Testimonianza di Nadia Furnari - dal Libro "I Ragazzi di Paolo"

...era l'anno 2000...

Ho esitato a lungo prima di iniziare a scrivere il mio tassello di un puzzle infinito di storie che mai nessuno riuscirà a finire,… che mai nessuno riuscirà a distruggere perché inciso nella pelle di ciascuno di noi. Ho esitato perché mi sento come un velocista che ha appena tagliato uno dei tanti traguardi di una delle tante gare; cioè i pensieri corrono, i sentimenti sono troppo intensi, ma le parole sono tagliate, soffocate dalla fatica. Una fatica che appartiene nella stessa misura a chi vince e a chi, pur non arrivando primo, non si sente vinto.
Inizio a scrivere, dunque, sperando che lo scorrere delle parole sulla tastiera mi aiutino a trovare delle riserve di fiato aspettando che quelle ordinarie riprendano a fluire regolarmente.
Tante volte ho pensato di non aver più fiato per andare avanti di pensare: “per chi corro?”, “per cosa corro?” solo per farmi colpire da un avversario scorretto, infido, vigliacco che usa il suo potere per annullarti, per “vincere”?
La risposta è sempre la stessa: I Care… e ripartire, ogni volta, diviene un obbligo morale verso se stessi e verso tutti quegli Amici che “lasciandoci” ci hanno consegnato fiumi di amore e di strumenti per non arrenderci e per trovare nella forza della Verità e della Giustizia quell’energia che qualcuno potrà tentare, invano, di assorbire… invano perché si rigenera attraverso le idee, attraverso quei valori sconosciuti ai mafiosi e al potere.
Ho respirato aria di resistenza fin da quando ero bambina, mia madre faceva parte di quel gruppo di “poveri pazzi” che nelle fabbriche milanesi, negli anni 70, lottava per i propri diritti. Mia madre, donna del Sud.
E’ stato facile per me respirare aria di Libertà, è stato facile credere nei miei diritti e lottare affinché essi venissero rispettati… è stato difficile, per me, essere fedele a tutti i miei doveri.
Ed è proprio sui doveri che si gioca buona parte della gara di una persona perché i doveri richiamano al rispetto delle regole e richiamano ad un continuo mettersi in discussione.
Il rispetto delle regole impone un duro allenamento perché altrimenti nessun diritto potrà essere rivendicato, e, gli allenamenti, prevedono dei prezzi la cui entità dipende dai tuoi sforzi, dal livello di gara che si vuole affrontare. Che importa se qualcuno ha scelto di partecipare ad una gara più importante della nostra, si tratta di scelte personali, ciò che importa è che se si decide di partecipare ad una gara allora bisogna allenarsi seriamente perché non ci si può presentare ai blocchi di partenza con i muscoli flaccidi, senza fiato e senza quella passione nel cuore che integra inspiegabilmente le forze fisiche dandoti una spinta in più.
Prima dell’ottobre del 1991 il mio impegno civile si era limitato alle rivendicazioni scolastiche partecipando e organizzando cortei studenteschi…alcune rivendicazioni erano anche giuste altre, onestamente, solo sollecitate dal sole primaverile della Sicilia e dal mare di Milazzo – la mia città… nell’ottobre 91, dicevo, decido di partecipare ad una gara più importante sollecitata da un clima universitario, quale quello pisano, pieno di fermenti culturali e politici.
Lungo il mio percorso incontro due uomini straordinari Mario e Sandro, due amici che hanno condizionato pesantemente il mio cammino. Mario è un ex Capitano dell’Aeronautica Militare, Sandro era un ex Tenente Colonnello della stesso corpo. Mario è un ex… Sandro era un ex perché lo hanno ucciso il 2 febbraio del 1992.
Qualcuno, certamente, mi contesterà che Sandro è morto per un incidente… potrà solo dirlo a se stesso ma non alla Giustizia e, soprattutto, alla Verità.
Sandro appartiene a quella schiera di vittime della strage di Ustica che da testimoni si sono aggiunti alle 81 del 27 giugno 1980.
Una settimana prima di morire Sandro durante un incontro tra amici si rivolse ad un sacerdote dicendogli: <<Padre, vorrei dire a questi ragazzi, che il cammino sarà difficile e che più si prendono le “botte” e più si trova la forza per rialzarsi perché il dolore si trasformerà in energia>> e proseguiva:<< Padre, vorrei dire anche a questi ragazzi, che con le nostre storie e con il nostro impegno e non con le parole e i principi dobbiamo avvicinarci agli altri>>.
Il funerale di Sandro è stato il primo segno tangibile dell’arroganza del potere: quell’aeronautica che lo aveva incarcerato, che lo aveva costretto a lasciare quelle forze armate che Sandro voleva democratizzare, quell’aeronautica che lo aveva osteggiato e attaccato fino a poche ore dalla sua morte … aveva posto sul feretro una bandiera italiana e lo aveva circondato con un ipocrita picchetto d’onore.
Ho provato tanta rabbia, quella rabbia che acceca la coscienza e la ragione.
Mario, il grande amico e fratello di Sandro, nel suo lacerante dolore è stato il mio primo maestro di dignità. Non avevo mai visto una dignità e una gestione dei conflitti della mente e del cuore così piena di razionalità, di amore. Nonostante tutto.
Ma il 92 è un anno tremendo. Il 23 maggio la strage di Capaci. Conosco nonno Nino proprio all’indomani dei funerali di Giovanni, Francesca, Rocco, Vito, Antonio. Un Uomo ferito ma non abbattuto… quanta dignità nel suo dolore. Nonno Nino, un altro grande Maestro che ha condizionato la mia vita e che continua a trasmettermi in quelle poche parole - che per lo più ci scambiamo al telefono - un’energia che solo il cuore può tradurre.
Nella mia mente di giovane studentessa riecheggiavano troppo forte le parole di Sandro <<le nostre storie per avvicinarci agli altri>> quindi ho iniziato a nutrirmi di storie e ad essere strumento per farle raccontare a donne come le madri di Plaza De Majo, come Michela Buscemi, come Giuseppina la Torre. Donne di un Sud che non si arrende.
A Pisa ho conosciuto la mia Terra, la Sicilia. Una Terra che avevo sentito amica perché mi aveva accolto splendidamente quando da Milano mi sono trasferita a Milazzo.
Nei libri di Pippo Fava ho incontrato la mia sicilianità: amore e odio, vita e morte. Opposti che nonostante le leggi geometriche riescono ad incontrarsi.
Arriva anche il 19 luglio. Parto con degli amici subito per Palermo. Voglio vedere. Voglio vedere per non dimenticare.
Dopo solo una settimana, il 26 luglio, anche Rita Atria seguirà lo zio Paolo, Emanuela, Walter, Vincenzo, Agostino e Claudio.
Date scolpite nella memoria. Storie che scrivo nel libro della mia vita e che nei momenti peggiori rileggo per non dimenticare. Rileggo affinché la memoria non venga consegnata alla retorica ma sia ancora propulsore per azioni.
“Non li avete uccisi, le Loro idee cammineranno sulle nostre gambe”.
Nel 1994 decido che è giunta l’ora di far camminare quelle idee anche sulle mie gambe, così fondo, insieme ad un gruppo di amici milazzesi, l’Associazione Antimafia “Rita Atria”.
Abbiamo dedicato a Rita, figlia di don Vito Atria boss mafioso di Partanna ucciso negli anni 80 e sorella di Nicola Atria ucciso in un regolamento di conti nel 1991, un’associazione antimafia proprio per sottolineare come sia più difficile e più coraggioso ribellarsi dal di dentro alle leggi sanguinarie della mafia.
Ma, nonostante tutto, per molti benpensanti Rita era una peccatrice perché si era suicidata, poco importa se il suo gesto estremo è stato frutto di quelle leggi di amore e odio, di vita e morte, di solitudine che sono insite in molti siciliani. Grazie a Piera Aiello ho iniziato un percorso in un mondo che mi faceva paura, che fino ad allora avevo solo giudicato. Male, ovviamente. Sono andata a Partanna di Trapani per cercare Rita nel suo Paese e per parlare con la gente, con i ragazzi delle scuole, per dire loro che Rita e Piera tenevano e tengono alto il nome del loro Paese. Ho chiesto scusa alla gente onesta di Partanna per averli giudicati, per non aver messo in conto che la paura, nella vita, è un motivo più che sufficiente per cadere nella tentazione di tirarsi indietro. Ho chiesto scusa a tutti coloro che avevo definito dei vigliacchi per non avere avuto il coraggio di andare avanti. Ma come avrebbero potuto farlo se erano da soli, significava chiedere loro di morire con fierezza… francamente un prezzo troppo alto che solo qualcuno è disposto a pagare ma che non si può chiedere come normale sacrificio.
A chi mi ricordava che nei miei momenti di paura non ho mollato ricordo loro, a mia volta, che io non sono mai stata sola nei miei momenti difficili e che ho avuto ed ho attorno a me tutti quegli “Ragazzi” di Paolo, di Sandro, di Rita, di Giovanni, e di tanti Altri che hanno fatto e fanno da scudo.
La solitudine. Ecco la paura più grande di chi vuole ribellarsi alle arroganze del potere, alla vigliaccheria delle mafie, alle infinite intimidazioni quotidiane – anche quelle apparentemente banali.

Non so se ho rispettato i contenuti su cui mi era stato chiesto di scrivere, mi scuso se non l’ho fatto, ma ho voluto raccontare brevi brandelli della mia storia per evidenziare che la lotta alle mafie, che le lotte per i diritti, vivono grazie alla indispensabile energia dell’unione, dello stare insieme, e che non basta crederci ma bisogna avere la voglia del sano confronto, la voglia di voler essere amici, la consapevolezza che un cammino lungo e difficile come quello della lotta alle mafie non si può percorre da soli,… perché la solitudine porta alla rassegnazione e la rassegnazione costringe molti nostri compagni di viaggio a rinchiudersi nella propria solitudine, nella propria sfiducia vivendo tra sconforto e frustrazione senza riuscire più a trovare l’energia per dire I Care.


Anno 2000 - Nadia Furnari