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Anna Maria Scarfò

Ti hanno violentata? Devi pentirti

di Franca Fortunata - n. 25 Casablanca

Le infilarono la pistola in bocca e la minacciarono di morte se avesse parlato. La storia di abusi e violenze su Anna Maria Scarfò, la ragazza di San Martino, piccola frazione di Taurianova, in Calabria, ha avuto inizio nel 1999, quando aveva appena tredici anni e tanti sogni in testa. Per aver denunciato i suoi stupratori, tra cui alcuni mafiosi, si è ritrovato tutto il paese contro. Lei e la sua famiglia hanno subito minacce e violenze di ogni genere. Una storia che lei ha affidato alla giornalista di Repubblica, Cristina Zagaria, che ne ha fatto un libro “Malanova – La ragazza del Sud che ha avuto il coraggio di denunciare un intero paese”.

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"A tredici anni ero troppo piccola per capire. Anche ora, non sono molto più grande, ma questi tre anni sono stati lunghissimi, infiniti e ora sono grande abbastanza per capire una cosa: mia sorella non la devono toccare". 

Sono queste le parole con le quali Anna Maria comincia il suo racconto ai carabinieri.     

Tutto ha inizio con un ragazzo di cui lei si fidava.                

Quando le dice di amarla e di volersi fidanzare, lei gli crede.                  

A tredici anni crede nell’amore, crede negli uomini, e sogna il giorno del suo matrimonio. Quando le chiede di andare a fare un giro in macchina, lei lo segue. Arrivati in campagna, scopre che ad aspettarli c’è un altro ragazzo e le fanno proposte “oscene”. Lei non capisce, è sconvolta, delusa. Da quel giorno entra in una spirale di violenze “inaudite”, da cui troverà la forza di liberarsi solo dopo tre anni di abusi e stupri. I suoi aguzzini, che con il tempo aumenteranno, forti di una cultura maschile che li vuole “predatori” per diritto naturale, in quanto uomini, nel paese godono di rispetto. Sono bravi lavoratori. Alcuni sono sposati o fidanzati, altri sono mafiosi e girano con la pistola in tasca. Un giorno gliela infilano in bocca e la minacciano di ucciderla se parla.




IL PRETE E LA MONACA. DEVI PENTIRTI!

Subito dopo la prima violenza vorrebbe parlarne alla madre e al padre, ma ha paura che la caccino di casa. Decide così di raccontare tutto al parroco, don Antonio, a cui chiede di fermare quegli uomini. Il prete, invece, ferma lei. Si preoccupa dello scandalo che potrebbe nascere e la invita al pentimento. Decide di affidarla a una suora, suor Mimma, a cui racconta che Anna Maria ha fatto sesso con un uomo più grande ed ha paura di essere rimasta incinta. La suora, dopo averle fatto il test di gravidanza, risultato negativo, pensa di allontanarla dal paese e la porta in un collegio di suore a Polistena. Ma lì non viene accettata, perché “non è vergine” e potrebbe influenzare negativamente le altre ragazze.

Anna Maria non capisce. Non sa neppure cosa voglia dire “non essere vergine”. Dopo quella volta la suora non è andata più da lei e lei non è tornata in chiesa. Fallito il tentativo di chiedere aiuto al prete. Le violenze continuano. Anna Maria ha paura, teme che raccontino tutto in giro e possa farsi una brutta fama, pensa che se non li “fa arrabbiare, se li accontenta, loro manterranno il segreto”.

Dopo tre anni di abusi, decide di dire basta quando le propongono di portare anche la sorella di tredici anni. E’ l’amore per lei che le dà la forza di parlare e denunciare. Non vuole che facciano alla sorella quello che hanno fatto a lei. Lavorava in una rosticceria a Taurianova. Era il 15 settembre 2002, quando entra nel locale il maresciallo dei carabinieri. Gli si avvicina e gli dice che deve parlargli. Il giorno dopo entra, per la prima volta, in caserma.                       

 Anna Maria scopre così, dentro di sé, l’amore per la sua libertà, grazie a sua sorella. Liberata da ogni senso di colpa, denuncia coloro che le hanno rubato l’adolescenza, rompendo l’omertà e lasciando sbalorditi i suoi aguzzini e le loro donne. Questa esperienza le darà coscienza e consapevolezza della forza delle relazioni tra donne, con cui affronterà il processo e le donne del paese, che si metteranno contro di lei, la insulteranno, la minacceranno, la isoleranno, per costringerla ad andare via dal paese. Anna Maria sarà creduta, prima dai carabinieri, che avvieranno le indagini e arresteranno i suoi stupratori, e poi dal giudice che li condannerà.

 I suoi aguzzini, sin da subito, tentano, con minacce di morte alla sua famiglia, di costringerla a ritirare la denuncia, ma non ci riescono. Gli accusati vengono arrestati e rinviati a giudizio. I genitori di lei, impauriti, le chiedono di ritirarla, ma di fronte alla sua determinazione, la madre si associa alla denuncia della figlia.   

L’AVVOCATA                             

Una donna, Rosalba Sciarrone sarà la sua avvocata. Dalla relazione con lei Anna Maria trarrà la forza necessaria per affrontare il processo, in cui i difensori degli accusati cercheranno di trasformarla da vittima in carnefice.                                 
Il paese si ribella, a partire dalle mogli, madri, sorelle, parenti degli imputati. Nessuna di loro accusa i propri uomini, ma tutte si scagliano contro Anna Maria, rea di averli denunciati.                                

Per tutte è la “malanova”, la “ragazza facile”, la “puttana”, la “rovina” famiglie. I primi sei arrestati arrivano al processo con rito abbreviato. Anna Maria è determinata. "Voglio riprendermi la mia vita ... Ora per tornare a respirare ho bisogno che il giudice mi creda". Sarà creduta e i suoi aguzzini saranno condannati in primo e secondo grado. E in via definitiva il 6 dicembre 2007.  Alla fine del processo ha 21 anni.  "Non provo orgoglio – dice - né gioia. Mi sento semplicemente libera. Per la prima volta forte. Mi hanno ascoltato e creduto. Se solo avessi immaginato tutto questo". Un anno dopo denuncia gli altri suoi stupratori.  "Mi sono determinata a denunciare – spiega - le altre persone che hanno abusato di me solo il 12 aprile 2003 perché ero molto impaurita e lo sono tutt’ora per eventuali vendette" perché "sono pericolosi, girano armati e sono mafiosi". Anche loro saranno condannati in primo grado il 25 novembre 2009. A oggi è ancora in corso il processo di secondo grado.

Don Antonio e suor Mimma? Denunciati dal tribunale di Palmi di falsa testimonianza.

IL PAESE CONTRO

 Dopo le condanne, la sua vicenda arriva su tutti i mass -media. Partecipa alla trasmissione Chi l’ha visto? Tutta Italia così viene a sapere di lei e di quel paesino della Calabria che l’ha oltraggiata, offesa, isolata, condannata per aver rotto l’omertà.  Le donne del paese reagiscono. Si organizzano in comitato, scrivono ai giornali, insinuano che Anna Maria ha fatto tutto per avere notorietà e guadagni economici. Organizzano una manifestazione contro quella che definiscono una criminalizzazione mediatica di tutto il paese. Gli uomini si difendono, dicendo di non essere tutti degli stupratori. Le minacce e gli insulti contro Anna Maria diventano più forti. Le uccidono il cane, le insanguinano i panni stesi, le telefonano a tutte le ore del giorno e della notte con minacce e insulti. Vogliono che lei e la sua famiglia lascino il paese. Lei denuncia per stalking i vicini di casa, le donne che vogliono cacciarla.  Scrive al presidente della Repubblica, ai carabinieri, al giudice del tribunale a Palmi per chiedere aiuto per sé e la sua famiglia, perché non vogliono lasciare San Martino. La madre di Anna Maria risponde pubblicamente alle donne del comitato, difende le scelte della figlia e respinge qualsiasi accusa di “vantaggio economico”. E aggiunge:"Capisco che il coraggio di Anna Maria faccia paura alle componenti del comitato di San Martino perché ha messo in discussione la regola del silenzio da parte delle donne sempre e comunque. Ho imparato, come donna, da mia figlia, piccola grande donna, che la cosa più importante nella vita di ognuna è la dignità e il coraggio di essere donna. Io e mia figlia, durante questo doloroso percorso, abbiamo incontrato tante donne coraggiose e consapevoli della centralità e dell’importanza del coraggio della donna contro ogni sopruso e violenza proveniente dal mondo maschile (….)".                                       

Anna Maria e la sua famiglia vengono messe sotto scorta e solo il 15 luglio 2010, lei lascia San Martino ed entra nel programma di protezione. La prima a cui viene riconosciuto per stalking.   Oggi vive in località protetta con la sorella. Alcuni dei suoi aguzzini hanno scontato la pena e sono fuori. Per gli altri sei è in corso il processo d’appello. Nei mesi scorsi è tornata in tribunale a Palmi, per testimoniare contro le donne da lei accusate di stalking. Questa volta con lei c’erano molte donne, venute da ogni parte del sud. A 26 anni, Anna Maria è viva e più forte che mai. Oggi ha tutta l’autorità per dire alle altre di non accettare la violenza sul proprio corpo, di rompere l’omertà per riappropriarsi della propria vita. Lei lo ha fatto. Lei è la Calabria che è già cambiata, grazie alle donne. E’ per amore della libertà sua e della sorella che si è ribellata. La coscienza della propria libertà non si può fermare, anche se il costo, che molte donne stanno pagando, è altissimo, a volte anche con la propria vita.     


Altri Link

Insieme per Anna Maria  27 febbraio '12

Il processo rimane a Cinquefrondi

«Il fatto poi che alcune associazioni si siano mobilitate per fornire assistenza morale alla vittima – prosegue la sentenza 40949, appena depositata e relativa all'udienza svoltasi lo scorso 18 luglio – non ha alcun rilievo ai fini della richiesta di rimessione». E questo «non solo perché si tratta di attività corrispondente agli scopi statutari delle predette associazioni, esercitate in modo pacifico e secondo i dettami della legge, ma anche perché – scrive la Cassazione – il loro intervento non è collegato al luogo dove si svolge il processo, per cui il suo eventuale trasferimento in altra sede non avrebbe alcun effetto».

Malanova