatenare una aggressione alla F.A. per quella vicenda, la quale si sarebbe caricata di tutto il potenziale emotivo del dolore di trentotto famiglie dei ragazzi. Cercavo di convincermi che chiunque, ed in qualsiasi ambiente, si sarebbe comportato alla stessa maniera, per tutelare i "propri". Sbagliavo, ed in maniera terribile. Perchè nulla può e deve esimere alcuno dal rispondere limpidamente delle proprie responsabilità, così come nulla deve poter giustificare il nascondimento delle responsabilità dei "propri". Solo la difesa di una limpida verità può consentire di valutare quelle responsabilità secondo una corretta graduazione. Soprattutto accertando subito se si tratti di responsabilità colpose, ovvero di responsabilità dolose. Quel tentativo e quella cultura di sottrarsi invece sempre e comunque a qualsiasi accertamento e sanzione per il proprio operato, è la cosa che più di ogni altra rende ignobile chi fa della retorica del valore e della disciplina il cardine della propria professionalità. Di chi cioè invoca il potere disciplinare come cardine dell'istituto, e lo dispiega addirittura con ferocia (con deferimenti alla Magistratura Militare e carcerazioni preventive assolutamente immotivate, ma ritenute molto "educative") verso qualsiasi inferiore e verso qualsiasi cittadino coscritto - cioè in servizio di leva -, per il danno di sicurezza che la loro attività in violazione di regolamenti (come il dormire durante servizio di guardia) avrebbe potuto indurre e determinare. Si badi bene, "avrebbe potuto". Si tratta cioè di una cultura che, giustamente a mio parere, prevede una dura sanzione anche per una responsabilità in ipotesi e potenzialità e non per un danno già concretizzatosi per un preciso comportamento di violazione di compito, o "di consegna" come si dice in gergo militare. Nella vicenda Serra, che invece si andava a coprire, il danno per la violazione di precise direttive di impiego era già concretizzato in maniera irreversibile e con consueguenze catastrofiche e omicide. Questo però mi si sarebbe chiarito progressivamente nei giorni e nei mesi successivi, man mano che mi si svelava lo scellerato scenario in cui quella tragedia aveva potuto compiersi, e la sciagurata e sordida volontà di occultare ogni responsabilità, depistando ogni indagine. Di fronte alla oscena realtà mi resi conto, proprio per quelle anbigue tentazioni da cui ero stato inizialmente soggiogato, di quanto, nonostante la mia presunta "diversità" di cui in un certo senso mi sentivo orgoglioso, io fossi stato permeato da quella terribile cultura di "solidarietà di corpo" così distorta rispetto ai nobili ed eroici valori didattici tanto pomposamente e retoricamente enunciati. Una solidarietà che si faceva così strumento perfettamente funzionale alla copertura di ogni strage, al depistaggio sistematizzato di ogni indagine, alla menzogna istituzionalizzata. Si annunciò, in serata, l'arrivo della Signora Murri, per i funerali. C'era un generale imbarazzo, ma per qualcuno dovette trattarsi di vero e proprio panico. Mi feci carico di allertare il centro medico, poichè ovviamente mi aspettavo una ambulanza. Il Col. Medico Dott. Percario sembrò infastidito da quella mia iniziativa. Alla fine arrivò. Una donna in perfetta salute, neppure troppo affranta per la morte del marito!! Il cervello divenne un vulcano: dovevo, volevo assolutamente capire! Capire per quale motivo Murri avesse ingannato tutti adducendo la terribile malattia della moglie, rivelatasi inesistente. Capire come fosse stato possibile che, se pur i colleghi non potevano aver avuto motivi per sospettare di quella fantasiosa versione che trovava attivamente schierati a confermarla tutti i comandanti, proprio questi ultimi avessero potuto avallare per un intero anno la versione del Murri, sulla base esclusiva delle sue affermazioni. Come fosse stato possibile cioè che nessuno di loro avesse richiesto la esibizione di un referto medico che certificasse lo stato di salute della signora. Come fosse stato possibile che nessuno di loro avesse ordinato ai Carabinieri di svolgere un accertamento in loco per confortare le dichiarazioni del Murri. Tutto appariva inverosimile, assurdo. L'unica cosa ormai certa era il falso evidente costruito dal Murri, e mai indagato dai superiori in totale dissonanza con le più ordinarie procedure di controllo del personale. Cominciai allora ad inseguire il Com.te di Gruppo, il T.Col. Andretta, ed il Gen. Musci. Imbarazzo, fastidio, preghiera di non sollevare polemiche in momenti simili. Ma qualcosa di turpe cominciava ad emergere. Avevo apposto, con l'assistenza dei Carabinieri, i sigilli alle camerette degli uomini di equipaggio, nel tardo pomeriggio di quel giovedì. Quando però le camere furono poi ispezionate, nei giorni successivi, per la redazione delle liste dei beni ed effetti personali rinvenuti, io non fui chiamato. E questo se da un lato aveva una sua motivazione, in quanto il capitano di ispezione sostituisce solo nel fuori servizio - come ho detto - gli ordinari responsabili dei vari Uffici, dall'altro costituiva una grave anomalia e violazione di norme. La firma apposta sui sigilli era infatti la mia e solo io potevo certificare la loro integrità. Poi la ispezione e la verbalizzazione avrebbero potuto essere svolte da chiunque. Ma di certo in quella fase non si volle che io fossi presente benchè fosse assolutamente necessario che lo fossi. A tutto, come sempre, c'è una ragione; ma solo nel tempo essa sarebbe divenuta chiara nella sua scelleratezza. Già al momento della apposizione dei sigilli avevamo individuato nella cameretta del Murri una strana valigetta. Essa si rivelerà essere, all'atto della ispezione, un campionario di commercio, di beni in argento, oro, peltro e ceramica. La evidenza non poteva essere occultata; ma attorno ad essa calò subito una fitta rete di protezione. Intorno alla attività illecita del Murri, si venne a creare una situazione davvero kafkiana. Ciò che nessuno aveva sospettato per un anno, di colpo, a non più di sette giorni dalla tragedia, era noto a tutti i testimoni, senza che alcuno dei Commissari approfondisse tuttavia le dichiarazioni che venivano ad essere verbalizzate. Il giorno 9 Marzo, appena due giorni dopo il funerale, il Cappellano Militare don Modesto Candela, rilascia una serie di dichiarazioni inquietanti, senza che dalle sue parole traspaia assolutamente quando e come lui sia venuto in possesso delle informazioni, e la circostanza non viene assolutamente approfondita. Dice il cappellano, riferendo del Cap. Murri: "Nell'estate 1976 era preoccupato della salute della moglie, forse tumore alla spina dorsale, ed avrebbe dovuto farla operare a Ginevra. Porta la moglie a Lecce; (si presume che lavorasse come concessionaria di AVON). Intelligente ma falso. Nel 1976, drammatizzando, aveva segnalato la malattia grave della moglie. La cugina di Pisa non conosceva della malattia della moglie, che non era stata operata a Ginevra e che aveva avuto soltanto una cisti alla mammella. E' risultato che avesse un altro lavoro (rappresentanza argenteria, peltro, ceramiche in grande stile). Era un ragazzo falso e non legava molto con i colleghi. Il campionario ed il lavoro erano intestati anche alla moglie." Sconcertante, non vi pare?

[...]


Ma la storia non è ancora finita, e la morte, anche venisse, non chiuderebbe la storia. Il segno è quella 45^ bara contenente resti ignoti. In quella bara è sepolta la dignità di tutta un'Arma, svenduta dai suoi peggiori rappresentanti. E' sepolta con essa la Giustizia che uno Stato non ha saputo garantire ritraendosi dall'accertamento della Verità. Sono sepolti i valori dell'eroismo e dell'onore militare. Da quella putredine è nato il mostro che ha potuto determinare la strage di Ustica ed il suo occultamento. Finchè tutti quei valori non siano restituiti alla originaria dignità nell'unico modo possibile: l'accertamento della Verità.

Mario Ciancarella.



Ci fermiamo nella storia perché al momento i testi sono al vaglio di un editore... ma desideriamo sottolineare a quanti volessero intentare cause (cosa che Ciancarella sta disperatamente cercando in quanto sarebbe l'unico modo per riaprire la partita)...che possiamo documentare ogni riga e ogni parola affermata dal Capitano Ciancarella. Un pensiero particolare va ai familiari di quei 38 ragazzi che sognavano di "volare"...peccato che le loro ali si siano spezzate prima del tempo.


GLI ALLIEVI

SALVATORE CAPUTO

GIUSEPPE D'ALI'

SANDRO DE ANGELIS

ANTONIO GIALLONARDI

VINCENZO GAGLIO

GIOVANNI CASTALDI

CLAUDIO GIORDANO

LORANO GNATA

PAOLO LAMINA

MAURIZIO LUCIBELLO

STEFANO MARANCI

MASSIMO MARCHIANO

FEDELE MARRANO

GIORGIO MARZOCCHI

SILVIO MASSACCESI

CARLO MASTROCINQUE

GIOVANNI MEMOLI

MIGUEL ANGEL MEKINEZ

GIUSEPPE MINELLI

ALESSIO MUSOLINO

LUCA NASSI

ALESSANDRO PERAZZOLO

GIANCARLO PODDIGHE

ALBERTO PISPERO

MICHELE PORTOGHESE

VITTORIO POZZI

LUCA QUATTRINI

MASSIMO RAFFA

SERGIO RIGONI

ROBERTO ROSSI

ADOLFO RUSSO

EMANUELE SALVADORI

DOMENICO SAVOLDI

GIAMPIERO SCIOLANGA

MATTEO STRAMACCH1A

DAVIDE TOMATIS

CORRADO VERDONE

GUIDO VERNA

L'UFFICIALE ISTRUTTORE S.T.V. EMILIO ATTRAMINI

L’EQUIPAGGIO

MAGG. MASSIMO PROIETTI

CAP. SIMONE MURRI

SOTTO TEN. PAOLO CASELLA

MARESCIALLO ANTONIO SEMPLICI

SERG. MAGG. SILVIO PIERETTI