L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.
Rita Atria
Erice, 5 giugno 1992


Chi nasce in una famiglia di mafia deve avere una opportunità. La storia di Rita Atria, di Lia Pipitone, di Peppino Impastato deve servire non solo per fare Memoria delle loro vite ma per dire ai ragazzi che "vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo...".

La mafia li ha condannati, la società civile li ha giudicati "figli" di mafiosi... condannandoli ad un unico destino. 

Questi ragazzi non hanno scampo. La Storia di Lia, di Rita e di Peppino per tendere una mano a chi non vuole rassegnarsi ad un "destino di mafia" e quindi a non vivere. "Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo." 
Ass. Antimafie "Rita Atria"

Lia Pipitone - ha pagato con la vita il suo desiderio di Libertà

Stiamo lavorando per creare una pagina dedicata a Lia Pipitone... nel frattempo pubblichiamo l'articolo di Salvo Catalano della redazione Ctzen e la sentenza in cui il padre Antonino è stato assolto... ma sappiamo che oggi con le nuove testimonianze si potrebbe scrivere la storia giudiziaria. 

La storia di Lia è stata già scritta e per quanto breve sia stata la sua Vita... l'ha vissuta da donna libera. Lia era la figlia del boss mafioso Antonino Pipitone. Ma Lia non era una donna di mafia. Ascoltava Guccini e sognava la libertà.

Se muoio sopravvivimi
storia di Lia la ribelle 

Cercava la libertà, uccisa dal padre-boss

http://ctzen.it/2012/10/16/se-muoio-sopravvivimi-storia-di-lia-la-ribelle-cercava-la-liberta-uccisa-dal-padre-boss/

Nella Palermo di inizio anni ’80 Lia Pipitone è una ragazza troppo libera. Soprattutto perché figlia di un boss vicino ai corleonesi. La decisione di lasciare il marito, l’ultima di tante scelte indipendenti, fa infuriare il padre padrone che ordina di ucciderla. E’ questo quanto raccontano alcuni pentiti. La storia di Lia, arricchita di testimonianze e di nuovi elementi che hanno fatto riaprire l’inchiesta dei magistrati, è raccolta nel libro Se muoio sopravvivimi, (mercoledì verrà presentato alla Feltrinelli di Catana) scritto dal figlio Alessio Cordaro e dal giornalista Salvo Palazzolo. «Uno dei misteri di Palermo che, come tante altre storie dimenticate, meritava di essere raccontato»

Lia Pipitone ha 25 anni nella Palermo insanguinata dei primi anni ’80. Ama le poesie di Pablo Neruda, le passeggiate in via Roma, il corso dello shopping palermitano, e il mare dell’Arenella, dove passa intere giornate con Alessio, il figlio di quattro anni. Un’immagine ritorna spesso nei suoi disegni: quella di due mani che spezzano una catena. Sette anni prima, quando ne aveva appena 18, si era innamorata tra i banchi di scuola e aveva deciso di scappare di casa per sposarsi. Una decisione azzardata e coraggiosa, come tutte quelle della sua vita, perché Lia ha un padre ingombrante. Si chiama Antonino Pipitone e dell’Arenella, il quartiere dove vivono, è il boss benedetto dai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.

I padrini, su indicazione del padre, si mobilitano per cercare la giovane coppia. La trovano in un paesino della provincia e Lia è costretta a tornare a Palermo, portandosi dietro la sua voglia di libertà. Che non si ferma neanche quando nel quartiere comincia a girare la voce che lei, la figlia del boss, esce troppo da sola e si frequenta con un altro uomo. Quando una sera a cena comunica al padre padrone che ha deciso di andare a vivere per conto suo senza il marito, Pipitone si alza e le sputa in faccia. È l’estate del 1983.

Il 23 settembre, poco prima delle sei e mezza del pomeriggio, Lia entra in una sanitaria e si dirige verso il telefono a gettoni. Finita la telefonata si ritrova davanti due malviventi col volto coperto che si sono fatti consegnare dal titolare 250mila lire, l’incasso della giornata. Ma anziché andarsene col bottino, aspettano che la giovane si avvicini al bancone. Uno dei due le spara alle gambe. Fa per andarsene, poi torna sui suoi passi. «Mi ha riconosciuto», urla due volte, prima di sparare altri quattro proiettili che uccidono Lia. La rapina è solo una messinscena, confesseranno alcuni pentiti nel 2003. Ad ordinare la morte di Lia è stato il padre, che però verrà assolto in tutti e tre i gradi di giudizio. Non che non ci fossero abbastanza prove, ma quei pentiti, stabilirono i giudici, raccontavano fatti de relato, per sentito dire.

Già, perché il clamore per quella morte fu tanto nel quartiere. Così come al tempo delle prime dichiarazioni dei testimoni di giustizia, dieci anni fa. Se ne parlò molto, ma per poco tempo. Poi la storia di Lia tornò nel dimenticatoio, tra i misteri di Palermo. A rendere più fitto il mistero si aggiunge quanto successo il giorno dopo dell’omicidio della giovane. Viene trovato morto Simone Di Trapani, il lontano cugino con cui Lia negli ultimi mesi si era confidata. Un rapporto speciale. Per Simone, Lia era la sorella che non aveva mai avuto. Lei diceva spesso che Simone era il marito ideale. Morto dopo un volo dal balcone di casa sua. Un suicidio, si disse. In realtà, un’altra messinscena dei sicari della mafia che prima di spingerlo giù dal quarto piano, lo costrinsero a scrivere un biglietto: «Mi uccido per amore».

«C’erano sette account su Facebook con il nome Alessio Cordaro. Ma solo in una pagina ho trovato le foto di un ragazzo che si lancia col paracadute, e poi da una gru alta cento metri con una fune attaccata ai piedi. In un’altra foto, Alessio Cordaro sfreccia su una moto Ducati. Oppure, tiene un serpente in mano. E poi ancora è agganciato al portellone di un aeroplanino fra le nuvole, mentre fa delle riprese con una telecamera. Ho subito pensato che fossi tu il figlio di Rosalia Pipitone, un tipo un po’ matto. E guardando quelle foto cominciavo a immaginare la giovane madre di Alessio e la sua voglia di libertà». Questa è la prima email che Salvo Palazzolo, giornalista di Repubblica, ha inviato ad Alessio Cordaro, il figlio di Lia Pipitone. «Avevo sentito parlare di questa storia, ma solo recentemente ho deciso di cercare Alessio», spiega Palazzolo. Da quel primo approccio,entrambi hanno iniziato un viaggio: per il cronista è stata un’inchiesta nella Palermo che assisteva all’ascesa al potere dei corleonesi. Per il figlio è stato un percorso alla ricerca della madre.

«Volevo rispondergli che non ero io la persona che cercava», spiega Alessio. Invece ha impiegato qualche giorno, ma alla fine ha accettato. Da quel sì è nato Se muoio sopravvivimi, un libro, edito da Melampo, scritto a quattro mani che ripercorre la storia della giovane Pipitone [...].
Il titolo è tratto da una poesia di Neruda, quella preferita da Lia. «Abbiamo raccolto testimonianze di amici e parenti – racconta Palazzolo – da cui emerge il ritratto di una ragazza ribelle». Nel corso della stesura del libro, viene fuori che un pentito dimenticato, 
Angelo Fontana, nell’ambito di un’altra inchiesta, aveva già fatto il nome dei due sicari, ma all’epoca non era scattata nessuna ulteriore verifica.

Oggi, grazie ai nuovi elementi raccolti nel volume, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Francesco Del Bene, che già aveva seguito il primo processo, hanno riaperto l’inchiesta. Ma come è possibile che per tanto tempo nessuno ha più parlato di questa storia? «Per Cosa nostra – racconta il giornalista nel libro – il vero lavoro sporco comincia dopo l’omicidio, perché c’è da rimuovere ogni traccia della vittima: ogni parola, ogni pensiero, ogni intuizione. Perché sono le parole, i pensieri, le intuizioni verso la verità che fanno davvero paura ai mafiosi e Alessio in questi giorni è inseguito da tanti giornalisti, ma non è ancora riuscito a vincere l’emozione che lo pervade ogni volta che deve raccontare la stessa storia. Quella sua e di sua madre. «In tutti questi anni ho maturato una sorta di rifiuto per tutto quello che riguarda l’aspetto cronistico dei fatti», spiega. Quanto sa di sua madre lo ha ricostruito dai racconti degli amici e dei parenti. «Dicono che ho preso il 90 per cento da lei, soprattutto l’urgenza di affermare la mia libertà». Solo una cosa sembra non combaciare. Alessio non ama il mare. Anzi, lo evita proprio. Il perché lo racconta in queste righe di Se muoio, sopravvivimi: ai loro complici, spesso insospettabili». «In Sicilia – aggiunge Palazzolo – non ci sono solo magistrati e poliziotti che hanno fatto la lotta alla mafia, ma anche semplici siciliani che hanno combattuto per avere una vita normale e per questo sono morti. Vittime considerate di serie B, famigliari che portano dentro l’amarezza e le storie che devono essere raccontate».

«Stavamo intere giornate al mare, nella spiaggetta dell’Arenella. In quel tratto di mare mi hai insegnato a nuotare. Andavamo anche sott’acqua, da una parte all’altra, fino al molo delle barche dei pescatori. Io avanti, tu sempre dietro, per tenermi sotto controllo […] Sai, dopo la tua morte non sapevo più nuotare. E anzi, avevo anche una terribile paura dell’acqua. Provarono in tutti i modi. Prima con i braccioli. Poi, la zia tentò un sistema più brusco, lanciandomi dal gommone. Niente, ero terrorizzato dall’acqua. Forse il trauma di averti persa mi portava ad allontanarmi da ciò che più di tutto ci aveva uniti, la tua passione per il mare».

 lia pipitone_interna

[Foto di Alessio Cordaro]

Il comunicato stampa



"il fresco profumo di libertà..."


Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura

che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.
 
Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.
 
E’ una casa sì grande l’assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell’aria.
 
E’ una casa sì trasparente l’assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente.
 
Pablo Neruda

 

“La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù, non c’è più né sole né luna, c’è la verità”. Queste sono le parole che Sciascia mette in bocca a un capomafia nel suo romanzo Il giorno della civetta, che ricorda molto la storia di Lia Pipitone, raccontata da suo figlio Alessio Cordaro e dal giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo nel libro edito da Melampo: Se muoio sopravvivimi.

 

È la storia di una donna, figlia di un mafioso, che ha studiato. Ama l’arte, ascolta Guccini, e legge poesie. È la storia di una donna che, come racconta il figlio nel libro, “sarebbe magari diventata una brava giornalista […] e avrebbe difeso i diritti dei più deboli, delle donne soprattutto”. Ma i sogni di questa donna bellissima sono stroncati una sera, il 23 settembre del 1983. Rosalia viene uccisa nel corso di quella che appare una rapina. All’interno di una sanitaria, nella borgata di Arenella. Negli anni, però, si è fatta avanti una nuova verità: Lia uccisa dal padre, per una questione d’onore. La ragazza avrebbe tradito il marito e messo in discussione quei “valori” propugnati da Cosa Nostra.

Nella narrazione si mescolano due piani: quello del racconto di Alessio – che ricostruisce la vita della madre attraverso i ricordi, le testimonianze, le immagini scolorite e i silenzi torbidi di questi anni – e quello del cronista d’inchiesta – che assembla, nomi, personaggi, fatti, depistaggi e incongruenze. Nella narrazione che scorre lineare, il lettore è assorbito dalle ricostruzioni minuziose della vita di Lia, ma anche dai continui rimandi ad altri personaggi che hanno scandito la lotta alla mafia. La storia però lascia l’amaro in bocca, perché affonda le radici nel mondo reale: quello del malaffare mafioso, che uccide, infanga la memoria e lascia in sospeso molti interrogativi. Quella che appare in Se muoio sopravvivimi è una storia che assomiglia a tante storie. Quelle che rifuggono dai riflettori. Quelle che nessuno racconta. Quelle che faticano a trovare giustizia, che rimangono imbrigliate all’interno di una macchina giudiziaria che procede troppo lenta e che si sono combattute strada per strada.

 

E lì vanno ricercate, come sottolinea Salvo Palazzolo: “Bisogna allora tornare fra quelle strade per ritrovare le storie di chi si è opposto alle trame dei mafiosi e dei loro complici. Bisogna tornare a cercare, perché non tutte le tracce sono state cancellate. E quelle poche rimaste vanno ricollocate al loro posto, nelle strade, nei vicoli, nei palazzi, dove un tempo si decidevano i destini della città. Non è solo un esercizio di stile, è la ricerca della verità, che non si può fermare, anzi deve ricominciare con un metodo nuovo”.

Se muoio sopravvivimi, insomma, è una sveglia morale per gli apatici e i dormienti e per tutti quelli che ricercano la verità, non solo nel pozzo – tanto per tornare alle battute iniziali e alle pagine del libro –, ma in quel vicolo Pipitone, dove i picciotti si riunivano e discutevano piani criminali e terroristici, animati dalla corrente stragista dei corleonesi e dall’esempio di chi aveva deciso di seguirne la strada.

 

Intervista a Salvo Palazzolo:

Secondo te quali sono i mezzi per individuare e sconfiggere i mafiosi?

La magistratura ha svolto e continua a svolgere un compito importantissimo. Ma non basta la repressione. Credo che la lotta alla mafia debba nutrirsi soprattutto di attenzione ai temi dello sviluppo, perché sono ancora tanti i giovani delle nostre città che trovano più conveniente stare al servizio di criminali piccoli e grandi per avere uno stipendio assicurato.

 

Come mai l’Italia è piena di vittime che faticano a trovare giustizia?

Tanti delitti di mafia sono stati mascherati con messinscene e depistaggi, perché non si scoprisse mai la verità. Poi, purtroppo, permane una certa disattenzione generale dei media sui temi delle mafie e dei grandi casi irrisolti del nostro paese. Per fortuna, i familiari delle vittime non si rassegnano, e continuano a chiedere giustizia. La loro voce è una grande risorsa per la nostra democrazia.

 

Cosa Nostra, ma più in generale la criminalità organizzata, ha molti complici. Puoi spiegarci perché “le piccole trattative quotidiane” influiscono negativamente?

I grandi boss mafiosi sono in carcere, ma i loro complici restano in libertà, con un immenso bagaglio di segreti, sui patrimoni mai sequestrati e sulle relazioni mai scoperte con i palazzi della politica e dell'economia. Questi segreti sono la vera risorsa dei capimafia rinchiusi al 41 bis: con questi segreti, l'organizzazione mafiosa impianta sempre nuove trattative.

di Claudia Benassai

pubblicato su ilcarrettinodelleide



La Sentenza...

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto del 13 maggio 2003, Il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Palermo disponeva il giudizio, innanzi alla Corte di Assise, nei confronti di PIPITONE Antonino, per rispondere del reato specificato  in epigrafe.

Il processo, originariamente assegnato alla 1^ Corte di Assise, con decreto del Presidente del Tribunale in data 9 giugno 2003 veniva riassegnato alla 3^ Corte di Assise, sicchè all’udienza fissata del 23 giugno 2003, il collegio della 1^ sezione rimetteva le parti innanzi a questa Corte, innanzi al quale il processo veniva nuovamente chiamato nella medesima udienza.

Il 23 giugno 2003, dopo la verifica della regolare costituzione delle parti,  non veniva tuttavia svolta alcuna attività, a motivo dell’astensione dei Difensori in adesione a un deliberato dell’Unione Camere Penali.

All’udienza del 30 giugno 2003, dopo la dichiarazione di apertura del dibattimento e la lettura dell’imputazione, le parti formulavano le richieste di prova, sulle quali la Corte provvedeva, con ordinanza pronunciata nella stessa udienza.

All’udienza del 25 settembre 2003, aveva inizio l’istruzione dibattimentale, con l’escussione dei testi ROCCHE’ Leoluca, CICERO ANTONIO, TOMEO Paolo, CORDARO Calogero.

Veniva concordata l’acquisizione della relazione di servizio in data 26.9.1983 a firma di DI STATO MANNINO Paolo e CARDILLO FRANCESCO, ed il Pubblico Ministero rinunciava all’esame testimoniale di costoro.

Venivano, inoltre, acquisiti il verbale di sopralluogo e rilievi tecnici effettuati a seguito del decesso della PIPITONE, il verbale di ispezione cadaverica, la relazione autoptica e il referto di pronto soccorso stilato il 23.9.1983.

All’udienza del 6 ottobre 2003, venivano sentiti il collaboratore di Giustizia ONORATO Francesco ed i testi LO MONACO Giovanni, RUSSO Giuseppe e ACCORDINO Francesco.

Inoltre, veniva disposta l’acquisizione della relazione di servizio in data 24.9.1983 a firma RUSSO.

All’udienza del 29 ottobre 2003 aveva luogo l’esame dei collaboratori di giustizia ANZELMO Francesco Paolo, GANCI Calogero e CANCEMI Salvatore.

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