Giorgiana Masi

Il delitto di Giorgiana 
Coincidenza o Strategia?

di Norma Ferrara (Casablanca n. 24)


Roma: Il 12 maggio del 1977 un proiettile uccide Giorgiana Masi una giovane studentessa durante una manifestazione “non violenta” per gli organizzatori, non per lo Stato che mette in piazza 5000 agenti e tanti infiltrati. In assetto antisommossa. Insomma, tutti ben armati. Dopo 35 anni per quel delitto nessun colpevole. Mentì tutto il parlamento per voce dell'allora ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, costretto poi ad ammettere la presenza di agenti in borghese armati, grazie alle foto dei reporter che quel giorno documentarono una battaglia preparata dallo Stato per riaffermare le sue regole. A pagare fu una giovane donna.Coincidenza? Strategia?

Giorgiana Masi, studentessa diciottenne cristiana.  Il “no” a manifestazioni in referendum sul divorzio, avvenuta tre del liceo Pasteur quel pomeriggio del 12 piazza era arrivato dopo la sparatoria del anni prima. Le donne «… erano la parte maggio 1977 saluta i genitori dicendo 21 aprile 1977 tra agenti di polizia e più temuta del movimento, avevano loro “state tranquilli se le cose si mettono male, vado via" e dal quartiere monte Mario dove abita si dirige al sit-in indetto a piazza Navona dai radicali, nonostante il divieto avvallato dal ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, 
abile uomo politico della Democrazia cristiana. Il “no” a manifestazioni in piazza era arrivato dopo la sparatoria del 21 aprile 1977 tra agenti di polizia e manifestanti dell'area di Autonomia Operaia che finì con l'uccisione dell'agente Settimio Passamonti e il ferimento di quattro suoi commilitoni. Dopo questo tragico epilogo Cossiga aveva deciso di usare “il pugno di ferro” contro il movimento. I radicali però ritenevano, a ragione, incostituzionale quel decreto che vietava il diritto di manifestare e per dimostrarlo lo violarono, convocando un sit- in motivato dalla raccolta di firme alla proposta dei referendum abrogativi. In realtà, per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, avvenuta tre anni prima. Le donne «… erano la parte più temuta del movimento, avevano raccolto il grido di dolore dei figli, dei mariti, delle madri, dei fratelli. 
L’avevano fatto loro ed erano pericolose perché erano contro tutti i ruoli, contro il potere, che non era solo quello che era al governo» racconta l’inviato fra “gli ultimi” Tano D’Amico. Lui quel pomeriggio c’era. Ha visto. Fotografato. Registrato. Ricorda. Racconta E’ un pomeriggio primaverile a Roma, lontano dagli spari e dal dolore di quel giorno, il fotoreporter è come un fiume in piena. 
Inarrestabile e minaccioso perché a differenza di altre frange del movimento non chiede il potere e non rivendica diritti. Uomo libero.


LA BATTAGLIA DI PONTE GARIBALDI 

 Giorgiana è una ragazza esile di corporatura e con un bel viso. Di lei i giornali racconteranno che simpatizzava per Lotta Continua, distribuiva il quotidiano a scuola e aveva idee di sinistra. Quel giorno scese in piazza con alcune amiche e con il fidanzato, Gianfranco Papino. Ricorda Emma Bonino, leader radicale, due anni dopo durante la presentazione del libro bianco sulla morte di Giorgiana: «Ero chiusa in piazza Navona dalle 13 e non arrivava nessuno. Noi eravamo lì da soli quando ad un certo punto sento sparare da piazza della Cancelleria, faccio per muovermi in quella direzione ma non riesco a passare. Vado allora da piazza Pasquino ed è lì che vedo per la prima volta quel pomeriggio un ragazzo che esce da un bar, con un look che sembrava uno dei movimenti, ho pensato che fosse un autonomo infiltrato, vado per dirgli di abbandonare il bastone che aveva in mano, ma lo vedo fermarsi a parlare con un poliziotto. Così mi guardo intorno e trovo una serie di persone, con pistole, spranghe che non venivano fermati da nessuno; solo allora ho realizzato che erano poliziotti “travestiti” /”infiltrati”». 

Nonostante gli annunci di un sit-in pacifico, lo Stato schierò forze dell'ordine come stesse andando in guerra. E guerra fu: cinquemila agenti presenti nelle strade del centro storico in assetto antisommossa, in seguito si saprà “rafforzati” da molti altri “infiltrati”. Parlamentari come Mimmo Pinto furono malmenati dalle forze di polizia davanti al Senato. 
Mentre tutto questo accadeva, più di trecento persone erano “bloccate” a Campo dei Fiori da ore. Rimasero lì sino alle 19.00 circa di sera. In quelle ore Tano D'Amico, fotoreporter “freelance”, segue i ragazzi, scatta ritratti che rimarranno nella storia del movimento. 
Prova a farsi largo per capire cosa accade, vede la strada verso villa Giulia bloccata. Poi il lungo Tevere. A Largo Argentina è in corso una guerriglia, da ore il lancio di candelotti ha reso irrespirabile l'aria ed è complicato vedere chi hai accanto, in che direzione stai correndo. A Piazza Navona verso le 18.00 del pomeriggio le prime Molotov. 
Ma, è davanti ponte Garibaldi, nei pressi di Piazza Belli, che due ore dopo si consuma la tragedia, mentre già in Parlamento Pannella (PR), Corvisieri  (DP), Ligheri (DC) Pinto (DP), Costa, Giovanardi, Magnani Noya Maria, intervengono a denunciare gli scontri del pomeriggio e l'inadeguatezza del governo. Mentre parlano i politici, Giorgiana Masi corre da una parte all'altra del ponte. Si trova nei pressi di piazza Belli, quando improvvisa parte una carica di polizia e carabinieri, preceduta da un lancio di lacrimogeni, da via Arenula. Pochi minuti prima tre grosse moto, secondo le testimonianze dell'epoca, arrivarono sul lungotevere degli Anguillara, all'angolo con la piazza verso la quale si sta dirigendo Giorgiana. Sopra ci sono tre vigili in divisa e uno in borghese, quest'ultimo – secondo le testimonianze – scende dalla motocicletta, impugna la pistola e spara ad altezza d'uomo. Poco dopo, vicino a Piazza Sonnino, quasi simultaneamente, cadono a terra: 
Giorgiana Masi, colpita da un proiettile calibro 22 all'addome e una sua compagna, Elena Ascione, ferita a una gamba. Poco prima era stato ferito alla mano anche un carabiniere, Francesco Ruggero. In un primo tempo gli amici di Giorgiana che la vedono accasciarsi a terra, pensano che sia caduta correndo, nella folla. Poi si accorgono del sangue, arriva l'ambulanza, ma per la giovane studentessa non c'è più nulla da fare. Al Tg della Rai il ministro dell'Interno, Cossiga, giurerà che in piazza non vi fossero agenti in borghese armati. 
Passano solo poche ore e sarà smentito dalle foto, caparbiamente scattate, da fotocronisti presenti quel giorno. 
Quella è una giornata particolare per molti di loro, riuscirono a documentare che lo Stato stava mentendo, sotto gli occhi di tutti, mentre una ragazza moriva a soli diciannove anni per un proiettile sparato, non si sa ancora da chi, dopo trentacinque anni. Cossiga dovette poi rettificare e ammettere che c'erano poliziotti in borghese in tutto il centro storico e che erano armati. Tuttavia, l'indagine che scaturì grazie anche a quelle foto culminò in una richiesta di archiviazione, un non luogo a procedere, “perché ignoti i responsabili”. Il delitto di Giorgiana Masi è ancora senza verità e giustizia. 
 
UNA RAGIONE DI STATO 

  
«Il punto non è come andarono le cose quel pomeriggio – commenta oggi Tano D'Amico – ma cosa accadde dopo. Quel delitto non fu ben visto nemmeno da una parte delle forze dell'ordine. Ebbi modo di capirlo quando alcuni appartenenti a corpi armati, con i quali spesso avevo avuto modo di trovarmi in piazza in altre manifestazioni, mi fermarono per dirmi  frasi che alludevano alla scelta di colpire una donna (noi siamo uuuomini – dicevano – è stata uccisa una dddoona). 
Volevano dirmi, senza farlo esplicitamente qualcosa». Per giorni D'Amico si chiede perché? Cosa significavano quelle parole trascinate, suggerite e ripetute con effetto martellante? Poi una notte capisce. «Chi sparò quel giorno – continua D'Amico – uccise una donna per colpire il movimento femminista, molto pericoloso all'epoca. Mirò con precisione sulle giovani studentesse perché era l'unico modo per essere certi di non colpire un “potenziale” collega». Gli scatti di D'Amico ma anche di altri fotoreporter, uno dei quali lavorava per il Messaggero, avevano documentato in maniera incontrovertibile la presenza di uomini dello Stato “travestiti” da autonomi. Colpire una donna dunque, era l'unico modo per essere certi di non fare una vittima fra i corpi speciali schierati in piazza. Le indagini però stabilirono che il calibro di proiettile che uccise la ragazza non fosse fra quelli in dotazione alle forze dell'ordine. Questo spinse a cercare nel cosiddetto “fuoco amico” i responsabili di quell'assassinio. Ma anche su questo aspetto, D'Amico, racconta un aneddoto significativo e che le successive inchieste non riuscirono ad approfondire. « Tempo dopo la morte di Giogiana un appartenente alle forze dell'ordine, uno molto alto in gradi, mi chiese di incontrarlo. Gli diedi appuntamento nel posto più centrale di Roma, in piazza Santa Maria in Trastevere. Mentre lo attendevo, pensai: 
arriverà in borghese! E invece si presentò nella migliore delle sue uniformi, quasi ad ostentare proprio la sua presenza in quel luogo con me. Non passò inosservato, chiaramente». Il colonnello chiese al fotoreporter se avesse avuto altre notizie sul caso “che tanto gli stava a cuore” (si riferiva al delitto Masi, ndr). «Quando io dissi – riprende D'Amico – che tutto si era fermato sull'origine del proiettile, lui mi rispose: non è compatibile con quelli in dotazione ai reparti ma lo è con quelli utilizzati nei poligoni in cui vengono formati i tiratori scelti». Tano D'Amico, dopo molti anni, sembra rassegnato all'impossibilità di sapere come andarono le cose quel giorno. O meglio ancora, una risposta lui se l'è data. Anche se non è quella della giustizia. «Tutti in questi anni hanno puntato il dito contro Francesco Cossiga, all'epoca ministro dell'Interno. Certo. Ma quel delitto a mio avviso fu un “sacrificio umano” chiesto da qualcuno o da tutti per ribadire la centralità dello Stato e delle sue leggi. Se violando il divieto di manifestare ne fossero usciti indenni, quelli del movimento, sarebbe stata la prova che era possibile “disobbedire” alle regole dello Stato e questo non faceva comodo a nessuno, dal Pci alla Dc». D'Amico ci racconta un ultimo capitolo di questa storia che riguarda l'ultimo confronto con l'allora ex presidente Cossiga proprio sul caso Masi. Tutto si svolge in Rai, durante la trasmissione “Chi l'ha visto” di Raitre a cura di Federica Sciarelli (compagna di classe di Giorgiana Masi) il 23 maggio del 2005. 
Quel giorno il fotoreporter venne invitato, insieme ad altri, a parlare di questo delitto. «Fu una puntata complicata, anche perché all'improvviso mi fecero sapere di non aver ritrovato nelle Teche della Rai l'edizione di quel Tg in cui Cossiga mentiva circa la presenza di poliziotti in borghese armati. 
Io ricordai comunque l'episodio e Cossiga, impossibilitato a partecipare per problemi di salute, telefonò in trasmissione. Lo fece ammettendo di aver mentito – continua D'Amico - ma di averlo fatto con l'appoggio di tutto l'arco parlamentare, da sinistra a destra. Fece anche nomi molti importanti. Io chiosai, nell'imbarazzo generale: ecco chi sono i responsabili dell'omicidio di Giorgiana Masi». Il movimento femminista, la strategia della tensione, il metodo degli infiltrati nei cortei, un'indagine che nessuno è riuscito a portare avanti. Un misterioso colonnello o comandante, non sappiamo con certezza, che suggerisce elementi a favore della pista interna al corpo armato. Ci sono tutti gli elementi in questa storia per farla rimanere sospesa, senza verità. Lo stesso Cossiga nel 2007 dal Corsera dichiarò di essere una delle cinque persone a conoscenza dei responsabili del delitto della Masi ma di non avere intenzione di rivelarli. 
Raccontata così, con queste ultime parole, la verità su questo delitto sembra destinato a morire con le persone che la custodiscono. Ma poi prima di congedarsi Tano D'Amico commenta: 
«Negli anni mi sono convinto che quando una verità rimane a lungo negata non è perché la sanno in pochi ma  perché la conoscono in molti». 


Fonte:Casablanca n.24  www.lesiciliane.org

pdf: http://www.lesiciliane.org/casablanca/pdf/CB24.pdf