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Piera Lipari

Ho conosciuto Cosimo, il fratello di Piera Lipari, al ristorante del figlio di Pino Veneziano. Un appuntamento con la storia e con la Memoria che non conoscevo. Il "caso" degli incontri. Approdo al ristorante insieme a Patrizia e a Cristina con alcuni amici di Libera Castelvetrano incontrati a Santa Margherita del Belice ...  tra una pizza e un boccale di birra  porto a casa anche una storia fantastica: quella di Piera Lipari.

La segnalo subito a Graziella Proto di Casablanca  e ne fa un pezzo da consegnare alla Memoria.

Buona lettura... e raccontate di quelle  Donne Siciliane che, senza riflettori, in una terra difficile ... facevano antimafia.

Nadia Furnari

Graziella Proto -> n. Casablanca 19 - Luglio 2011

Piera la Rivoluzionaria


"Maestra, maestra" la chiamavano i ragazzini, quando la vedevano. L'adoravano, e spesso le facevano dei piccoli regali che loro stessi rintracciavano. Cose povere, semplici: due pesche, qualche frutto di mare, soprattutto granchi, "aranciu di mare" di cui andavano a caccia. A volte invece, i regali glieli facevano i contadini, che, riconoscenti per quello che faceva per i bimbi e per le famiglie, le lasciavano qualche cassetta di frutta dietro la porta.

Una forma di pudore Forse.

* * *

"Amici, compagni…" una voce squillante, penetrante. Argomentazioni che persuadono, pochi si sottraggono moltissimi la seguono. Bruna, esile, due occhi scuri vispi e indagatori. Seria, impegnata, disponibile all'ascolto, ad affrontare i problemi.

Le cronache del tempo, i ricordi di chi l'ha conosciuta e vissuto vicino, ci rimandano il ritratto di una persona allegra, vivace.

Sempre in prima linea. Sempre in prima fila. Apprezzata e stimata da tutti Piera ha spontaneamente, una specie di formula magica per ottenere i risultati programmati: la parola giusta. Il tono appropriato. Il sorriso che, accompagna sempre la tenacia e la fermezza.

"Eravamo giovani, eravamo tutti di sinistra chi più chi meno - racconta Francesco, marito di Piera - io e lei, eravamo più sul rosa, nel senso che non eravamo i più estremisti. Noi eravamo molto vicini al mondo cattolico, ai lavoratori; era il periodo in cui si sentiva forte il contrasto fra i mangia preti e gli altri, ogni occasione era buona per azzuffarci. In ogni modo, avevamo una visione molto aperta del mondo del lavoro e della politica, soprattutto Piera".

* * *

"Era molto mediatrice - ricorda il fratello Cosimo - sapeva tenere le sue posizioni con fermezza, allo stesso tempo, essendo una donna che faceva politica, riusciva a creare un punto di non tensione e mettere insieme le parti con vigore e sicurezza.

Nel millenovecento sessanta, ad Alcamo, a differenza d'altri centri siciliani, le donne andavano al bar, ma dovevano, in ogni caso, secondo il sentire comune, stare a casa fare la calza.

Piera era vista come una che sapeva il fatto suo, manteneva le sue idee, stava fra gli uomini, otteneva risultati".

Per lei era il periodo di maggior impegno sociale e politico. Assieme a Danilo Dolci, lavorava nel suo territorio il Belice.

Prima e dopo il terremoto del 1968.

Dava fastidio? Sicuramente si, però, aveva tanta stima da parte d'amici, compagni e rivali, raccontano tutti quelli che l'hanno conosciuta.

Ma andiamo con ordine.

Piera Lipari è una giovane ragazza di Alcamo, nella zona del Belice, che ha svolto la maggior parte del suo impegno politico e sociale nel periodo antecedente il terremoto e gli anni che susseguono.

Disubbidiente per natura, non accetterà mai la figura paterna - che pur amerà sempre - dalla quale è molto distante. Non le appartiene. In passato il padre di Piera ha avuto qualche problema di mafiosità…i parenti hanno tentato di organizzarle un matrimonio… Motivi di frattura. Non affettiva.

Non voleva avere a che fare con una cultura che non le apparteneva, che non condivideva, che disprezzava e detestava.

Un tipo di cultura che combatterà tutta la vita.

"Una volta, inoltrò richiesta per fare il giudice popolare al Tribunale di Palermo - ricorda ancora Francesco - Il giudice interessato respinse la richiesta per questo pezzo di storia del padre. Piera, come suo solito ha lottato, argomentato, alla fine disse al giudice: allora se fosse venuto Peppino Impastato lei avrebbe accettato? No, rispose seccamente il magistrato.

Questo episodio in Piera ha creato un'amarezza incredibile. Non l'ha mai dimenticato.

Ricordare questo fatto- aggiunge ancora Francesco - sicuramente,è poco piacevole, ma, fa emergere il carattere e la personalità di Piera. Dimostra, ulteriormente, che il suo impegno, era scelta di vita - conclude".

Un gesto di grande amore il suo, anche adesso che, lei non c'è più.

A venticinque anni Piera si reca in Svizzera ed insegna ai bambini italiani emigrati per conto del nostro consolato.

"In realtà, era voglia di scoprire mondi nuovi. Altra gente. Studio e lavoro - spiega il fratello Cosimo anche lui impegnato nel sociale - perché da giovane si cerca qualcosa di diverso.

Io stavo nella zona tedesca, e lei scelse quella francese, dove c'era l'università internazionale.

Lì incontrò un gruppo di messicani con cui legò moltissimo e andava alle loro feste. Mondi, stili e metodi, che allargavano i suoi orizzonti".

Una sua amica messicana aveva sposato un uomo molto ricco che per limitare la malinconia della moglie per il suo paese, le aveva costruito una specie ranc messicano e lì invitava tanti amici.

In Svizzera, la giovane maestra d'Alcamo conosce un mondo del lavoro che dalle sue parti era solo un sogno. Il sindacato, non era come il nostro, ma, il rispetto per i lavoratori era immenso.

Vivere in questo paese per Piera è stato un modo per prendere coscienza di un mondo diverso e quindi le sue battaglie sono state più consapevoli. In Italia e in Sicilia il caporalato era ancora molto diffuso.

Centro studi con Danilo

Quando Piera ritornò in Sicilia, Danilo Dolci aveva già fatto una scuola con fondi internazionali, su una collina sopra Trappeto.

Nella scuola di Borgo di Dio raccoglievano famiglie svantaggiate.

Trappeto era un piccolo borgo di pescatori, un luogo di fame, molti emigravano restavano i vecchi e i bambini sbandati perché i nonni non riuscivano a gestirli con le regole necessarie in questi casi, quindi, dare loro un indirizzo, riunirli, era un fatto importante.

"Non era solo insegnamento - dice Giacomo - ma una vita comunitaria, un concetto nuovo di scuola dove si facevano tante cose. A Trappeto l'adoravano. Era sempre attorniata da piccoli e grandi.

"Danilo Dolci, non era visto di buon occhio - racconta ancora il fratello - Era una specie di frattura. Un punto di contrasto.

Era l'inizio degli anni sessanta.

Danilo qui in Sicilia, agiva, all'interno di un mondo povero ma, mafioso, o quantomeno impregnato di mafiosità. Non era molto gradito. Ogni giorno una marcia, una manifestazione. Un'assemblea. Occasioni in cui, Danilo chiamava i mafiosi per nome, senza paura. Impensabile in un momento in cui di questo, non si parlava.

I mafiosi non esistevano. Erano dappertutto, ma, meglio non parlarne. Gli innominati.

Danilo e il suo gruppo dava fastidio, anche perché a trovare il sociologo triestino in Sicilia, venivano tanti stranieri, si facevano molte conferenze.

Si parlava di mafia e d'antimafia. Si spiegava ai ragazzini della scuola. Piera e qualcun'altra - finisce Cosimo - per stare lì, dovevano avere gli attributi. Non dovevano avere paura. Non c'erano minacce ma piccoli messaggi. Che in ogni modo tu, capisci".

La scuola a Borgo di Dio quindi, come un modo diverso d' approccio alla vita.

Uno stile nuovo nell’affrontare le cose.

Una opportunità per quel territorio sfortunato.

Inoltre,ospitava riunioni di sindacato, Piera cominciava ad organizzare le altre donne.

A Trappeto a fianco di Danilo che era sotto tiro di tutti, fra movimento e scuola, Piera rimase per circa due anni, d'amore e d'accordo come si suole dire, poi ci fu la rottura col sociologo.

Separazione da Danilo

" A Partanna col centro studi e Lorenzo Barbera, c'eravamo insediati, prima del terremoto - racconta Francesco - Avevamo già fatto comitati, piano di sviluppo ed altro.

E' intervenuto il terremoto e siamo stati presi dall’attività nel Belice che non ha più coinciso con l'attività culturale di Danilo Dolci. Il nostro metodo di lavoro, sempre non violento così come ci aveva insegnato Danilo, si andava facendo sempre più rivoluzionario. Slogan tipo, "non paghiamo più le tasse ad uno Stato fuorilegge", "non più servizio militare", a Dolci non piacevano, come metodo gli sembrava molto estremista. - continua Francesco - Non abbiamo mai ammiccato a gruppi estremisti, anche se venivano a trovarci.

Per noi era un metodo innovativo che derivava dalla scuola di Danilo, non violento, pacifico, rivoluzionario, ma, contro lo Stato, i soprusi, la mafia. Non si aveva paura di finire in galera Abbiamo denunciato anche i carabinieri per le azioni che avevano fatto".

L'incontro con Francesco

Per una donna così impegnata è difficile pensare all'amore, alla famiglia. Piera ha trovato il tempo e la passione anche per questo. "Ci siamo incontrati durante una manifestazione a Palermo, la prima dimostrazione dei terremotati. Un'iniziativa per, la ricostruzione del Belice e per lo sviluppo, organizzata dal centro studi di Partanna Danilo Dolci. Siamo stati manganellati. Ci siamo visti. Io ero al centro studi, Piera si era già inserita nel PCI". Era entrata nel partito, prima del terremoto di Gibellina, il diciotto gennaio del 68. Da subito, con altre donne organizzò le ricamatrici, fu eletta responsabile regionale femminile. Le donne erano pochissime tante contadine sanguigne, responsabili, alcune più colte.

"Stava spesso fuori casa - ricorda Giacomo - mio padre non la limitò mai, accettò sempre, anche perché lei fu molto determinata".

Il giorno del terremoto c'erano le amministrative, lei era in giro con l'allora onorevole Giubilato, andava nei seggi, le sezioni. Non si stancava mai. Amava camminare per chilometri e chilometri. Non soffriva la sete. Non soffriva il sole. Qualsiasi scarpinata diventava una bellissima passeggiata. Durante il pranzo, la prima scossa del terremoto, forte. Cosimo: "Preoccupato, presi la macchina per andare a cercare mia sorella. Incontrai un compagno, Piera l'ho vista, stava radunando delle persone nello spiazzo vicino alla stazione.

La notte ci fu il disastro. Ritrovai mia sorella dopo tre giorni, i telefoni erano interrotti, le notizie me li davano i compagni.

Portai i miei nella nostra casa al mare dove erano più sicuri. Lì ospitammo tante altre persone che avevano perso la casa, rimasero da noi mesi. Casa nostra divenne una specie di centro sociale. A Gibellina in quei giorni c'era la neve che impediva i collegamenti, le tendopoli da costruire e gestire, i soccorsi…".

"Si era inserita nel Partito Comunista perché aveva lavorato e fatto esperienza con Danilo. Dopo un anno ha scelto di ritornare - racconta Francesco - Dentro il partito, oltre che responsabile femminile regionale, aveva una prospettiva politica molto interessante, ha preferito ritornare tra i terremotati nel Belice per sviluppare ed affrontare un tipo di lotta che il partito non assicurava, perché preferiva affrontare politiche a più ampio spettro.

Il nostro metodo consisteva, nell'affrontare i problemi, fare un piano di sviluppo dal basso, con la gente, con i comuni.

Individuato l'obbiettivo si procedeva alla lotta comune per comune. Nacquero così cooperative agricole, cantine sociali, associazioni… ".

Una manifestazione dopo l'altra. Per la ricostruzione, e lo sviluppo. Piera n'organizza una anche a Roma davanti al Parlamento, dove in seguito ad una carica della polizia è arrestata assieme al marito e a molti terremotati.

Diverse volte da Partanna a Palermo, centoottanta chilometri di marcia assieme a Danilo. Ora per Gibellina, ora per la pace. Marce e marce, ma, spesso i risultati non si vedevano, almeno in quel momento.

Tutto ciò, creava molta rabbia al nostro interno - spiega Francesco - soprattutto perché hanno controllato tutto. Con la ricostruzione si sono arricchiti tutti. Comune per comune lo stato ha controllato tutto. A Partanna abbiamo denunciato Enzo Culicchia, il sindaco perché ha fatto speculazioni su terreno edificabile dove si doveva ricostruire un pezzo del paese distrutto. Piera è stata in prima fila".

Non solo a Partanna. Negli anni dopo il terremoto, Piera era consigliera comunale ad Alcamo, Francesco era alla lega delle cooperative. " Era una bella combinazione.

Ho fatto in modo che uno dei tanti finanziamenti fosse destinato ad una cooperativa d'Alcamo. Centonovantanove famiglie.

L' amministrazione democristiana non riusciva ad espropriare un terreno per darlo alla cooperativa, così durante una manifestazione di piazza ci siamo trasferiti al comune e l'abbiamo occupato. A furor di popolo.

Il terreno -aggiunge Francesco sorridendo - fu tolto all'ingegnere capo, quello che decideva tutto. Faceva il tutto. Ancora oggi porta avanti un processo perché vorrebbe essere pagato a condizioni diverse dall'esproprio". Naturalmente, nell'impegno di questa rivoluzionaria di Alcamo c'è stata pure la battaglia per il divorzio, per l'aborto…i diritti in generale.

Arturo

"Io ero molto attaccato a mia madre forse perché la vedevo poco. Fin da piccolo, ho avuto le chiavi di casa. Dopo la scuola entravo e da solo aspettavo che venissero i miei intorno alle quattordici.

Adoravo mia madre. Pur di stare con me, mi portava alle riunioni del partito, in giro per i comuni. Me ne stavo serate intere a giocare con il ciclostile, oppure assieme ad altri bimbi: i figli del partito” racconta Arturo unico figlio di Piera e Francesco.

“In cucina era imbattibile, voleva scrivere un libro sulla cucina all'ambrescia, cucina svelta che non doveva assorbire per ore, ma solo per pochi minuti. Era brava nel preparare la pasta con le sarde. Memorabile quando la preparò - all'alba - per il segretario del partito Manuele Macaluso, che durante un intervento al congresso disse cari compagni vi devo lasciare perché ho un impegno molto importante.

Piera lo guardò stupita, ma come? ho fatto una levataccia e adesso deve andare perché ha un impegno? Si arrabbiò quasi, ma poi si è dovuta ravvedere perché l'impegno era proprio la sua pasta con le sarde. Ricordo che, tanti politici, allora famosi, arrivavano a casa nostra per assaggiare le cose buonissime preparate da mia madre. L'alibi era fornito dal concludere riunioni importantissime".

Graziella Proto - n. Casablanca 19 - Luglio 2011

( ha collaborato Natya Migliori)