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Premessa

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La Voce di Sandro convegno a Firenze (1991) Movimento per la Democrazia "La Rete"

Il racconto "Chi è Sandro Marcucci" è affidato ancora a Mario Ciancarella perché solo chi ha vissuto gioie, paure, rabbia comune e il sogno di una giustizia Giusta può raccontare.

Sappiamo che il giudice Priore ha bollato come non attendibile (definizione addolcita) Mario Ciancarella, ma noi abbiamo deciso di stare dalla parte che più ci ha convinto.
In tempi non sospetti avevamo detto che l'impianto accusatorio costruito da Priore sarebbe caduto come carte impilate sulla sabbia.
Non eravamo di certo in possesso di chissà quale sfera magica. Bastava leggere.
Il racconto di Mario Ciancarella è intriso di riferimenti... Personaggi, eventi e "carte" che sono presenti in quei capitoli che nessun editore ha mai voluto pubblicare.
Noi faremo riferimento solo ad alcuni di essi, rimandando il lettore al sito su Mario Ciancarella.
Il nostro obiettivo, oggi, è solo quello di chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di Sandro Marcucci e, visto che ci siamo, chiediamo di riprendere in esame quello strano suicidio del Maresciallo Mario Dettori.
Nella strage di Ustica non ci sono state 81 vittime. Ma molte di più.

"Finche’ il sangue dei figli degli altri varrà meno del sangue dei nostri figli, fin quando il dolore degli altri per la morte dei loro figli, varrà meno del nostro dolore per la morte dei nostri figli, ci sarà sempre qualcuno che potrà organizzare stragi in piazze, banche o stazioni, su treni o su aerei, con bombe o missili, con la certezza di rimanere impunito."

Sandro Marcucci

Il mio Amico Sandro

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L’amicizia tra me e Sandro nasce dalla comune avventura. Lo conobbi all’inizio del 1976 poco dopo il suo rientro a Pisa da Latina dove aveva svolto servizio come Istruttore Pilota presso la Scuola di Volo Avanzato per plurimotori, la scuola cioè che forma definitivamente il Pilota Militare per la specifica categoria “velivoli plurimotori”, cioè ad elica, per differenziarla dalle altre due, quella dei velivoli a Jet (ricognitori, caccia e cacciabombardieri) e quella degli elicotteri. In precedenza Sandro aveva svolto, nella Accademia della Aeronautica a Pozzuoli, un periodo come Ufficiale di Inquadramento ai Corsi. Tornava a Pisa, Sandro, preceduto dalla sua fama di Ufficiale lanciatissimo in carriera, di grande animatore di feste e galà, di uomo dal fascino particolare capace di suscitare interesse in ogni donna che incontrasse (un vero “tombeur des femmes”, si diceva di lui). Una fama che non lo avrebbe abbandonato anche dopo le sue profonde trasformazioni personali, se e’ vero che i colleghi mormoravano che avesse conquistato anche la attenzione di una attrice famosa con cui aveva avuto un incontro per le riprese cinematografiche aeree di cui la troupe della attrice aveva bisogno. Una necessità per la quale dovette servirsi della base e dei velivoli di Guidonia, l’ultima in cui Sandro avrebbe svolto il suo servizio militare. La moglie Maresa certo avrà vissuto con qualche ansia e qualche amarezza questa fama vera o presunta che fosse del marito; ma evidentemente rassicurata dall’essere moglie di un Ufficiale molto compreso del senso dei suoi doveri personali, riusciva ad essere o almeno ad apparire serena e presente accanto a quell'uomo vulcanico. Ma soprattutto Sandro era accompagnato dalla fama di essere Ufficiale e Pilota professionalmente preparatissimo (“con Marcucci si torna sempre a casa” era la reiterata certificazione degli uomini che lo avevano avuto come comandante di volo), e soprattutto capace di conquistare il rispetto e la fiducia più totali degli uomini ai suoi comandi. Cosciente e consapevole dei compiti attribuiti ad un Ufficiale non lasciava mai che i suoi sottoposti rispondessero per atti compiuti sotto il suo comando, dei quali assumeva interamente la diretta e personale responsabilità. E questo indubbiamente conquistava il rispetto di uomini abituati invece a subire costantemente la arroganza di superiori a volte meno preparati e certamente più inesperti di molti subalterni, e la loro costante deresponsabilizzazione per qualsiasi evenienza avvenisse nella propria sfera di comando. Forse proprio per questa fama Sandro era stato scelto dal Comando di Aerobrigata per “parlamentare” con i Sottufficiali che, con le loro mogli, una domenica (o un Sabato, non ricordo bene) avevano “occupato” il loro Circolo. Era in pieno svolgimento quella fase “rivoluzionaria”, che aveva portato i Sottufficiali di mezza Italia, e soprattutto di Pisa, a creare un Coordinamento Democratico che gestisse i propri momenti di fuori servizio in forme di socializzazione interna e di apertura alla Società Civile, per una reciproca “contaminazione democratica”, rifiutando i vecchi sistemi di gestione e di controllo totale sulla vita dei militari professionisti imposti dalle gerarchie.

Il Movimento Democratico dei Militari

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I Circoli erano divenuti così luoghi di dibattito e di formazione, dove si era deciso, richiesto ed ottenuto (per le inoppugnabili argomentazioni portate a sostegno di questa forma minimale di condizione di Democrazia) di avere la presenza delle testate della stampa nazionale di tutte le tendenze politiche e non solo quelle vicine ad ambienti e culture di destra come avveniva fino a quel momento. I Circoli erano divenuti ambienti dove venivano allestiti spettacoli teatrali (animati soprattutto da sottufficiali meridionali, con la realizzazione di opere di De Filippo) e dove le signore si ritrovavano ora per discutere di tutto e non solo dei vecchi pettegolezzi, ed organizzavano la realizzazione di manufatti di varia natura per animare le iniziative sociali e di solidarietà della vicina circoscrizione di San Giusto. Come sempre avviene nelle “rivoluzioni” il primo passo era la riconquista della propria dignità di Persona e Cittadino, al di là delle proprie funzioni e del proprio status professionale. E la riscoperta di questa dignità si accompagnava da una parte con la scoperta dei propri limiti culturali e sociali, con la necessità di compensarli, e dall’altra con l’abbandono di quella paura servile verso i superiori che li aveva mantenuti soggiogati e passivi di fronte a “concessioni paternalistiche” di quanto andavano riscoprendo come veri e propri “diritti”. Una condizione di servilismo che avevano fin lì accettato forse nella illusione di una tranquillità di vita, svenduta in cambio dell’ignavia e della sudditanza, “pronta, cieca ed assoluta” incapace di autonomia di pensiero. Ma una condizione che certamente si legava anche alla atavica composizione aristocratica delle classi di Ufficiali a fronte della estrazione popolare dei Sottufficiali e dei Militari di truppa, e che ora era cambiata grazie al progresso sociale e culturale della Società Civile ed all’arrivo di molti laureati anche tra i Sottufficiali e gli uomini della leva obbligatoria. Non e’ sempre facile mutare i condizionamenti storici di una società rigidamente divisa in classi, ma il lento cammino della Democrazia e della consapevolezza di dignità costituzionale stava finalmente arrivando anche nelle Forze Armate. E determinava un progressivo confronto ed una contaminazione non più controllabile tra la cultura della Società Civile e le logiche di una cultura militare chiusa e totalizzante. Per la prima volta una rappresentativa di “militari atleti” (ma non troppo ed altrettanto “atletici”, viste le pancette che alcuni già esibivano) partecipò ad un torneo di calcio estivo amatoriale promosso dalle circoscrizioni pisane. Il Comando della 46^ irrigiditosi in quelle prime prove di forza, considerava illegittima la pacifica “occupazione” del Circolo per quelle attività di socializzazione e, avendo ottenuto dai Sottufficiali dei fieri rifiuti alle proprie disposizioni di abbandonare assieme alle loro consorti i locali del Circolo, inviò Sandro a “parlamentare” con i “caporioni” della rivolta: i Totaro, i Pignatelli, gli Stilli, e quanti altri erano ormai considerati dai Comandi come i riferimenti e referenti “politicoideologici” della “rivolta”.Ma se una cosa mancava a Sandro, guascone com’era fino ad apparire spaccone a volte, era quella astuzia diplomatica che avrebbe dovuto farne, nelle aspettative dei superiori, un Menenio Agrippa dei nostri giorni. Non sapeva raccontare apologhi accattivanti ed impersonali proprio perché avrebbe dovuto estraniarsi dai suoi racconti. Ed un uomo come lui, tutto schierato ad affermare comunque se stesso, non ne sarebbe stato capace. Ed aveva invece un altro pregio, Sandro, forse poco noto ai suoi superiori. La capacità di ascoltare quanti non fossero rimasti schiacciati dalla sua parlantina vulcanica e dalla sua innata capacità di affabulazione. Il fallimento di quella missione di mediazione e l’essersi trovato davanti a Sottufficiali per nulla intimoriti di parlare apertamente ad un Maggiore, contestandone i ragionamenti e ridimensionandone la legittimità delle pretese - mi avrebbe raccontato successivamente - lo aveva turbato profondamente. Per la prima volta si era trovato davanti uomini non disposti a transigere ne’ a svendersi “per trenta denari” o per un “boccone di pane” o “la promessa di qualche scopata” (così mi ripeteva). Aveva sentito ragionamenti a lui fino ad allora ignoti o poco considerati su Diritti e Costituzione, su Persona e Dignità, su Forze Armate e Democrazia. E aveva avvertito che lui per la prima volta non sarebbe stato in grado, in quelle condizioni e su quegli argomenti, di essere sentito come “il Comandante”, il riferimento anche a terra, quando la missione di volo fosse terminata. Perché non aveva gli strumenti idonei a mostrarsi un “Comandante” su quei percorsi politici, che avvertiva come pericolosi e che pure sentiva lo affascinavano. Lo scontro con me fu durissimo. Si concretizzò nei giorni precedenti la famosa Assemblea Nazionale del Coordinamento dei Sottufficiali Democratici che si sarebbe tenuta a Febbraio del 1976 nel Teatro Verdi di Pisa. I Comandi erano in uno stato di fibrillazione incontrollabile. Sapevano che i Parlamentari delle Commissioni Difesa di Camera e Senato avevano deciso di partecipare ai lavori, offrendo cosi' una sponda istituzionale di garanzia alla legittimità dei lavori. Sapevano che anche tra gli Ufficiali si muovevano e si dibattevano le “idee nuove” di Democrazia di cui i Sottufficiali si erano fatti portatori e testimoni, e sapevano che tra gli Ufficiali si svolgevano serrati ed aspri confronti in cui si discuteva della legittimità di tali iniziative pubbliche dei Sottufficiali e della necessità che anche gli Ufficiali si coinvolgessero in quel momento di democratizzazione e di crescita di sensibilità civile e sociale dei Cittadini in Armi. Dopo molte discussioni cominciava ad essere chiaro anche agli Ufficiali più retrivi come fosse necessario conoscere direttamente e profondamente le istanze della base e conoscerne le motivazioni, se si voleva sperare di mantenere un ruolo ed una funzione di dirigenza. Come sarebbe stato possibile “dirigere e comandare” degli uomini con cui si era addirittura incapaci di dialogare e di condividere i temi ed il pensiero? In molti si faceva così strada la consapevolezza di come la partecipazione non doveva necessariamente significare essere travolti dalle proposte della base, ne’ la disponibilità al confronto aperto e leale avrebbe necessariamente costretto a rimanere passivi di fronte alle rivendicazioni che da essa venivano avanzate. Cominciavano a capire che la conoscenza e la capacità di confrontarsi ed interloquire con i subalterni poteva apparire cosa del tutto nuova ed inusuale, ma erano anche l’unica possibilità per esprimere dissenso e diversità di opinioni e per indicare eventuali e possibili percorsi alternativi di comportamento, che prescindessero tuttavia dal negazionismo preventivo ed arrogante di un “comandante” che si aspetti e pretenda solo obbedienza dai propri sottoposti, anche ove non si tratti di necessità e momenti operativi. Gli Ufficiali dunque cominciavano a farsi coinvolgere nel cuore del metodo democratico. Ma il punto era proprio questo: poteva consentirsi alla “classe dirigente degli Ufficiali” di accettare il confronto con la “classe esecutiva dei Sottufficiali”, e perciò stesso con una categoria di “inferiori” predestinata da sempre alla sola obbedienza “pronta, cieca ed assoluta” degli ordini dei “superiori Ufficiali”? La ovvia risposta dei Comandi, in una simile logica di approccio al problema, era un NO di assoluta intransigenza, su un punto che riteneva il fulcro di tutto l’edificio militare:l’obbedienza appunto. “Qui si obbedisce, e non si discute, e chi, tra lor signori, vuol essere ritenuto degno del comandare non può consentire alcuna discussione con i propri subalterni ed inferiori.”Io cercavo di animare questi confronti tra Ufficiali, anche attraverso la “Calotta” un antico strumento di espressione degli Ufficiali Inferiori, cioè fino al grado di Capitano (una specie di “sfogatoio” del tutto privo di efficacia, perché inibito a qualsivoglia costruzione di percorsi alternativi della cosiddetta “condizione militare”, e pertanto privo assolutamente di pericolosità per le attese delle “gerarchie”). Alle riunioni della Calotta era sempre consentito che partecipassero liberamente Ufficiali superiori (fino a Colonnello) o gli stessi Comandanti Generali. Nell’approssimarsi del Febbraio era stata emanata dallo Stato Maggiore una circolare in cui si ricordava agli Ufficiali il divieto tassativo di intervenire in pubbliche manifestazioni e segnatamente a quella prevista a Pisa dai “sovversivi”, e si ammoniva che chiunque fosse intervenuto a tale pubblica iniziativa anche senza prendere la parola sarebbe stato denunciato al Tribunale Militare per insubordinazione e per quanti altri reati militari quella Magistratura Speciale avesse ritenuto di dover procedere. Ci ritrovammo al Circolo Ufficiali in circa venti giovani Tenenti e Capitani. Discutevamo animatamente sulla legittimità di quel diktat e sulla necessità o meno di assecondarne le disposizioni, anche in forza della presenza alla Assemblea non solo dei membri del Parlamento ma anche, e forse soprattutto, di un Ufficiale Generale della Marina, in Servizio, l’Ammiraglio Falco Accame (divenuto ormai leader e riferimento di tutto il Movimento), che dimostrava la infondatezza e la insostenibilità delle disposizioni dello Stato Maggiore. Ad un certo punto, mentre stavo parlando e cercando di convincere i miei timorosi colleghi, intervenne Sandro. Esordì con un “ragazzo”, indirizzato a me, tipico di una cultura paternalista del potere ed allo stesso tempo umiliante per il proprio interlocutore, e subito dopo si lasciò andare ad un discorso di impeto con la sua nota enfasi e con argomentazioni aggressive, fino ad apparirmi offensive, contro di me e le tesi che andavo sostenendo, di violare cioè e consapevolmente quanto invece non ci veniva espressamente permesso dai Comandanti Superiori. Lo ascoltai pazientemente qualche minuto, osservando l’efficacia che le sue parole ottenevano purtroppo sulla pavidità dei colleghi, ora rassicurati sulla esigenza di astenersi dal partecipare. Ricordo che alla fine sbottai con un “Ora basta, Comandante”, che lo sorprese ed ottenne l’effetto di tacitarlo. Approfittai di quei momenti di incertezza da parte sua per assumere la conduzione del dibattito e per ricordargli che le sue argomentazioni erano del tutto infondate. E presi a parlargli di Gandhi. “Cosa c’entra ora Gandhi?” provò a dire Sandro sempre più sbigottito.“C’entra, Comandante, c’entra. E se ha la bontà di ascoltare qualche minuto e’ forse possibile che anche Lei possa riuscire a capirlo”, dissi con fare volutamente sprezzante, che lo fece certamente inviperire ma accesero la sua massima attenzione.“Vede, prima di discutere se una iniziativa sia giusta o non giusta, legittima o non legittima, bisogna avere capacità di analizzare da che cosa essa nasce, e dove si nutrono il malcontento e le espressioni anche esasperate che determinano scelte di rottura. Quando Gandhi decise di organizzare la grande marcia per rivendicare il diritto ad estrarre il sale dal mare, sul quale il Governo inglese rivendicava invece un proprio monopolio, egli si recò anzitutto dal Governatore per informarlo in anticipo della sua iniziativa e della ragione che la suggeriva: e cioè affermare il diritto dei popoli di accesso e sfruttamento delle risorse naturali dei propri territori. Il Governatore seppe solo rispondere, con la arroganza che mostra sempre il potere quando non vuole confrontarsi con i propri “sudditi”, che lui non concedeva il permesso di organizzare quella marcia e di effettuare quella raccolta di sale. Ma Gandhi rispose che non era andato lì per chiedere alcun permesso. Se si chiede un permesso a qualcuno, osservò il Mahatma, gli si riconosce il potere di negarlo. Io sono venuto ad informarla, proseguì Gandhi, che domani noi eserciteremo il nostro diritto naturale ad accedere alla risorsa del sale, e lei dovrà allora misurarsi con la vera natura della vostra presenza qui in India e del vostro modo di gestire le risorse che sono nostre e che voi ci avete depredato. Lei potrà ricorrere a qualsiasi violenza per impedircelo sapendo che noi comunque non reagiremo e non ci lasceremo tentare dalla prospettiva di utilizzare il vostro stesso strumento di violenza, perché altrimenti legittimeremmo la vostra. Ma sappia che tutto il mondo conoscerà il vero volto del potere Inglese. Sta a Lei scegliere quale sia il volto inglese che vorrete mostrare e far conoscere al mondo. Come ben vede, Comandante Marcucci, siamo in una situazione assolutamente identica. La nostra Costituzione riconosce infatti a tutti i Cittadini di partecipare alla formazione del proprio destino e della propria storia, attraverso la libera espressione del pensiero e la determinazione a realizzare, nelle forme specifiche del proprio status e della propria cultura, la partecipazione alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese, avendo lo Stato garantito i diritti inviolabili dell’Uomo sia come Persona che come formazioni sociali ove si svolge la sua attività e si sviluppa la sua personalità. Gli unici limiti previsti da questa Costituzione alla piena parità di diritti dei Militari con gli altri Cittadini - e comunque solo come ipotetica possibilità da regolare per Legge - riferiscono alle garanzie di iscrizione sindacale ed ai Partiti Politici, per i Militari ed i Magistrati; ma nulla nel nostro ordinamento costituzionale impedisce che Ufficiali, Sottufficiali e Società Civile si incontrino in luoghi pubblici per dibattere sul ruolo, le funzioni, e le modalità di esercizio dei poteri conferiti a qualsiasi apparato dello Stato, e tanto più per le Forze Armate che sono chiamate a garantire la natura Democratica delle Istituzioni, avendo al tempo stesso il gravoso ed esclusivo potere dell’uso delle armi e della violenza, pur nei limiti fissati dalla Legge. E qui, in questa specifica circostanza, lo Stato – nei nostri superiori che dovrebbero rappresentarlo in questa circostanza -, piuttosto che consentire ai propri rappresentanti e funzionari di coalizzarsi per la limitazione di questi Diritti ai Cittadini in Armi, dovrebbe essere invece impegnato, come vuole la Costituzione, a rimuovere tutti gli impedimenti di ordine economico e sociale che di fatto inibiscano la “pari dignità” dei Cittadini. Cioè, in buona sostanza. questo Stato dovrebbe essere impegnato a rimuovere quei Comandanti che ostacolano la pari dignità dei Cittadini, e non a consentire loro di minacciare chi quei diritti rivendica e promuove. Le ricordo, se mai lo avesse saputo o sbadatamente lo avesse dimenticato, che l’art. 52 della Costituzione vuole che l’Ordinamento delle Forze Armate – e cioè dire tutta la sua Organizzazione e le sue espressioni e direttive concrete – dovrebbero informarsi allo “Spirito Democratico della Repubblica”.Con il suo atto di intimidazione lo Stato Maggiore e’ allora lui ad apparire del tutto illegittimo piuttosto che la pubblica iniziativa dei Sottufficiali, e dunque io, noi dovrei dire come “Militari Democratici” (fu la prima volta che coniai quello che sarebbe stato in seguito l’appellativo del nostro Movimento) non siamo ne’ tenuti alla obbedienza, ne’ siamo qui a chiedere alcun permesso, proprio come Gandhi, ma stiamo correttamente informando i superiori ed i colleghi di una pubblica iniziativa che terremo sul territorio. E starà dunque a loro mostrare la natura - democratica ovvero antidemocratica ed autoritaria - che essi ritengano invece sia da attribuire al potere militare nei confronti del Paese e che vogliano dunque esibire nei confronti dei loro stessi uomini militanti. Forse alcuni colleghi Ufficiali, troppo poco attenti a questi cardini della Democrazia che pure hanno giurato di difendere, potranno essere preoccupati delle conseguenze drammatiche per la propria carriera che Lei, volutamente e neppure troppo velatamente, ha fatto trapelare dalle sue parole. Ma un altro valore della Costituzione Democratica e’ quello della consapevole responsabilità personale di ciascun Cittadino per le proprie azioni, quindi sta a ciascuno dei colleghi decidere se far prevalere le proprie paure e pavidità sulla necessità di essere presenti laddove i propri uomini accetteranno di mettere a rischio il proprio futuro. A me personalmente le Sue considerazioni di disprezzo e di minaccia – conclusi – non fanno ne’ caldo ne’ freddo, perché esse offendono piuttosto la persona che le pronuncia e la funzione che essa riveste. Io non ho bisogno di alcuna minaccia per essere indotto a fare ciò che e’ giusto e doveroso fare. E poiche’ questo e’ il mio metro di comportamento nella normale attività da Ufficiale, anche in questo caso so che la cosa giusta e’ partecipare. E lo farò, come cercherò fino in fondo di convincere i miei colleghi a partecipare per non rinnegare il ruolo ed i compiti di dirigenza degli uomini che ci sono stati affidati dal Paese e comandando i quali siamo chiamati a garantirne la sicurezza delle Istituzioni Democratiche. Quella della Assemblea e’ una sfida che proprio voi che ambite al comando dovreste comunque saper raccogliere. Perché, anche non si condividessero le posizioni o richieste dei Sottufficiali organizzatori, ed anche si volesse operare per disinnescare quella che viene definita semplicemente una “protesta” – e che a me sembra comunque assolutamente una ragionevole, argomentata, e dunque legittima, “proposta” - nessuno di voi, così carichi di saccenza e vuota presunzione, e’ riuscito ancora a spiegarmi, fino ad oggi, come si possano domani comandare degli uomini di cui non si conoscano e non si intendano conoscere le motivazioni di dissenso e non si comprendano e non si vogliano comprendere le ragioni di malumore, e di cui non si intenda vagliare la bontà delle proposte. E con i quali non si sia avuto il coraggio di condividere momenti alti di recupero di dignità. Intendete esercitare l’Autorità che vi e’ stata riconosciuta ed affidata dall’alto solo con i deferimenti ai Tribunali Militari? Solo con minacce di ritorsioni su carriera e vita professionale ordinaria? E’ con questi metodi e con questa idea di Autorità che pensa di poter avere uomini affidabili e consapevolmente subordinati quando dovrà dare ordini operativi, e a rischio della vita? Non le sembra di esservi fermati alle vicende di Caporetto dove i combattenti furono costretti a misurarsi solo perché avevano battaglioni di Carabinieri alle spalle pronti a colpirli se avessero abbandonato la lotta? Lei, Comandante, con i suoi discorsi, sta facendo perdere tempo a tutti noi, e sta rischiando di farci perdere un treno di partecipazione attiva e consapevole alla vita democratica del nostro Paese.”L’avevo sparata grossa, ma continuai a guardarlo dritto negli occhi, anche dopo aver finito quella lunga sparata e nel silenzio più totale degli altri presenti.“Chiedo scusa se ho interferito con la vostra discussione – fu la sorprendente e secca risposta di Sandro – e vi lascio. Ciascuno decida in coscienza e liberamente come vorrà comportarsi tenendo conto di tutto quanto e’ stato detto e preannunciato. Io e te invece “giovanotto” (che era un salto di apprezzamento rispetto al “ragazzo” precedente) dovremo parlare più a lungo. Perché può anche darsi che io alla fine decida di venire, nella mia qualità di Ufficiale e di Comandante, ma prima vorrei capire meglio ciò che sta accadendo. Dopo tutto quello che ci siamo detti, sei disponibile a venire a cena con me?”.“Se paga lei, Comandante, nessun problema. Sappia solo che sono un osso duro. Anche per lei.”. “Meglio, a me piace rosicchiarli gli ossi, dopo aver finito la bistecca”, concluse con baldanza quasi ritrovata. Finì con il fissarmi l’appuntamento per la sera successiva, in un ristorantino in una piazzetta in Città appena dietro Borgo stretto. Credo che avremmo fatto l’alba in quel ristorante se verso l’una non ci avessero gentilmente pregato di lasciare il locale. Sandro era stato inizialmente un fiume in piena, la sua storia personale, le sue aspettative, il suo modo di pensare al Comando ed alla vita, i suoi errori, tutto era stato messo sul tavolo come una specie di esorcismo liberatorio. E lì mi aveva parlato della sua esperienza con i Sottufficiali al Circolo, deludente e sconvolgente al tempo stesso. Poi, quando io ero ormai quasi alla fine del secondo piatto e lui non lo aveva ancora toccato, si arrestò di colpo e mi disse “Ora fammi capire: cosa ci sarebbe di sbagliato in tutto questo?”. Mi aveva costretto, ordinandomelo, a passare al tu, ed allora attaccai io:“Vedi Comandante (va bene il “tu”, ma sarei passato a chiamarlo Sandro solo dopo alcuni mesi) quello che c’e’ di sbagliato, se proprio vuoi saperlo, sei tu. Tu con la tua convinzione di essere l’unico gallo del pollaio, quello che ha capito tutto della vita, quello che pensa che siccome ha un grado ed una storia (come se gli altri attorno a te fossero persone senza storia ne’ radici, e come se le loro funzioni e gradi non avessero alcuna rilevanza al tuo confronto) questo lo autorizzi di per se stesso a ritenere di possedere in esclusiva le competenze necessarie ad essere il migliore. Del dialogo, del confronto con le persone non hai detto mezza parola. Certo hai parlato anche dei tuoi limiti, delle tue difficoltà, dei tuoi errori, ma come un lavacro catartico in cui ancora una volta tu solo sei attore e protagonista unico. A me tutto questo non interessa. Tu non sei venuto a confessarti stasera, e tanto meno assolverti e’ il mio ruolo e scopo. Solo i pavidi e gli sciocchi presuntuosi si aspettano assoluzioni liberatorie dei propri errori per il solo fatto di averli confessati, e non per aver mutato metro e modo di comportamento. Vorrei solo dirti che la vita di ogni Persona e dunque la storia di tutto questo nostro Paese, sono delle realtà molto più variegate di quanto tu neppure sospetti. Tu sei un uomo di destra, lo dice la tua storia e tutta la tua vita. Io sono un uomo di sinistra. Eppure tutti e due facciamo lo stesso mestiere, con aspettative certamente diverse e con motivazioni certamente diverse, ma facciamo lo stesso mestiere. Fuori direbbero, come lo dicono dentro, che siamo incompatibili, e che l’uno o l’altro ha sbagliato strada. Ma questo non e’ vero. L’unica incompatibilità, non con me ma con le Istituzioni e gli apparati dello Stato, sarebbe una attesa apertamente finalizzata alla ricostituzione di un regime fascista. Ma da qui alle ordinarie diversità che si vogliono forzosamente ritenere incompatibili e che invece dovrebbero sapersi comporre in un quadro di valori condivisi, la differenza e’ grande. Da quando ero ragazzino a scuola mi opprimeva questo modo di separarsi e di rinserrarsi ciascuno nel suo pollaio in cui tutti, professori, sindacati, organizzazioni politiche e studentesche, avrebbero voluto poter contare i propri ”polli iscritti”. Ma la Costituzione di questo Paese, la sua storia e la Lotta di Liberazione raccontano tutta un’altra cosa. Dicono che i diversi lavorano spesso negli stessi ambienti, condividono a volte insospettabilmente anche le medesime aspirazioni, e comunque la nostra Storia chiama tutti a partecipare alla formazione del proprio destino in una forma di confronto democratico, aperto, rispettoso delle differenze e delle minoranze, garante degli stessi diritti inviolabili a tutti, di qualsiasi parte siano. E’ per questo che i democristiani ed i comunisti della Resistenza seppero combattere assieme l’unico vero nemico che e’ l’assolutismo ideologico e la dittatura politica di un Paese – che nel nostro caso e’ stato il Fascismo -.E’ per questo che oggi, nelle Forze Armate, nonostante il desiderio di tanti gallonati di vederle selezionate solo con uomini di destra per essere un domani possibili e docili strumenti di volontà autoritarie e avventure revansciste, il grande meccanismo di contaminazione democratica costituito dalla leva obbligatoria e la naturale ambizione ed aspirazione ad una vita “normale” dei singoli cittadini, porta a condividere le medesime scelte professionali ed oggi le medesime lotte di rinnovamento democratico (sì vanno chiamate con il loro nome, lotte) gli Stilli, con i Pulvirenti, i Totaro con i Frittoli e via dicendo, che hanno anime politiche assolutamente distanti e vengono da percorsi umani apparentemente incommensurabili. Perché se un pregio inestimabile hanno comunque avuto queste Forze Armate ed i loro Sottufficiali (che non piuttosto la classe Ufficiali) e’ l’averci offerto un senso dello Stato che nella stessa Società Civile si sta forse rischiando di perdere, nella generalizzata corruzione, mistificando lo Stato in una specie di vacca da cui tutti possono suggere latte senza preoccuparsi di come possa produrne. E ciò e’ possibile quando una classe sociale vuole tenere in pugno tutte le altre, in forme di schiavitù in cui le misere prebende concesse ai sottoposti sono frutto di sottomissione e non di promozione di diritti e dignità umana, e dunque lo schiavo non ponga e non si ponga il problema della formazione e della ripartizione delle risorse ma rivendichi per se’ stesso solo alcuni minimali servizi come una sottospecie di diritto frutto esclusivo della propria sudditanza. Per questo i “padroni illuminati” della storia si sono sempre e comunque preoccupati di serbare parte delle casse del tesoro per la soddisfazione dei plebei, fin dai giochi dell’arena nella Roma imperiale. Ci sono voluti gli studenti e gli operai con le loro lotte sociali a ricordarci che solo con l’allargamento dei diritti fondamentali e civili, e con la crescita di una coscienza sociale diffusa e responsabile diviene possibile e necessario tornare a crescere in una cultura ed in un senso dello Stato che non sia di puro utilizzo di servizi e risorse, ma costruzione faticosa e prodotta insieme di consapevolezza e di responsabilità. Partecipando tutti alla definizione dell’interesse pubblico ed alla rivendicazione della dignità privata, dal posto di lavoro alla vita familiare. E qui tra noi, Cittadini in Armi, siamo molto indietro con la crescita rinnovata di questo senso profondo della Democrazia, mentre sta galoppando la approssimazione professionale, la corruzione diffusa, la ignoranza presuntuosa e in ultima analisi si prepara la svendita del Paese. Contraddicendo per primi quegli insegnamenti di nobiltà, onestà, efficienza e correttezza che fino a qualche anno fa ci venivano proposti come valori inalienabili. Ora noi, noi militari democratici, vogliamo che all’interno di questa piccola e ancor breve stagione costituzionale del nostro Paese e di questo nostro ancor giovane senso di partecipazione, il nostro senso dello Stato collabori con tutta la Società Civile al fine che il Paese e le sue Istituzioni siano sempre più espressioni di Democrazia e sempre meno di forme di autoritarismo autoreferenziale o svenduto ad altre potenze esterne. Qui nasce il conflitto. Che e’ un conflitto vero, tra persone e tra funzioni. Ma prima di schierarsi per l’uno o per l’altro bisogna saper valutare serenamente quali siano il ruolo e la funzione delle Forze Armate, nella nostra Costituzione e non in antiche e logore tradizioni che pretendano di rimanerne incontaminate od estranee alla logica costituzionale. Bisogna saperci chiedere e chiedere se stiamo rispondendo lealmente alle attese costituzionali riposte su di noi, se i nostri strumenti e il nostro ordinamento sono realmente funzionali a quelle prospettive e non isterilirci su una nostalgia di operatività guerreggiata che sarebbe per alcuni l’unico metro con il quale valutare le Forze Armate ed i suoi uomini. (Salvo poi pretendere di essere “irresponsabili”, per aver solo eseguito ordini superiori, quando le sorti delle guerre volgessero al peggio). Bisogna saper declinare apertamente quali e quanti prezzi siamo disponibili a pagare perché la nostra funzione non sia parassitaria e pericolosamente tentata di autoritarismo, ma sia componente di pari dignità nella costruzione della Democrazia. Noi che ci classifichiamo così ostinatamente in gradi e categorie di lavoro e non sappiamo di appartenere all’unica categoria possibile e declinabile: quella di essere Uomini e Cittadini, sempre ed in qualsiasi condizione, e non solo quando indossiamo i gradi o rivestiamo una funzione. E non e’ facile essere Uomini sempre, quando continue tentazioni di meschinità lusingano la nostra vanità anche se offendono la nostra dignità. Vedi, Comandante, a me non interessa se tu sei il migliore dei piloti. A me interessa sapere se tu, in quanto il migliore pilota, eseguiresti passivamente l’eventuale ordine di andare a paracadutare truppe di assalto sul nostro Parlamento, se tu fossi disponibile a bombardarlo solo in virtù di un ordine ricevuto. O se tu saresti capace di obiezione e di rifiuto. Vorrei capire non se tu voglia combattere, ma solo per che cosa e per quali valori sei disponibile a combattere, mettendoti in gioco. Vorrei capire se la tua carriera e’ più importante della limpidezza dei tuoi comportamenti e se il tuo interesse viene prima di quello del Paese e della sua Democrazia, o viceversa. Ecco perché la cosa che non funziona nei tuoi ragionamenti sei solo tu. Tu che aspiri ai piu' alti livelli solo perché riponi in te stesso la soluzione dei problemi della Forza Armata e del Paese, e non capisci che un Paese che voglia dirsi e costruirsi come espressione di Democrazia ha bisogno di un Popolo che condivida aspirazioni e valori per essere tale, tu che rifiuti di valutare ciò che e’ giusto indipendentemente dal grado di chi agisca ma che accetti passivamente qualsiasi cosa purché venga dai tuoi superiori; tu che ti ostini a non denunciare le carenze e le responsabilità tecnico-amministrative di dispersione delle risorse che il Paese ci affida solo perché uomini a te superiori in grado e carriera pretenderebbero che tutti avessero gli occhi chiusi. Ma lo sai, tu che hai così largamente parlato del tuo coraggio, quanto fegato ci vuole ad un vecchio Maresciallo, intristito nella obbedienza pronta cieca ed assoluta, per denunciare apertamente le ruberie, le scorrettezze dei propri superiori, per rivendicare la propria dignità umana e di Cittadino di fronte ad uno dei tanti Generali che infangano tutti noi, sbrodolandosi nella propria smania di esibire potere? E’ questo ciò che hanno trovato il coraggio di fare questi Sottufficiali Democratici, e dovrebbe essere un insegnamento per tutti noi, perché loro hanno avviato una nuova Resistenza contro chi come noi e’ pronto ad abbandonarli ancora al proprio destino in un qualsiasi nuovo 8 Settembre. Tu che abbai così spesso verso gli inferiori (ma poi che razza di gergo abbiamo mai assimilato per parlare di noi come entità umane divise in “inferiori e superiori” piuttosto che di Persone con gradi diversi e che, solo in relazione alle proprie funzioni, sono riconducibili a criteri di “subordinati e sovraordinati” oppure di ”dirigenti ed esecutori”?), hai mai provato a guardare negli occhi un tuo superiore che rubi e a dirgli serenamente, come stanno facendo questi splendidi Sottufficiali, “non ti e’ lecito farlo”, o un tuo superiore che umili ingiustamente un subordinato e dirgli serenamente e severamente “non ti e’ lecito farlo”?Ecco perché non funzioni. Perché ti ritieni destinato a grandi cose, ma non sei così umile da piegarti sulle piccole attese quotidiane delle Persone, per comprenderle e condividerle ed eventualmente liberarle dalla prigione di meschinità in cui ciascuno di noi rinchiude spesso la sua umanità. Noi cerchiamo altro alla nostra storia personale, ed uomini con le tue potenzialità sarebbero estremamente importanti al Movimento, per rafforzarlo ed equilibrarlo. Ma non vogliamo e non permetteremo che uomini come te, solo perché hanno un grado superiore ed una personalità dirompente, possano inibire questa nostra voglia di essere Cittadini come gli altri, che collaborano con gli altri, che con gli altri Cittadini vogliano contaminarsi nel medesimo bagno di Democrazia e Costituzione, rimanendo ciascuno nella propria realtà e partendo ciascuno dalla propria specifica professione, cultura e sensibilità per la crescita di noi stessi e del Paese con noi. E ci andremo dunque a quella benedetta Assemblea, ne puoi star certo, e prenderemo la parola. Io la prenderò come ho già fatto a Livorno dopo aver cercato di ascoltare e di capire a Venezia. Ora dimmelo tu, piuttosto, cosa c’e’ di sbagliato in tutto questo mio ragionamento?”E qui venne fuori quel lato di Sandro che mi ha sempre affascinato. Com’era impetuoso quando riteneva di avere ragione o di possedere risposte, così diveniva silenzioso ed ascoltatore attento quando capiva di aver individuato delle proprie lacune. Senza alcun senso di umiliazione sapeva chiedere di essere aiutato a capire ed a “crescere”, e non era un “allievo” passivo, ma diveniva avido di conoscenza per sentirsi al più presto in grado di gestire quanto di nuovo poteva essergli stato proposto. Dopo un non breve silenzio che diede modo ad entrambi di finire il nostro dolce, se ne uscì con poche e secche parole:“Niente. Non c’e’ niente di sbagliato. O almeno io non so capirlo perché non mi sono mai misurato con queste prospettive. Quello che capisco e’ che prima di stasera disprezzavo molti nostri colleghi e superiori perché dicevo che, senza divisa, non si sarebbero sentiti nessuno, tanto che avrebbero necessità di farsi persino la doccia indossando i gradi. Ma non capivo che ciascuno di noi può innamorarsi e sposare la propria immagine ne’ più ne meno della nostra funzione e dei nostri gradi, per cui forse anch’io quando faccio la doccia ho bisogno della mia immagine vincente, senza mai saper essere un semplice uomo nudo. Vorrei saper seguire questo percorso, ma non sarà facile. Avrò bisogno del tuo aiuto e di quanti vorranno farlo. Forse anche di quei Sottufficiali che verranno al Verdi. Beh e’ certo che dovrò esserci anch’io se vorrò cercare di capire qualcosa.”Non mi fidavo del tutto. Poteva essere stata una astuta messinscena, tutta quella serata, per costruire una accattivante immagine di interesse e disponibilità che gli permettesse di infiltrarsi nel Movimento come astuto referente del Comando. E per un lungo tempo avrei limitato le mie confidenze e le condivisioni con Sandro. Ma ero al tempo stesso consapevole che il medesimo dubbio nei miei confronti si agitava tra i Sottufficiali che si erano mostrati molto felici dei miei primi interventi e tuttavia molto problematici sulla mia genuinità. Sapevo che solo il tempo e le prove concrete, non le elugubrazioni vuote e senza fondamento che avessi potuto propormi e proporre, avrebbero potuto e saputo sdoganare la mia credibilità nei confronti dei Sottufficiali, e dunque quella di Sandro nei miei confronti. Conservai dunque con legittima consapevolezza quel benefico dubbio, e lo incoraggiai con un “Molto bene, Comandante.”.Parlammo poi delle nostre famiglie, dei nostri impegni sociali e delle nostre attese e speranze, fino a che, come dicevo, non fummo cortesemente invitati a togliere le tende. Come ogni neofita, e con il carattere impetuoso che lo contraddistingueva, Sandro si mostrava impaziente di mostrare i “propri progressi”. Cominciò con lo studio della Costituzione e, per la prima volta, cercò di rileggere ordinamenti e codici militari con gli occhi critici del dettato costituzionale. Mi costringeva spesso a lunghi ed estenuanti confronti sul come sarebbe stato possibile realizzare una Democrazia in una Forza Armata fondata sulla Autorità, fin quando un giorno, appena qualche mese dopo il nostro primo approccio, non arrivò trionfante affermando:“Ho capito quello che dice la Costituzione. Il Comando, come ogni altra funzione ed Istituzione dello Stato, può e deve fondarsi sulla Autorevolezza e non sull’Autoritarismo, sulla responsabilità e non sull’arbitrio insindacabile. Dunque e’ facile la Democrazia se non ci lasciamo spaventare dall’idea e dal timore che essa possa divenire il disfacimento delle Istituzioni. Certo se sono Istituzioni fondate sull’autoritarismo autoreferenziale esse si sentiranno aggredite dalla Democrazia, ma se vivranno nel suo spirito esse si dovrebbero sentire promosse da ogni manifestazione di partecipazione e corroborate da ogni leale espressione di dissenso. Questa idea di Democrazia e’ bella. Certo non e’ quella che viene vissuta non solo nelle strutture militari, ma anche nelle stesse Istituzioni Politiche. Ma e’ bella, perché può essere più forte anche di chi la nega e tradisce”. Beh, era davvero un salto di qualità sorprendente, e sorprendentemente veloce. Da lì a qualche tempo, benché di nuovo “pendolare” dalla Base di Pisa per un suo nuovo incarico operativo a Pratica di Mare, avrebbe avuto uno scontro durissimo con un suo pari grado il T. Col. Chiappini, Comandante del Reparto STO (Servizi Tecnici Operativi, in pratica le officine, cuore della operatività di una base aerea) per la punizione che era stata inflitta da costui ad un anziano Maresciallo di Viareggio, Gemignani se non ricordo male, per “essere stato sorpreso quest’ultimo a leggere durante il servizio, nel turno notturno al CDA, - udite, udite – la Costituzione”. Sandro era andato su tutte le furie, lo aveva affrontato ricordandogli come gli armadietti e le scrivanie di servizio, dal corpo di guardia fino alla sala operativa di base, fossero state sempre piene di riviste pornografiche, e come la loro lettura non avesse mai comportato per qualcuno il rischio della sanzione militare disciplinare, mentre ora si puniva un militare reo di cercare di leggere e capire quello che avrebbe dovuto essere il manuale della convivenza civile e politico-istituzionale di tutti i Cittadini. Dovette essere una scena alla quale mi sarebbe piaciuto assistere, ma dovetti godermela solo dalle parole e dal racconto di Sandro. Ma questa progressione impressionante lo stava portando verso la cosciente e consapevole distruzione della sua carriera fino a quel momento brillante e carica di soddisfazioni e di rosee prospettive di successi ulteriori. Il Comando si sentiva infatti maggiormente tradito da lui, che aveva cullato come esemplare “continuatore della specie”, piuttosto che da qualsiasi altro. Lui che si era trasformato da “Ambasciatore” in “colluso con i rivoltosi” ed in animo critico delle “politiche” di Comando. La sua punizione avrebbe dovuto essere più dura. E lo sarebbe stata, alla fine, con la sua diretta eliminazione fisica, dopo un lungo calvario umano e professionale. Intanto quelle “politiche di governo del personale”, spesso contraddittorie, che si andava cercando faticosamente di costruire e rabberciare dopo ogni “sconfitta”, per fronteggiare quella che a loro giudizio era “l’ondata rossa” e che, se non fermata – come ha scritto con aperta sfacciataggine il Gen. De Paolis nel suo “Obiettivo mancato” definendoci “figli delle Brigate Rosse” e quant’altro ha ritenuto di vomitarci addosso nel suo scritto - rischiavano di travolgere tutto il personale militare e “l’istituzione-organizzione” con esso. Eppure quel momento caotico diveniva per uno strano contrappasso anche l’occasione per fare chiarezza tra le diverse sensibilità e far emergere le diverse personalità ed attese di ciascuno. Così come la mia prima denuncia al Tribunale Militare di La Spezia, per il mio intervento nella pubblica Assemblea di Livorno, fu certamente il primo momento del mio sdoganamento verso i Sottufficiali - che mi immortalarono in procinto di lanciarmi dall’aereo (non si capiva bene se con o senza paracadute), in un celebre volantino stilato e diffuso in occasione della visita a Pisa del Capo di Stato Maggiore Generale Lucertini e che divenne motivo per la incriminazione dei Sottufficiali refenti del Movimento -, le vicende persecutorie che iniziò a vivere Sandro lo sdoganarono definitivamente nella fiducia mia personale e progressivamente anche degli uomini del Movimento tutto. I colleghi capivano di essere di fronte a qualcuno che mostrava addirittura una riserva maggiore della propria in coraggio e determinazione, perché alla fine e’ più facile ad uno schiavo scoprire ragioni e trovare motivazioni per una sua ribellione alle condizioni di oppressione cui sia soggetto, che non ad un “padrone” o “cucciolo di padrone” rimettere in gioco e in discussione i propri privilegi in nome ed in virtù di valori e di principi di pari dignità. Ma il bello nel Movimento e’ stato proprio questo reciproco riconoscere le fatiche ed i percorsi di liberazione che ciascuno di noi ha dovuto accettare e seguire, partendo dalla propria concreta realtà e rimanendovi comunque dentro, per affrontare l’avventura della Democratizzazione. Senza nessuna pretesa di riconoscimenti e classifiche di merito. Solo così ciascuno di noi e’ stato in grado di portare tutta intera la ricchezza della propria personalità che si era formata e sviluppata in quella specifica condizione e categoria, per liberarci tutti insieme da una logica di dominio e procedere insieme verso una logica di maggiore Democrazia e di Servizio al Paese. Non certamente per rivoluzionare l’ordinamento di Forza Armata e del Paese, ma solo per adeguarlo alle esigenze fissate dalla Costituzione. La cosa che più ci intristiva era vedere Colonnelli che cercavano i leader dei Sottufficiali nella speranza di poter essere “raccomandati” presso i superiori con cui quei Sottufficiali avevano maggiore frequentazione di loro. Scambiando cioè il durissimo confronto che quotidianamente ciascuno di essi doveva ingaggiare con superiori ostinatamente ciechi e spesso ottusi o volutamente sordi sulle prospettive di riforma democratica, come nuove forme di privilegio e di potere già conquistate agli occhi di quegli stolti, per il solo fatto che quei subalterni avessero frequentazioni maggiori nelle stanze del potere. Spesso sono proprio i pavidi a spingerti a mutare una rivoluzione del cuore e della mente in una rivoluzione che diventa pura caccia del potere. Ma questa tentazione, posso dirlo con fierezza, l’abbiamo tutti superata, anche se la contropartita e’ stata di dover accettare la distruzione sistematica di ciascuno di noi. Questa, come abbiamo già visto parlando della vicenda di Lino Totaro, era stata la condizione che gli era diventata insopportabile e che gli aveva reso impossibile rimanere ancora in servizio. Quando un Generale di Squadra Aerea, Comandante di Regione, ha bisogno di chiedersi apertamente se e come sia possibile dare ragione ad un Sottufficiale, smentendo un altro Generale, Comandante di una Base Aerea ai suoi ordini, e cercando tuttavia di mistificare questo convincimento (per cui ti do ragione in privato, non potendo dartela in pubblico), vuol dire davvero che la Forza Armata sta crollando, proprio come nel periodo del basso impero romano. E tu puoi sentirti responsabile di quel crollo, pur mentre hai la consapevolezza di non aver lavorato per sostituire il potere, e maturi dunque la coscienza di non poter e saper reggere questo eventuale rovesciamento di ruoli e di funzioni, perché non hai combattuto per ottenere questo. Quando Lino lasciò la base e la Forza Armata, fu Sandro a volergli consegnare la targa che il Movimento gli dedicò ed a suggerire la iscrizione della dedica con cui volemmo salutarlo e ringraziarlo:“Lascia la tua speranza che hai risvegliato in tutti noi nelle nostre mani e non volgerti mai a rimpiangere il passato. Noi difenderemo la dignità che ci hai restituita.”A noi questa possibilità di difendere quella dignità non è stata consentita poi molto più a lungo. Mi piacerebbe chiedere a tanti di quei colleghi che oggi godono alcune possibilità democratiche forse impensate e molti dei quali a quei tempi neppure avevano ancora indossato la divisa, che cosa sia rimasto della dignità per cui noi abbiamo combattuto, rimanendo stritolati dalla reazione feroce del potere militare, coalizzato con la pavidità della Politica. Ma quella frase, io credo, sia la sintesi più limpida ed evidente dell’itinerario che Sandro aveva percorso in appena tre anni di impegno democratico e che fotografava eccezionalmente il senso dell’impegno di tutti noi. Il calvario di Sandro era già iniziato da quasi un anno, quando ricevetti la convocazione del Presidente Pertini alla quale avrei risposto positivamente, come abbiamo visto nello specifico capitolo, solo se ricevuto in delegazione. Una delegazione che, in quanto accettata dal Presidente, vide ricevuti al Quirinale Sandro Marcucci, Lino Totaro e me, in un indimenticabile faccia a faccia con un vero campione di Democrazia. Credo che quella magnifica esperienza e lezione di Democrazia sia rimasta in noi tre come un’ancora di incrollabile fede nei valori della Costituzione di questo Paese. Sandro fu vulcanico, alla presenza del Presidente, ma si acquietò di fronte alle pacate parole con cui Pertini volle ricordarci le tappe del suo calvario di antifascista ed ammonirci sulla necessità di essere pronti a pagare i prezzi del nostro impegno senza lamentarci e senza attenderci da lui impossibili aiuti e diretti interventi. Uscendo da quello studio presidenziale credo che ciascuno di noi ebbe coscienza che quell’esperienza era stata “l’inizio della fine” della nostra presenza nelle Forze Armate.

I G-222 E LA LIBIA

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Il calvario di Sandro era già iniziato prima di quell’incontro, con la transizione della 46^ AB dai vecchi C-119 ai nuovi G-222 di fabbricazione italiana. Sandro era stato incaricato con determinazione ministeriale, viste le sue altissime qualità professionali, come responsabile della acquisizione dei nuovi mezzi e della definizione degli equipaggi minimi nelle diverse configurazioni operative del velivolo (si trattava cioè di definire il numero minimale di figure professionali ed i compiti per ciascun membro degli equipaggi di volo, per le diverse missioni di avio-trasporto e aviolancio che potevano esser prefigurate ed in futuro assegnate al reparto). Sandro era stato pertanto alcuni mesi presso la base sperimentale di Pratica di Mare per le prove pratiche finali di accettabilità del velivolo e per l’addestramento dei primi equipaggi-pilota della base di Pisa. Emersero fin da subito alcune manchevolezze più o meno gravi del velivolo – come ad esempio la assenza di valvole di sfogo esterno per il trasporto di ossigeno o altre sostanze volatili, i cui vapori determinati dalla evaporazione per la diminuzione di pressione correlata all’aumento di quota devono essere necessariamente spurgati all’esterno per non divenire elementi di pericolo -. Per apportare i necessari interventi correttivi sarebbero state necessarie variazioni abnormi dei costi preventivati. Sandro, come sempre, riusciva a far rendere al meglio le macchine e gli equipaggi, ma ora non esitava più a segnalare i limiti emersi e porre i problemi di responsabilità, senza per questo intralciare o sabotare lo sviluppo del processo di acquisizione. Fu allora che fu avvicinato da persone, qualificatesi come funzionari Aeritalia, che cercarono di convincerlo, con la promessa di un orologio d’oro, un Longines se non sbaglio, a trascurare simili dettagli di carenze tecniche ed evitare segnalazioni per simili “particolari poco significativi”. Furono messi al proprio posto con intransigente fermezza, ma purtroppo c’era altro, e di peggio, che doveva ancora emergere. Tornato infatti a Pisa, Sandro iniziò ad elaborare la formazione degli equipaggi e, come e’ ordinario che avvenga per dei velivoli da trasporto, fissò un equipaggio minimo di quattro persone – i due piloti (Ufficiali), un tecnico motorista o flightengineer (sottufficiale), un responsabile del carico o loadmaster (Sottufficiale) -.Subdolamente venne avvicinato da due altre persone che si qualificavano ancora come espressione della Azienda costruttrice le quali lo invitarono insistentemente a definire che fosse sufficiente, per la operabilità minima del velivolo, la sola presenza dei due piloti. Quanto fosse stato decretato nella sperimentazione guidata da Sandro avrebbe infatti costituito la base dei manuali di volo del velivolo. Ed i loschi figuri chiedevano che in quei manuali fosse scritto che fossero sufficienti due soli piloti a poter operare il velivolo. “Poi voi vi accomoderete le cose a seconda delle vostre necessità, caro Comandante”, cercavano di suggerire come il gatto e la volpe con Pinocchio. La cosa era apparentemente incomprensibile e comunque Sandro fu irremovibile. Ma la proposta trovò una sua eco all’interno della linea di Comando, e Sandro in alcuni suoi appunti rimasti tra le sue carte, si interrogava sul perché i superiori si mostrassero così incomprensibilmente orientati a convincerlo a quella improbabile definizione operativa dell’equipaggio minimo necessario limitato ai due soli piloti. Dopo un paio di ulteriori tentativi dei “civili”, ed il suo rifiuto sdegnato dell’offerta di una “tangente” di oltre 400 milioni del tempo che anzi lo rese ancor più furioso e determinato nel suo orientamento, Sandro fu convocato dal Generale Comandante della 46^, il Gen. Zeno Tascio, che senza tanti preamboli lo invitava a sua volta (e con la perentorietà di chi stia impartendo un ordine), pur senza mai riferire ai colloqui avuti da Sandro con i presunti esponenti Aeritalia, a certificare la operabilità del G-222 con un equipaggio minimo di due piloti. Quelle del Generale erano insostenibili argomentazioni legate alle “indennità di volo” del personale sottufficiale da sempre utilizzate in forma di privilegio e di ricatto per la categoria. Alle ferme rimostranze di Sandro, che rivendicava la piena responsabilità del suo ruolo e funzione, attribuiti con incarico Ministeriale, la discussione si fece subito animata. E l’irascibile Generale concluse il rapporto assicurando che da quel momento avrebbe lavorato al trasferimento di Sandro ad altro incarico ed altra destinazione di impiego, accusandolo di “opporsi alla policy di Comando”. Ma può la “policy” di un Comandante rinnegare i minimali criteri d’uso di un armamento militare? E’ come se, per un cannone, si volesse imporre che tra i serventi del pezzo non fosse necessaria la presenza di un puntatore. Questa volontà del Gen Tascio aveva scatenato una serie sconcertante di ordini di trasferimento emanati dai superiori militari centrali, ed approvati dalle Autorità politiche, ma subito dopo sospesi per le opposizioni formulate da Sandro, con richieste di essere ascoltato a rapporto dal Capo di Stato Maggiore prima e dal Ministro della Difesa poi. L’ultimo rinvio del trasferimento fu decretato dal Ministro Lattanzio, sul finire del 1978. Ma in nessun documento ufficiale emergeva la vera ragione del contenzioso. La questione era stata spostata su un piano di “interessi familiari” e di profili di comando, senza mai spiegare – e senza mai essere chiamati a spiegarlo da parte del potere politico – come potessero inserirsi tali miserabili argomenti proprio nella alterazione di un profilo di impiego che essendo stato predisposto a livello ministeriale aveva avuto necessità di prevedere uno specifico impiego per Sandro fino al termine del progetto di transizione, un progetto che ora veniva invece immotivatamente stravolto nel bel mezzo della sua realizzazione. Eppure la soluzione dell’arcano era semplicissima, e giustificava anche la ritrosia della Politica. Era appena esploso, in Italia come in altri Paesi Europei, lo scandalo Looked per le tangenti ottenute da politici e vertici militari per l’acquisto dei C-130 americani. Uno scandalo complesso che portò alla incriminazione e degradazione del Capo di Stato Maggiore dell’Arma, alla condanna del Ministro della Difesa e di un Colonnello (lo stesso che avrei poi ritrovato nella mia carcerazione), e che solo per artifici della politica corrotta evitò di vedere coinvolti, al di là degli aperti sospetti ampiamente riportati dagli organi di informazione, il Presidente del Consiglio ed il Capo dello Stato. Il PCI aveva sposato i progetti FiatAeritalia ed il G-222 era diventato il suo pupillo di elezione. Il gen Pasti, persona certamente onesta ma di cui tutto si sarebbe potuto dire meno che fosse stato un campione ed un combattente per la Democrazia nella sua carriera militare, era stato “arruolato” nelle file Parlamentari di quel PCI, e non perdeva occasione per sostenere la affidabilità del velivolo italiano rispetto al C-130 statunitense, quasi che la corruzione non consistesse nelle tangenti pretese ed elargite, e forse nel sovradimensionamento dello strumento rispetto ai compiti di Istituto del tempo, quanto nella presunta ed indimostrabile inaffidabilità del velivolo C130 oggetto di tangenti. In questo quadro politico, che si aggravava con la compartecipazione in Fiat della Libia di Gheddafi, venimmo a sapere da colleghi dei servizi (quando vivi in un ambiente militare ci sono sempre rapporti, per quanto ambigui, con uomini dei servizi) di un accordo di compravendita con il Governo libico per un numero di G-222 pari a venti unità. Ora la Libia aveva una certa disponibilità di piloti di un discreto livello, anche per la diretta partecipazione della Aeronautica italiana al loro addestramento, per quanto dissimulato attraverso società costruite ad hoc (la Società ALI con sede a Roma in Via Sicilia, proprio dieto la ambasciata Statunitense, in cui molti membri del Consiglio di Amministrazione risultavano essere alti gradi della Forza Armata Aeronautica, ovvero loro parenti diretti) che riferivano direttamente al Gruppo SIAI Marchetti, interessato a piazzare commesse anche per i suoi aerei da addestramento. Ma al tempo stesso la Libia aveva una scarsa disponibilità di specialisti. Infatti, per quanto gli specialisti venissero addestrati anch’essi dai nostri migliori Sottufficiali - sottratti alla nostra Forza Armata dall’impegno italo-libico nel loro momento di più alta maturazione e formazione professionale e della relativa redditività che essi avrebbero dunque potuto offrire al nostro Paese che li aveva preparati -, la formazione di uno specialista e’ molto più complessa e la sua capacità di acquisizione di competenze ha bisogno di molto maggior tempo di quello richiesto per la formazione di un pilota. E poiche’ il rapporto ottimale di velivolo/equipaggi e’ di uno a tre, avere sessanta piloti disponibili per i venti G-222 sarebbe stato certamente impegnativo per la Libia, ma pur sempre possibile, mentre avere sessanta specialisti sarebbe stata impresa praticamente impossibile. Ecco dunque svelato l’arcano: sarebbe bastato bluffare sul numero minimo di persone di equipaggio necessarie alla operabilità del velivolo (i due soli piloti) per truffare il socio libico ed affibbiargli 20 velivoli per varie decine di miliardi del tempo. Sandro ostacolava questo semplicissimo progetto di criminalità finanziaria e politica al tempo stesso e dunque era necessario, per vincere questa sua resistenza, rovesciare totalmente il profilo già adottato della transizione posta alle dipendenze e nella responsabilità di Sandro, pur di realizzare la truffa al Governo Libico. E questo rendeva necessario liberarsi di lui. C’e’ da dire, su questa vicenda degli addestratori italiani per i militari libici, che anche in questa circostanza vennero realizzate condizioni diverse per “i signori Ufficiali”, istruttori di volo, e per quei poveri diavoli dei “Sottufficiali”, istruttori degli specialisti di volo e della manutenzione a terra dei velivoli: per i primi erano previsti periodi di “aspettativa”, per cui mantenevano in sostanza l’impiego nella Forza Armata, pur andando a riscuotere ben più lauti stipendi dal governo libico (ovviamente al nero), mentre i secondi erano costretti, ove avessero accettato di recarsi in Libia, a dare le dimissioni dalla Forza Armata e collocarsi in pensione. Per quelle strane combinazioni del destino (o per il tentativo degli avversari, mai da sottovalutare, di costruire trappole astute) fu proprio Lino Totaro, durante il suo atto di commiato dal Comandante in carica - ancora il Gen. Tascio - ad assistere ad una telefonata in cui il Generale, con fare innaturalmente ossequioso – che non manteneva mai neppure con i superiori militari -, si rivolgeva al suo interlocutore chiamandolo “Signore” e rassicurandolo che si sarebbero liberati di Sandro Marcucci perché intralciava la “Policy di Comando”. Assumendo dunque su di se’ e sulla Forza Armata, come fosse una “esigenza militare”, quella che era una pura aspettativa di interessi economici costruita sulla illegalità da gruppi criminosi (ancorche’ finanziari e di burocrati in doppiopetto) esterni alla Forza Armata anche se ad essa non estranei. Lino ci raggiunse, molto colpito da quanto accaduto nell’Ufficio del Generale, presso l’alloggio del cappellano militare dove Sandro ed io stavamo aspettandolo per quell’incontro molto più fraterno di saluto e consegna della targa che avevamo pensato per lui. Raccontò tutto e chiese al Cappellano, don Modesto Candela, se almeno questa volta avrebbe esercitato qualcuno dei suoi immensi poteri per contrastare i disegni di un turpe personaggio come il Generale. Don Modesto se ne rimase zitto allora, come lo sarebbe poi rimasto sempre (ma non e’ che prima avesse dato dimostrazioni di esaltante eroismo o di reale attenzione alle condizioni umane del personale) davanti ai crimini che pur si consumavano davanti ai suoi occhi. E fummo raggiunti anche dal Capitano Della Porta, Capo Segreteria del Generale Comandante, al quale non esitai a rivolgermi con l’epiteto “Ecco, arriva il servo del Comandante”. Lui viveva con forte disagio la sua posizione di vecchio amico di famiglia di Sandro e nuovo “Eichmann” del Generale Tascio, “costretto” ad eseguirne gli ordini più perfidi e incapace di opporre resistenza o chiedere di essere trasferito di incarico. Ancor meno disposto a farci sapere con qualche anticipo quali mosse stesse preparando il Generale per schiacciare ciascuno di noi. Avrei ritrovato il Capitano Della Porta accanto ai familiari di Sandro la sera stessa della sua morte, e so che lui e' stato tra gli artefici dell'orientamento dei familiari di non chiedere la autopsia sul cadavere. Non so se perché ormai sfinito dal duro braccio di ferro che lo vedeva impegnato già da mesi, o perché memore della lezione di Pertini sulla necessità di saper pagare il prezzo del nostro impegno, ma Sandro “si arrese” in qualche misura ed accettò, nell’Aprile Maggio del 1979, di subire quel trasferimento. Mi disse: “Sei stato tu ad insegnarmi che nessuno di noi e’ indispensabile e risolutivo per un cambiamento democratico. E’ necessario rimanere intransigenti sulla sostanza della nostra lotta, e non ancorarsi a questo od a quello incarico. La nostra lotta potrebbe avere anche migliori possibilità dal lavorare in Reparti diversi e dunque diffondere il contagio costituzionale”.

LA VISITA AL PRESIDENTE PERTINI

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Dopo la nostra visita al Presidente Pertini i tempi di soluzione finale per i “rivoltosi” avevano subito una improvvisa accelerazione. La politica e le gerarchie dovettero bere l’amaro calice della ispezione alla base del Gen. Comandante delle Forze Armate il Gen. Cavalera, voluta dal Presidente Pertini, che avrebbe determinato la rimozione anticipata dal Comando della 46^ AB del Gen. Tascio. Una azione istituzionale di ben altro spessore e’ facile capire rispetto alle recenti vicende che hanno visto contrapposti, in uno stile di scontro di poteri fondato sul reciproco uso di arroganza e supponenza, la funzione politica ed il Comandante della Finanza Generale Speciale. Il Generale Cavalera ascoltò tutti coloro che desiderassero incontrarlo ed alla fine dispose che nell’ordine del giorno del Reparto fosse pubblicato un suo messaggio di congratulazioni per “l’alto senso del dovere e del servizio” che aveva potuto riscontrare in quel personale che veniva fin lì descritto come sovversivo e ostile ad ogni disciplina. Tuttavia il Generale Tascio, rimosso subito dopo quella ispezione, sarebbe stato subito “reintegrato” al potere dai vertici politico militari (a dimostrazione del “blocco di poteri occulti ed extraistituzionali” – si legga P2 e soggezione atlantica - che in quei momenti gestiva di fatto l’organizzazione e finalizzazione di qualsiasi apparato), con la assegnazione del Comando del SIOS Aeronautica, branca del Servizio Militare di Informazione, il SISMI, ed in quella posizione egli avrebbe costruito le precondizioni della trappola pensata ad Ustica per Gheddafi.                            

IL TRASFERIMENTO DI SANDRO

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Il trasferimento di Sandro fu la inevitabile contropartita di quella rimozione dal Comando della 46^ AB del Gen Tascio, dopo la resa per logoramento ottennuta da Lino Totaro. Io, come abbiamo visto altrove, mi sarei salvato dal trasferimento solo con la rinuncia alla progressione in carriera che lasciò interdetti e stupefatti i miei superiori in grado, ma vanificò tutte le argomentazioni fin lì sostenute per giustificare il mio trasferimento. Così Sandro fu inizialmente parcheggiato presso la II^ Regione Aerea, in attesa del Corso Interforze per Ufficiali Superiori (chiamato Scuola di Guerra), che si tenne tra Firenze e Civitavecchia. Fu durante quel corso che Sandro scelse di elaborare una tesi conclusiva sulle Nuove Rappresentanze Elettive, alla cui stesura chiese la mia collaborazione. Era stranito ed infuriato per le affermazioni farneticanti che si potevano leggere in alcuni elaborati di gruppi di colleghi Tenenti Colonnelli i quali scrivendo sulle Forze Armate nelle relazioni di alcuni seminari loro proposti su ruoli e compiti delle stesse, alla luce della nuova Legge sui Principi della Disciplina Militare, avevano addirittura scritto che nella Legge si riconosceva alle Forze Armate il “diritto di sostituirsi alle Istituzioni Amministrative Locali in caso di disordini sociali”. Cosa del tutto falsa ed infondata. E’ il caso del gruppo di lavoro in cui era presente il T. Col. Muzzarelli che avrebbe poi fatto parte della Commissione di Disciplina che avrebbe giudicato Sandro, infliggendogli il massimo previsto per una sanzione disciplinare (sospensione dal servizio per 1 anno) prima del provvedimento di raccomandazione all’autorità politica della radiazione per indegnità a rivestire il grado. (la sanzione che sarebbe stata raccomandata invece nei miei confronti). Non e’ da escludere che quella tesi di Sandro abbia costituito un ulteriore “capo occulto di imputazione” per cui si sarebbe determinata la sua insanabile colpa di “diversità e pericolosità” per la quale ne sarebbe stata decretata successivamente la morte violenta. Per le sue ripetute opposizioni pregresse al trasferimento da Pisa Sandro era stato anche punito con una sanzione disciplinare di rigore. Una sanzione disciplinare che fu poi portata a giustificazione (illegittima, ma tant’e’ l’illeicità degli atti dei superiori sembrava tornata ormai ad essere libera, vincente ed impunita) per inibire per di più la candidatura di Sandro alle prime elezioni per la rappresentanza militare che si sarebbero tenute nel Marzo 1980. A nulla valsero le sue formali opposizioni a tale esclusione. La politica, che pure aveva apertamente preso posizione contro il suo trasferimento (memorabile un manifesto del PSI che conservo tra le mie tante carte), se ne rimase silente e inoperosa di fronte alla sistematica distruzione di un Uomo ed alla vanificazione di ogni prospettiva di reale democratizzazione prefigurata dalla Legge sui Principi della disciplina militare.

La Strage di Ustica

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E venne Ustica, e con essa la nostra definitiva condanna. Ero stato contattato dal Maresciallo Dettori per ben due volte tra la fine di Giugno e la fine di Luglio, e se la prima volta – pochissimi giorni dopo la strage - avevo dato poco credito alle parole del Maresciallo (“Comandante siamo stati noi, qui mi uccidono”), quando in Luglio mi disse “Dopo questa puttanata del MIG, ti do tre riferimenti sui quali potrai indagare”, capii che non diceva il falso quando aveva affermato “siamo stati noi” subito dopo la tragica strage. Era necessario dunque assecondarne le indicazioni e cercare di accertare i fatti anche avessero dovuto confermare la sua indicibile soluzione. Non mi sentivo di fare tutto da solo e chiesi a Sandro almeno il conforto di una sua opinione sulla gravissima vicenda. Ci vedemmo ai primi di Agosto in un bar tra Giulianova e Pineto, in Abruzzo, dove lui era in vacanza in una casa dei familiari della moglie ed io a Pescara, dove vivevano i miei familiari e quelli di mia moglie e dove trascorrevamo usualmente le ferie. Egli apparve subito molto turbato. La prima cosa che attivò la sua lucida intelligenza professionale fu quel “dopo questa puttanata del MIG”. Non si trattava solo di condividere la mia posizione che non fosse possibile ed accettabile che un avversario, pericoloso potenzialmente, potesse entrare liberamente non sul limite dei confini del territorio spazio aereo ma nel cuore stesso del territorio sottoposto a vigilanza della difesa, e che potesse essere precipitato sul nostro territorio nazionale senza che nessun meccanismo automatico di intercettazione ed interdizione della Difesa Aerea fosse stato allertato. No la sua intuizione andò ben al dilà di una semplice valutazione di dottrina militare. Aprì la carta che avevo portato con me, aprì un compasso con l’ampiezza della autonomia del MIG, puntò su Bengasi e sibilò: “Certo che e’ una puttanata, non era in grado di arrivarci se fosse decollato dalla Libia”. Poi con operazione simile puntò sul luogo di impatto del MIG in Calabria e con un ragionamento a ritroso concluse: “Dunque potrebbe essere decollato dalla Corsica, dalla Yugoslavia, dalla Albania, forse dalla Grecia. O da qualsiasi base italiana. Mario, la cosa puzza in modo micidiale.”Decidemmo di indagare separatamente sui medesimi aspetti della vicenda e di confrontare i dati acquisiti in successivi incontri, il primo dei quali sarebbe stato a Pisa in occasione della Assemblea di sciolglimento del CRAL, sul finire di Agosto. Avremmo intanto verificato tutti i Notam’s (Notice to Airmen’s = Notizie per i naviganti) in tutto il periodo dal 25 Giugno al 18 Luglio, avremmo cercato di capire a cosa riferisse il buon Dettori con le sue indicazioni (“cerca gli orari di atterraggio dei nostri velivoli in quella sera, missili a guida radar ed a testata inerte”) e avremmo dunque provato a sapere qualcosa di più su quei benedetti “missili a guida radar” che ad entrambi non risultavano ancora operativi sui nostri intercettori. Ed infine decidemmo di cominciare a studiare il contesto politico facendo lo spulcio minuzioso delle notizie diffuse dalla stampa. E’ quello che si chiama il metodo di indagine della ricostruzione di un puzzle, senza avere la figura di riferimento e da ricostruire davanti a noi. Andavano cercati tutti i pezzi, fino ai più minuti, del puzzle, senza escluderne nessuno pregiudizialmente, e metterli poi tutti sulla carta per verificare se e quali pezzi potessero correttamente combaciare tra loro, e quale tratto di scenario, man mano che venivano uniti, ci avrebbero restituito e descritto. E poi proseguire con la pazienza certosina di chi non ha alcuna soluzione pregiudiziale da dimostrare ma solo la volontà e capacità di decifrare ogni singolo pezzo di puzzle ed ogni interconnessione tra di essi. A Settembre fu chiaro che intorno a quel MIG si incentrava un nodo importante dell’inchiesta. Avevamo infatti scovato i Notam’s e poi verificato con altre fonti informative militari e civili come quel 18 Luglio 1979 fosse in esecuzione una esercitazione combinata aereo navale con tutte le forze Nato integrate da reparti francesi, che aveva come obiettivo la verifica della capacità di individuare e contrastare ogni e qualsiasi possibile tentativo di penetrazione e di attacco aereonavale che venisse sferrato dal fronte Sud. L’esercitazione si chiamava “Devil’s Jam = Marmellata di diavolo”, a significare la fine che si sarebbe riservata a qualsiasi aggressore proveniente da Sud. Ebbene in quella situazione di massima allerta, e peraltro salutata come una esercitazione tra le manovre meglio riuscite delle truppe NATO, diveniva impossibile sostenere che un MIG, proveniente dalla Libia avesse potuto tranquillamente penetrare la nostra difesa, senza essere rilevato, e avesse potuto schiantarsi sul nostro territorio senza che nessun radar ne avesse individuato la presenza! Questo rendeva persino superflua la questione della autonomia del MIG, che avrebbe anche potuto trovare forme di rifornimento in volo (anche se solo in via ipotetica, in quanto non ci risultava che la Libia disponesse di una simile capacità), e poneva piuttosto interrogativi ineludibili sul buco del sistema difensivo aereo nostro e quello correlato della alleanza atlantica. Avevamo anche lanciato tra i nostri colleghi del controllo aereo una ricerca per conoscere quali aerei dei nostri fossero in volo al momento della strage e quanti altri aerei si stessero muovendo sul nostro territorio in quella tragica serata. Ripartimmo con un nuovo piano di lavoro, che doveva anche includere un incontro con il Dettori.

L'Arresto di Mario Ciancarella

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Ma il 29 Settembre successivo il mio arresto venne ad alterare quel nostro progetto di ricerca. Sandro visse molto male il mio arresto e la mia immediata sospensione dal servizio. Visse la mia condizione addirittura in maniera esasperata, quasi si sentisse colpevole e responsabile di quanto mi era accaduto. Sandro viveva, come sempre, quella che io chiamavo la “sindrome del fratello maggiore”, per cui si sentiva sempre responsabile della sorte dei “fratellini” ed incapace di accettarne serenamente le sorti. Avemmo anche qualche scontro su questo aspetto, dopo il mio arresto, al punto da diradare persino le nostre frequentazioni. La sera del carnevale del 1980 quando mi presentai al Circolo Sottufficiali, dove ero stato invitato da alcuni di loro, vestito da ergastolano con tanto di palla al piede, Sandro mi raggiunse per pochi attimi dal circolo Ufficiali dove lui era invece ospite con la moglie, per dirmi solamente “Non ti lascerò solo, sto continuando la nostra indagine”. Gli risposi un po’ infastidito che oramai quella indagine non mi interessava più, impegnato com’ero a gestire la mia sopravvivenza e la mia difesa al processo che non si sapeva neppure quando si sarebbe celebrato. Fu rattristato dalla mia reazione e quando andò via ad ampie falcate verso il Circolo Ufficiali, il suo costume da Pierrot mi sembrò ancora più triste e sconsolato. Mi avrebbe richiamato solo verso Novembre di quell’anno. Con voce quasi affannosa ed al tempo stesso entusiasta disse: “Mario li abbiamo in pugno. Ho i nomi due colleghi, un pilota ed un controllore che, se riusciremo a farli convocare dal Magistrato (sono troppo impauriti infatti per presentarsi spontaneamente) confermeranno che il MIG libico in realtà e’ decollato da Pratica di Mare.” Lo rimproverai subito aspramente per avermi dato quella informazione per telefono, certamente controllato, ma lui non volle sentire ragioni. “Ma non ti preoccupare. Lo capisci che significa questo, cosa potrebbe cambiare per il tuo processo, specie ora che si e' costituito il tuo collegio di difesa politico? Stavamo dando troppo fastidio, amico mio, ecco perché si sono costruite tutte quelle imputazioni contro di te. Su, coraggio, a Natale ci vediamo e ne parliamo a quattr’occhi”.

LE DIMISSIONI DALL'AERONAUTICA MILITARE

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Provò a lavorare ancora con lo stesso entusiasmo e con gli stessi riferimenti nel suo nuovo incarico allo Stato Maggiore, ma sentiva che oramai il suo rapporto con l’Arma era logorato, mentre anche il suo rapporto familiare era decisamente e progressivamente in crisi. La sua vicenda – forse non solo quella, ma lui ne era convinto – avevano spinto il suo unico figlio verso l’anoressia (un rifiuto della vita e della dolorosa storia del padre e sua personale che quel povero ragazzo era stato costretto a vivere, come quello che stava già covando Sasha nei miei confronti, in altre forme ma con simili effetti laceranti, coadiuvato da astuti ed esperti sciacalli), e tutti loro avevano vissuto un periodo tragico di conflitti e rinfacciamenti, accuse che lo dilaniavano e lo facevano diventare persino violento. Giunto ai limiti minimali per il collocamento in pensione Sandro non esitò dunque a dimettersi dalla Aeronautica. Il suo intatto amore per il volo lo portò in una compagnia svizzera per un paio d’anni, ma quella lontananza ulteriore dalla famiglia non coadiuvava la faticosa ricucitura che pure lui aveva sperato e che caparbiamente voleva coltivare. Così lasciò anche la compagnia svizzera e tornò in Toscana, dove trovò impiego presso la Transavio, una piccola compagnia che aveva raggiunto con la Regione Toscana un contratto di appalto di sorveglianza aerea dei fuochi boschivi. Una specialità operativa che Sandro conosceva bene. Ma il tarlo che lo rodeva dentro, e non lo lasciava tranquillo, era quella immutata situazione delle indagini su Ustica, e la convinzione da me condivisa che solo per quella scellerata strage e per le nostre indagini appena avviate si era scatenato contro di noi la terribile e definitiva ritorsione. Era convinto che non fosse sufficiente la tranquillità della nostra coscienza e che dovessimo assolutamente arrivare fin in fondo, quale ne fosse il prezzo, per dare senso e dignità agli occhi dei nostri figlioli alla vita diseredata cui li avevamo costretti. Così, come sa chi abbia letto il capitolo su Ustica, Sandro venne a cercarmi più volte a Lucca e iniziò a martellarmi ai fianchi perché riprendessi con lui l’indagine sulla strage. Fino a che la sua determinazione prevalse sulla mia indolenza. Un giorno aveva coniato una di quelle espressioni che mi si stamparono nella pelle e che mi avrebbero impedito qualsiasi indifferenza futura alle violazioni dei diritti di qualsiasi Cittadino. Quasi stesse parlando con se stesso, cominciò a dire:“Finche’ il sangue dei figli degli altri varrà meno del sangue dei nostri figli, fin quando il dolore degli altri per la morte dei loro figli, varrà meno del nostro dolore per la morte dei nostri figli, ci sarà sempre qualcuno che potrà organizzare stragi in piazze, banche o stazioni, su treni o su aerei, con bombe o missili, con la certezza di rimanere impunito. Noi dobbiamo diventare “familiari” di ciascuna vittima, per poter sostenere la ricerca di Verità e Giustizia per loro con la stessa determinazione dei loro parenti naturali, ma con in più la nostra freddezza e competenza professionale che ci impedirà di cadere nelle trappole che i responsabili costruiscono sulla scarsa conoscenza dei familiari naturali delle metodiche e degli strumenti con cui si realizzano le stragi. Vedi, Mario, noi che diciamo di aver giurato di essere pronti a dare la vita per la sicurezza di ogni Cittadino, e che abbiamo così tanto bisogno della retorica dell’eroismo e della celebrazioni dei combattenti caduti in battaglia, senza mai analizzare con che animo e con quali motivazioni e da che parte essi stessero combattendo, e se fosse più o meno giusto ciò per cui combattevano, come potremo essere ancora credibili in questa rivendicazione presuntuosa di coraggio e di eroismo se non siamo disponibili non dico a mettere in gioco la vita, ma neppure la sicurezza di un posto, una poltrona, un grado ed una carriera, o la stessa serenità delle nostre famiglie, di fronte alle criminali ingiustizie che si compiono davanti a noi con la pretesa dell’impunità e del nostro complice ed omertoso silenzio? Certo, noi abbiamo dato molto e pagato già molto, ma e’ proprio per regalare ai nostri figli almeno il senso della dignità di ciò che li abbiamo costretti a pagare a assieme a noi, quello che oggi può dare senso a quanto abbiamo messo in gioco finora e che abbiamo perduto. Forse abbiamo diritto di ritirarci, ma allora dobbiamo archiviare anche la nostra presunzione di maggiore nobiltà rispetto ai nostri comandanti, ai funzionari di apparato, ai politici ed ai pezzi delle istituzioni che collusero con la devianza, ai più pavidi tra i colleghi che ci lasciarono soli, ai cittadini che pur consapevoli del rischio delle nostre battaglie non ci hanno mai pienamente accolto e riconosciuti. Se ci ritiriamo ora non siamo migliori di loro, perché come ciascuno di loro avremmo messo un limite ai prezzi che siamo disposti a pagare, ed allora quelle affermazioni così orgogliose con cui dicevamo “costi quello che costi” non avrebbero più senso. Io ho solo bisogno di sapere, e di saperlo ora, se dovrò essere solo nella mia ricerca o se saremo ancora insieme, anche se sono perfettamente cosciente che quello che ti sto chiedendo e’ di dare un calcio ad una serenità faticosamente riconquistata, forse, e di mettere in gioco la vita, e Dio non voglia, la sicurezza anche dei nostri cari. Sei libero di scegliere, ma non di tergiversare ancora, amico mio.”E la forza terribile di questi pensieri ad alta voce, unita alla “catechesi” sulla staffetta della vita e della storia che mi aveva riservato il Vescovo Giuliano Agresti, ebbe la meglio su ogni remora residua. Avremmo dovuto ricominciare tutto daccapo, là dove ci avevano fermati con la violenza degli arresti e della feroce persecuzione. Dovevamo ricominciare tutto daccapo dunque, e c’era da incontrare anzitutto il Dettori. Ne parlammo a lungo, e particolareggiatamente, di come avremmo ripreso i lavori, delle sequenze e dei rispettivi impegni che ci saremmo assunti. Non sapevo ancora che la mia libreria era stata imbottita di cimici e che tutto di ciò che dicevamo era ascoltato da orecchie molto interessate. Avevamo parlato di Dettori il 18 Marzo 1987 nella libreria e Sandro si era assunto il compito di viaggiare a Grosseto entro il prossimo Luglio, per avvicinarlo e sondarne la ulteriore disponibilità a ricordare e raccontare per collaborare alle indagini.

La Morte di Mario Dettori

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Il 31 Marzo 1987 però Dettori sarebbe stato suicidato nella campagne del Grossetano, mentre i familiari sarebbero stati convinti a non chiedere una autopsia sul loro congiunto. Sandro appariva determinatissimo e forse quella sua determinazione si legava a vicende di cui era stato testimone a Roma, prima della strage, e che potevano prefigurare la preparazione di uno scellerato progetto stragista ad opera dei nostri stessi Comandi Militari. (si veda in Ustica la vicenda del Gen. Puccio, Com.te della 3^ Regione Aerea di Bari). Rimanemmo colpiti e turbati profondamente da quell’omicidio di Dettori mascherato e mimetizzato, anche perché eravamo consapevoli che la stessa sorte avrebbe potuto in qualche maniera essere riservata ad entrambi. Ma quel sangue “fresco” risvegliò ancora di più la nostra determinazione. Avevamo passato entrambi, e da molto tempo, lo steccato del campo minato e sapevamo che dovevamo solo andare avanti, con cautela ma avanti, se volevamo sperare in qualche salvezza.

Come un palloncino

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A Novembre di quel 1987 la mia bimba compiva due anni e nel corso della festicciola che sempre ho organizzato per i compleanni dei miei figlioli mi divertivo a farla ridere con il gioco del palloncino: si gonfia un palloncino e poi si lascia la presa sul boccaglio, il palloncino scappa via su percorsi strani e facendo rumori se si e’ curato di avvolgere il boccaglio con un elastico non troppo teso. (quello che in gergo aeronautico si chiamerebbe “decompressione rapida”) Ma tornando a gonfiarlo per la ennesima volta, inavvertitamente toccai il palloncino gonfio con la brace della sigaretta che avevo tra le dita: il palloncino esplose con un lacerante effetto bomba, ma in realtà era stato colpito da un “missile inerte” quale era in quella occasione la mia sigaretta (quello che in gergo aeronautico si chiama “decompressione esplosiva”).Capii e capimmo dunque la indicazione che aveva voluto darci il povero Dettori e ci apparve più chiaro lo scenario infame di una strage voluta e premeditata al punto da organizzare anche “l’alternato” dell’effetto bomba. Avremmo lavorato a lungo per far quadrare tutti gli altri minuti particolari, e quando fu chiaro che, senza i poteri di accertamento di un Magistrato e senza una nostra presenza nell’Arma che ci avrebbe consentito ricerche più accurate senza mettere a rischio altri, non avremmo potuto andare oltre, decidemmo di costruire le condizioni di legittimazione per presentare ad un Magistrato le nostre conclusioni ed i percorsi attraverso i quali vi eravamo pervenuti. Eravamo due ex-Ufficiali, io addirittura presuntivamente radiato lui incolpato – sebbene prosciolto – di reati infamanti di falso e truffa (ed infatti a quelle nostre condizioni avrebbe riferito il Giudice Priore- citando il teste Appuntato CC Stivala – nella breve citazione riservata a me nella sua sentenza ordinanza di rinvio a giudizio), e dunque senza titolo alcuno per adire il Magistrato e presentargli una prospettiva tanto ardua come quella di una strage volontaria e premeditata predisposta dal nostro livello governativo ed eseguita (male) dalla nostra Forza Aerea.

NASCE L'ASSOCIAZIONE DI SAN GIUSTO

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Sandro ebbe l’idea di costituire la Associazione di San Giusto, di ex appartenenti alla 46^ AB, la quale tra gli ordinari oggetti sociali di intrattenimento e cultura, comuni a qualsiasi associazione di categoria, avrebbe posto la salvaguardia dell’onore dell’Arma, attraverso la esplicita richiesta di Giustizia per la vicenda Ustica e con la rivalutazione del Movimento Democratico dei Militari che tanto aveva animato la vita del Reparto. E questo tratto sarebbe stato ampiamente trattato nella relazione di presentazione che io avevo l’incarico di predisporre, ma che avremmo costruito progressivamente a quattro mani. Se fossimo riusciti a costituire la Associazione essa avrebbe poi cercato di organizzare un grande convegno nazionale “Dare voce al silenzio degli innocenti”, in cui sarebbero stati invitati i familiari delle vittime delle stragi e di Ustica in particolare. A questi ultimi sarebbe stato chiesto il consenso di poterci costituire parte civile in un eventuale processo penale per la strage, e se ciò ci fosse stato consentito noi avremmo potuto legittimamente proporre al giudice, nella sua autonoma capacità decisionale di accoglierci o meno come parte civile, quanto eravamo riusciti a decifrare, e Sandro finalmente avrebbe rivelato al Magistrato ed a me i nomi dei due militari che gli avevano confidato come il MIG fosse decollato dalla base di Pratica di Mare, e nella speranza che essi fossero ancora pronti a confermare quella rivelazione. Tutto procedette secondo i progetti e Sandro con la sua vulcanica capacità di coinvolgimento riuscì a riempire l’auditorium del CEP di Pisa, che intendeva anche affittare come struttura stabile della Associazione. A Novembre del 1991 potemmo presentare la Associazione San Giusto, alla presenza del segretario Provinciale delle ACLI, dott. Gelli, ma soprattutto con la presenza sul palco – come sempre schierati accanto a noi senza incertezze – di Diomelli, membro storico dell’ANPI pisana, e Martini, presidente provinciale della stessa Associazione dell’ANPI. Ricordo che essi mi abbracciarono, quando ebbi finito di leggere la mia relazione, e Diomelli mi sussurro: “Capitano, la tua e’ stata una vera e propria dichiarazione di guerra, ma siamo con voi come sempre!”.A quella serata parteciparono anche tre amici, giornalisti de “IL TIRRENO”: Giuliano Fontani – con la moglie Anna – Gianfranco Borrelli ed Elisabetta Masso, e quest’ultima registrò la viva voce di Sandro che rivelava, per la prima volta la circostanza del decollo del MIG da Pratica di Mare. Dopo la morte di Sandro avremmo scoperto con costernazione che quella registrazione era stata cancellata!!

La Rete di Orlando

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Sandro tuttavia non era soddisfatto. Temeva che con le elezioni politiche alle porte (elezioni che si sarebbero tenute nel successivo mese di Marzo) avremmo dovuto rinviare almeno fino a Settembre la organizzazione del convegno, e lui temeva sempre più fortemente che non ci sarebbe stato lasciato ancora troppo tempo per agire. Quel Natale 1991 avrebbe riunito i suoi fratelli e sorelle ed avrebbe parlato loro come se fosse “una specie di ultima cena” (ma questo lo avrei saputo solo dopo la sua morte), e parlando ad una amica di Firenze (come sarebbe emerso da una telefonata alla redazione durante la trasmissione “Chi l’ha visto” del Febbraio o Marzo 1996 in cui riuscimmo a porre per la prima volta – ma nella più totale indifferenza politica e giudiziaria – la vicenda omicida di Sandro) aveva detto: “Vedrai tra poco si saprà tutto di Ustica, ed e’ una cosa talmente brutta e sporca che potremmo anche rischiare la vita”.Nel frattempo andava suscitando molta attenzione ed aggregando molto entusiasmo una nuova formazione politica LA RETE fondata da Leoluca Orlando e Padre Pintacuda, che aveva raccolto le espressioni migliori di un Paese che non accettava la condanna alla soggezione alla criminalità mafiosa ed alla corruzione politico-istituzionale. Avevamo aderito con rinnovato entusiasmo a questo movimento politico e con la speranza che esso potesse rappresentare una sponda politica affidabile al nostro lavoro di Democrazia per e nelle Forze Armate. Anche per i giovani e le giovani aderenti a La Rete Sandro, che ormai sembrava piuttosto un vecchio saggio preoccupato solo di trasmettere messaggi e valori importanti con quella certezza di dover morire presto che si portava addosso, aveva coniato un messaggio importante e carico di valenza etica. Diceva loro:“E’ con le nostre storie e con il nostro impegno che dobbiamo avvicinarci agli altri per ottenere la loro fiducia, non con le parole ed i soli principi o i programmi declamati”.Perche per lui, che ormai aveva metabolizzato l messaggio costituzionale più di tutti noi, era proprio nelle paure e nelle riserve della gente comune che noi dovevamo saper leggere la usurpazione della dignità di ogni Cittadino, che quella Costituzione chiamava sovranità. Si serve la gente ed ogni Cittadino se si riconosce loro questa sovranità offesa ed umiliata, e se li aiutiamo a capire come e quando essa sia stata violata ed usurpata, e come essa vada piuttosto rivendicata e riconquistata; Non se intendiamo sbattere loro in faccia la presunta superiorità del nostro coraggio, con la pretesa di ottenere la loro delega ad operare in nome e per conto loro. Questa era la differenza, sosteneva Sandro, tra voglia di servire ed ansia di giungere al potere, questa bestia capace di mutare ogni cuore e di trasformare ogni valore in cialtroneria e falsità. Sandro, unilateralmente (come faceva quando era certo della bontà delle sue idee) partecipò al Convegno di Firenze di quell’Autunno 1991 e dopo un intervento appassionato dei suoi sulla attesa di Giustizia e Democrazia dei Cittadini in Armi, aveva posto senza mezzi termini la necessità che io fossi candidato de LA RETE, alle imminenti elezioni politiche. Quando me lo riferì con l’aria gigiona che faceva quando era consapevole di aver fatto qualcosa di cui andava fiero ma che sapeva di non aver concordato prima, la lusinga che certamente poteva affascinarmi non riusciva tuttavia a superare la necessità di capire il perché avesse avuto una simile idea.“Vedi Mario – mi spiegò, rispondendo ai miei interrogativi – finora abbiamo lavorato bene, ma abbiamo le chiappe all’aria. Siamo soli io e te con una storia incredibile e dura da far accettare forse anche agli stessi familiari. Senza riferimenti politici garantiti e competenti che possano assecondare le nostre richieste, e soprattutto senza alcuna garanzia che il Magistrato voglia poi far seguire indagini tempestive alle nostre rivelazioni ed indicazioni. Allora ecco, abbiamo un’occasione unica ed e’ quella che tu diventi Parlamentare. Per i voti non c’e’ problema. Vuoi che tra la Brigata e la Folgore io, con la parlantina che mi riconoscono tutti, non riesca a portarti almeno 1500 voti? Se i vertici della Rete accettano, caro mio, considerati già candidato e sicuro Parlamentare. Io ti farò il portaborse, quello che sa fare anche i lavoretti più sporchi. Ma soprattutto torneremmo ad essere il riferimento e la speranza per tantissimi colleghi, come subito dopo l’incontro con Pertini. E vuoi che con le nostre visite improvvise, con o senza preavviso, alle basi aeree italiane, con la possibilità di incontrare personalmente colleghi coinvolti o a conoscenza delle dinamiche della strage, noi tempo un anno non avremo saputo ricevere le chiavi giuste per aprire quei cassetti la cui esistenza fino ad oggi tutti i politici hanno finto di ignorare, o per complice acquiescenza o per ignoranza, di fronte alle dichiarazioni dei vari Tascio?”.Il ragionamento non era discutibile. E dopo una rapida consultazione a casa con i miei familiari avevo deciso di accettare, in caso della mia indicazione da parte del Movimento, la candidatura al Parlamento. Nel Gennaio Padre Pintacuda era venuto a Pisa, e ci fu una riunione in cui Sandro mi fece vergognare per il mio profilo che intese intessere. Eravamo nelle sale di una chiesina sul lungarno messe a disposizione dalla Comunità di Don Filippini, noto per l’impegno sociale del suo ministero. Ad un certo punto avevo detto ”Dai Sandro, finiscila ora.“ Ma Lui aveva ribattuto “Fammi la cortesia, Mario, vatti a fumare una sigaretta e non rompere”.Al mio rientro Padre Pintacuda con la sua cadenza siciliana disse: “Mario, Sandro ci disse che tu devi essere il nostro candidato. E a me sta bene.”.In quei giorni esplose la “bomba” Priore, con l’incriminazione di un numero impressionante di militari per la strage di Ustica. I fatti, determinati già nel Dicembre, a seguito del primo lungo interrogatorio dell’ex Generale Boemio, esplosero in tutta la loro forza di contenzioso politico militare con la richiesta del Giudice al Ministro della Difesa, on Rognoni, della costituzione del Governo quale parte civile, ma con il suo avvilente rifiuto. Lo Stato Maggiore della Aeronautica si era affrettato ad emanare un comunicato, del tutto irrituale, di solidarietà con gli uomini implicati nella inchiesta; ma a quel comunicato aveva risposto prontamente il Co.Ce.R. Aeronautica cioè il Comitato Centrale della Rappresentanza elettiva della Forza Armata, con un comunicato che avrebbe dovuto mettere i brividi al Ministro per la Difesa. Ecco i due comunicati. Il primo è dello Stato Maggiore ma si qualifica come espressione di tutta la "Aeronautica", quasi che i vertici fossero autorizzati ad esprimersi in nome di tutta l'Arma al di là dei compiti esclusivamente operativi. E' del 16 Gennaio 1992. Il secondo, del Co.Ce.R., in una consecutio temporis che è già di per sè una "denuncia”, è del 17 Gennaio. "(La Aeronautica) è vicina e solidale con i suoi uomini chiamati in causa dall'inchiesta sulla tragedia di Ustica". (16 Gennaio. Nessuna reazione politica o governativa) "(Il Co.Ce.R. della Aaeronutica) esprime solidarietà ai parenti delle vittime del DC9 Itavia (ed esprime la speranza che) sia fatta piena luce sulle responsabilità politico-militari della strage di Ustica (e sottolinea infine) l'opera quotidiana della Aeronautica a difesa delle libere istituzioni" C’era dunque ancora all’interno della Forza Armata una componente di onesti che non temeva di denunciare apertamente l’esistenza di “responsabilità politico-militari”. Essi avevano bisogno di una sponda e legittimazione politica e questo rendeva il progetto politico di Sandro ancor più necessario ed ineludibile. Indignato dalla posizione di pavidità del Ministro presi carta e penna e indirizzai allo stesso Ministro una durissima Lettera Aperta, in cui raccoglievo le indicazioni dello stesso Co.Ce.R. Aeronautica e dicevo in estrema sintesi “Avete inventato i Tascio per nascondere la verità”, citando la lunga sequenza di nefandezze di cui ero stato testimone diretto e denunciatore inascoltato a livello politico, a partire dalla strage del Monte Serra. Sandro si preoccupò molto per quella mia iniziativa e temeva che se nessun giornale l’avesse raccolta il mio rischio di vita si sarebbe innalzato vertiginosamente. “Dovranno fermarti, e lo faranno specie quando oltre questa lettera sapranno di doverti avere come scomodissimo Parlamentare nella prossima legislatura.”Io lo invitavo a stare tranquillo. convinto com’ero che il mio metodo di rivelare sempre i nomi dei miei possibili attentatori anche questa volta li avrebbe dissuasi dall’agire con la violenza che pure era certo avrebbero voluto utilizzare. Non avrei mai pensato che il loro modo di “fermarmi” sarebbe consistito nella eliminazione di Sandro, l’unico che avrebbe potuto aggregare il consenso necessario alla mia elezione. Sandro il 26 o 27 Gennaio del 1992 decise di rompere gli indugi. Si chiuse in una stanza con il caporedattore della Redazione pisana de IL TIRRENO, il Dott. Galli, e gli dovette rivelare molti particolari rilevanti della nostra indagine per riuscire a convincerlo a pubblicare integralmente la mia lettera al Ministro. Nella pubblicazione del 28 Gennaio quella mia lettera, riportata integralmente, fu collocata con rilievo al centro nel fondo della pagina, e le faceva da cornice sulla destra una intervista a Sandro in cui lui affermava: “Conoscevamo molto bene il Generale Tascio. Era pronto a tutto pur di fare carriera.” Il Dott. Galli, dopo la morte di Sandro, attraversò un terribile periodo di depressione e di grande paura, come avrebbe accennato ai suoi colleghi redattori, ma anche miei amici, come detto - ed e’ per questo che sono venuto a conoscenza della sua grande apprensione -, ma non mi risulta che sia mai stato sentito in ordine alla pubblicazione dell’articolo e dell’intervista dai Magistrati che “non-indagarono” l’incidente mortifero di Sandro.

Dare Voce al Silenzio degli Innocenti

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Sandro era molto contento di aver allontanato in qualche modo il pericolo da me; ma in qualche misura era consapevole di averlo spostato solo sulla sua persona. Quello stesso 28 Gennaio, a conclusione di un direttivo della Associazione in cui erano state valutate le possibilità organizzative del Convegno “Dare Voce” e di poter ottenere quel consenso a costituirci parte civile nel processo per Ustica, Sandro volle sapere di un’altra preoccupazione per me che lo angustiava. La situazione commerciale della mia libreria si era fatta difficile ed il lunedì successivo avevo in scadenza una cambiale di cinque milioni che difficilmente avrei potuto onorare. Sandro non volle sentire ragioni, e mi disse che la Domenica al pomeriggio, intorno alle 18 ci saremmo incontrati e lui mi avrebbe dato il denaro necessario. Chiuse con una battuta: “Stai tranquillo, al primo stipendio da Parlamentare ti starò addosso perché tu me li restituisca.”

QUELLA MALEDETTA DOMENICA - 2 FEBBRAIO 1992

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Ma oramai doveva sentire sempre più forte che il cerchio attorno a lui si andava stringendo. E così la domenica, quando intorno alle una stava per uscire da casa per andare a compiere la missione che gli sarebbe stata fatale, improvvisamente, prima di uscire, volle ricordare alla moglie Maresa che aveva un impegno economico con me e le chiedeva che quell’impegno fosse rispettato “qualunque cosa dovesse succedermi”. Fu così che quando il giorno seguente, dopo molto tempo dall’ultima volta che ero entrato in casa loro, andai da Maresa e Fabio dopo aver visitato il cadavere di Sandro a Carrara, Maresa mi chiamò in disparte e tra le lacrime di entrambi mi consegnò un assegno ed un bigliettino dove aveva scritto “devo fare questo ultimo gesto di Sandro per te.”Anche nella sua morte e dopo la sua morte Sandro si era dunque interessato delle mie sorti, ed io forse eccessivamente lusingato forse vanaglorioso nella posizione di “superiorità etica” (così la chiamava) che lui voleva attribuirmi, non mi ero accorto di quanto stesse concentrando solo su di sé il pericolo mortale che temeva dovesse coinvolgerci.

Mario Ciancarella