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Le Inevitabili domande

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Siamo dunque arrivati al momento critico della nostra lettura. Cosa ha dunque bruciato Sandro fino a ridurlo un tizzone? Perche’ Sandro e’ stato indubbiamente arso da qualche fiamma.

Ma perche’ allora le strutture del velivolo, al contrario del corpo di Sandro, appaiono cosi’ poco contagiate dal fuoco se non nei teli esterni e nelle superfici piu’ facilmente infiammabili, e nel motore, come ha rilevato il testimone Colonnata? Come e’ possibile che il fuoco non abbia aggredito il cuscino del sedile di Sandro visibilissimo sulla verticale del suo torace totalemente arso? Come e’ possibile che il fuoco non abbia fatto esplodere il serbatoio alare destro che per lo stesso rapporto dei Carabinieri e’ stato trovato ancora colmo di benzina avio e che pure si trovava a cosi’ pochi centimetri dal suo braccio destro carbonizzato e privo della mano?

Come abbiamo letto in tutte le deposizioni, i soccorritori intervenuti non si sono trovati davanti ad un fuoco divampante, ma a residui di incendio sui rottami e sull’erba all’intorno. Si dice che i soccorritori siano giunti non piu’ tardi di cinque minuti dopo l’impatto e si deve dunque prendere atto che in quei pochi minuti il corpo di Sandro potesse carbonizzarsi senza che si possano invece rilevare significativi indici di incendio sulle strutture metalliche che ne sovrastano il cadavere. Come sarebbe stato possibile?

Eppure c’era qualche condizione in cui Sandro era stato bruciato fino a divenire un tizzone. Ed era in quella stessa condizione che andava allora ricercata ed eventualmente trovata anche la ragione della mancanza di evidenze di fuoco sui rottami.

Ebbene c’era una sola possibilita’ che mi si affacciava alla mente (ricollegandomi anche a quel trauma cranico ed alle schegge infisse nel suo torace), ed era quella di una bomba al fosforo che facendo esplodere il cruscotto contro il volto ed il corpo di Sandro ne aveva determinato la morte per il gravissimo trauma cranico, non senza che egli potesse prima respirare i fumi di quella micidiale sostanza incendiaria. Il fosforo avviluppa tutti i corpi che incontra e continua a bruciarli fino alla sua stessa consumazione (chi ricorda quelle foto che fecero il giro del mondo della bimba vietnamita, vittima di una bomba al napalm, che fuggiva nuda e totalmente ustionata lungo una strada di quel Paese?)

La nuvola incendiaria di fosforo ha avvolto il sedile del pilota e si e’ spinta poi sul retro dove pero’ il torace del passeggero ha potuto ripararsi dietro lo schienale del pilota, ed il volto e’ stato coperto dalle braccia che dunque si sono irrorate di fosforo bruciando poi sino all’osso.

Con le schegge determinate dalla esplosione del cruscotto a Sandro sono state mutilate le mani ed anche i piedi, ma la contrazione finale, essendo avvenuta sulla sinistra del pilota, ha determinato quella virata a sinistra ed un impennamento del velivolo (Chi vuole risalga a leggere attentamente l’articolo di Gianfranco Borrelli in cui si indicano, con nome e cognome, due testimoni – mai ascoltati dalle autorita’ investigative - i quali parlano proprio di una posizione inusuale del velivolo, con la coda bassa ed il muso verso l’alto).

Perdendo immediatamente velocita’ il velivolo, sempre in virata sinistra ha stallato, e’ precipitato al suolo sul carrello anteriore destro che si e’ totalmente piegato verso l’avanti. Poi il velivolo e’ rimbalzato, ha completato la rotazione a sinistra lungo l’asse longitudinale ed ha terminato il suo volo contro il tronco dell’albero a circa due metri d’altezza senza piu’ spinta. Il corpo di Sandro, continuando a bruciare era stato catapultato per forza di inerzia in avanti e, ruotando, si era adagiato al suolo nella innaturale posizione che abbiamo analizzato mentre i rottami, scivolando lungo il tronco dell’albero gli si schiacciavano addosso. Durante il rimbalzo dal primo impatto e la rotazione successiva Lorenzini era stato sbalzato fuori attraverso il tettuccio dell’abitacolo, cosicche’ la spalliera del suo seggiolino, dopo essere stata divelta dalla sua schiena nel primo urto, poteva dunque scivolare liberamente sotto il corpo di Sandro prima che questo si depositasse al suolo. Ma in queste condizioni, con il fosforo che ancora consumava, oltre che il corpo di Sandro, qualsiasi altra struttura avesse avviluppato, e con i due serbatoi di benzina ancora colmi di carburante, tutto avrebbe dovuto divenire una specie di pira sacrificale, senza che fosse piu’ possibile rintracciare alcuna traccia della dinamica dei fatti.

Ed e’invece a questo punto che deve essere accaduto qualcosa che sciupa tutto il piano criminoso, perche’ il fuoco avrebbe dovuto continuare a bruciare rendendo irriconoscibile ogni aspetto e rendere indecifrabile l’accaduto (almeno ad esame sommario, mentre accurate analisi ed indagini chiniche avrebbero comunque potuto rivelare la esistenza della micidiale sostanza incendiaria) ed invece quel fuoco si e’ praticamente spento a causa di questo “qualcosa”. Questo qualcosa e’ la esplosione del serbatoio alare sinistro.

Vedete tra i molti modi di spegnere gli incendi ce n’e’ uno che attiene a tutte le sostanze in genere ma a quelle simili al fosforo in particolare. Si determina cioe’ nelle vicinanze del focolaio una altra esplosione che, per lo spostamento d’aria, sottrae l’ossigeno necessario alla continuazione della combustione e l’elemento incendiario (il combustibile) non trovando piu’ l’ossigeno (il comburente) necessario per continuare a bruciare tende a spegnersi. E’ proprio quanto deve essere accaduto e che gli organizzatori del delitto non potevano certo mai aspettarsi.



Come possiamo vedere in un'altra immagine si nota una specie di piattino in plastica, quasi fosse il residuo di un pic nic (e come tale lo avevo confuso anch’io nelle analisi iniziali che presentai, ad esempio, nella Conferenza stampa del 1993 e negli esposti alla Magistratura, ponendo erroneamente il problema del perche’ un piattino in plastica non fosse bruciato). Si trattava invece del tappo di chiusura del serbatoio alare sinistro, che la stessa commissione di inchiesta attesta essere esploso. Per averne riscontro si torni ad esaminare la foto in cui abbiamo individuato il serbatoio alare destro ed il tappo di chiusura del serbatoio stesso rimasto intatto (e pieno di carburante) a poca distanza dal braccio ustionato di Sandro.

Come si intuisce dalla posizione al suolo di questo ultimo “tappo-piattino” la esplosione ha indotto un’onda che dall’ala sinistra ha investito in pieno il relitto, sottraendo appunto l’ossigeno per il tempo necessario a far abbassare e progressivamente spegnere le fiamme. Ed e’ questa la sola ragione per cui l’altro serbatoio, visibile sotto il braccio di Sandro e riconoscibile dal medesimo “piattino”, in realta’ tappo di chiusura del serbatoio, ha potuto non esplodere sebbene fosse pieno di 25 litri di benzina avio dall’altissimo potere detonante.

Ed abbiamo il riscontro di tale esplosione nelle parole di un testimone, Colonnata, che verbalizza “mentre accorrevo nella zona dell’impatto sentii un botto, come di una colpo di pistola”. Quel botto era evidentemente la esplosione del serbatoio.



Il Colonnata Ettore e’ quella persona che, essendo impegnata con le sterpaglie in fiamme, ha deposto alla Commissione, in questo allegato “M” del carteggio della Commissione, di aver visto il velivolo sparire dietro lo sperone del Pizzo dell’Urlo. E e’ a lui che riferiva dunque la relazione finale concludendo che, vista tale testimonianza, Sandro volasse percio’ stesso piu’ basso del costone stesso, cosa che abbiamo esaminato e smentito esaurientemente. Ma il Colonnata dice anche che “il fuoco era concentrato sul davanti del velivolo, nel motore” e non parla di un pilota avvolto dalle fiamme.

Per onesta’ e correttezza bisogna anche riportare le due deposizioni che un medesimo teste, il Sig. Pinelli, rilascia alla Commissione ed ai Carabinieri. Perche’ e’ solo da quella deposizione (poco credibile, come vedremo) che la Commissione ha tratto motivo per affermare che il fuoco sia sicuramente esploso solo dopo lo schianto finale al suolo.

Il Colonnata Ettore e’ quella persona che, essendo impegnata con le sterpaglie in fiamme, ha deposto alla Commissione, in questo allegato “M” del carteggio della Commissione, di aver visto il velivolo sparire dietro lo sperone del Pizzo dell’Urlo. E e’ a lui che riferiva dunque la relazione finale concludendo che, vista tale testimonianza, Sandro volasse percio’ stesso piu’ basso del costone stesso, cosa che abbiamo esaminato e smentito esaurientemente. Ma il Colonnata dice anche che “il fuoco era concentrato sul davanti del velivolo, nel motore” e non parla di un pilota avvolto dalle fiamme.

Per onesta’ e correttezza bisogna anche riportare le due deposizioni che un medesimo teste, il Sig. Pinelli, rilascia alla Commissione ed ai Carabinieri. Perche’ e’ solo da quella deposizione (poco credibile, come vedremo) che la Commissione ha tratto motivo per affermare che il fuoco sia sicuramente esploso solo dopo lo schianto finale al suolo.

Deposizione Pinelli 1

Deposizione Pinelli 2

Ora il Pinelli, come ben si vede, nella stessa giornata ha rilasciato due dichiarazioni, la prima, segnalata come Annesso “N”, alla Commissione e la seconda ai Carabinieri. Evidentemente, con la tipica psicologia di un testimone oculare che diviene inattendibile proprio per la eccessivita’ di protagonismo che lo puo’ coinvolgere (perche’ non e’ infatti pensabile che la dichiarazione sia stata rilasciata per interesse e sotto indicazione – si direbbe “subornazione” – dei Commissari interroganti), egli ritiene di affermare davanti alla Commisione di inchiesta tecnico formale che l’incendio sarebbe esploso qualche minutio dopo il suo arrivo e sarebbe durato una decina di minuti.

Ai Carabinieri invece egli precisa, sotto la stessa data e nel pomeriggio alle 17.50, di “aver notato l’aereo in fiamme” appena giunto, e non dunque di aver assistito alla esplosione dell’incendio. E non specifica per quanti minuti sarebbe durato il fuoco ne’ dove fosse concentrato (cosa che abbiamo visto, invece, il sig Colonnata aveva fatto puntualmente indicando che bruciasse la parte anteriore, il motore).

Il Pinelli dice anzi di aver contribuito a spegnere dei fuochi intorno (“stava bruciando l’erba”), piuttosto che l’eventuale incendio sul velivolo. Ed afferma di aver gia’ trovato sul posto altri soccorritori. Dunque quantomeno il Colonnata e l’Agnesini erano gia’ sul luogo dell’impatto, ma essi non mai hanno riferito di aver assistito ad una esplosione dell’incendio al suolo, quanto piuttosto di aver notato subito il pilota carbonizzato in quella innaturale posizione da seduto.

Certamente il sig Pinelli era in assoluta buona fede, ma stava agli inquirenti ed ai professionisti della indagine tecnica saper rilevare quelle incongruenze di dichiarazioni che il Pinelli rilasciava solo ed esclusivamente per attribuire importanza alla sua testimonianza, atteggiamento confortato dalla sua dichiarazione, assolutamente superflua ed ininfluente, sulla sua “esperienza di incidenti di aeroplani, acquisita durante il suo servizio militare in Aeronautica, a Grosseto”. Anche questa documentazione, per quanto cosi’ grossolanamente inattendibile, andava offerta , per correttezza ed onesta’ intellettuale, alla conoscenza ed alla valutazione dei lettori.

Rimaneva un solo problema. Come e’ esplosa quella bomba al fosforo? Inizialmente pensai ad un meccanismo collegato al movimento della lancetta dell’anemometro (indicatore della velocita’) che strappasse progressivamente, fino ad aprirla, la chiusura ermetica di un contenitore contenente fosforo il quale, appena entra in contatto con l’aria, si incendia. Ma questa soluzione giustificava l’incendio ma non la esplosione a bordo capace di strappare il cruscotto in schegge micidiali per la vita del pilota ed in una irrorazione di fosforo che non avrebbe risparmiato il pilota ma neppure il passeggero.

Poi e’ nelle carte, come sempre avviene, che trovai la soluzione. Un testimone, il solito attento Agnesini, dichiara che arrivando sul luogo dell’impatto (per primo, evidentemente, o appena dopo il Colonnata, il quale tuttavia nulla dice al riguardo) vede allontanarsi due turisti intenti a fare fotografie. Essi richiesti se avessero visto qualcosa avevano dichiarato di non essersi accorti di niente. Quei due turisti rimarranno del tutto ignoti, ne’ l’Agnesini avrebbe avuto titolo alcuno per chiedere le loro generalita’.

Bene, anche solo a guardare la carta del luogo di impatto, si vede bene come la cresta superata dal velivolo prima di schiantarsi al suolo e’ la sola sulla quale quei due “turisti” potessero intrattenersi a fare fotografie. La cresta di pizzo dell’urlo e’ una specie di cuneo perpendicolare al versante mare e si apre sulla ampia vallata di Carrara. Il bordo della cresta e’ lungo non piu’ di 50 metri e laddove si apre verso il vuoto sara’ poi deposta la lapide a ricordo di Sandro e Silvio.

Ora, che due persone intente a fare fotografie proprio in quel punto (e l’unico scenario fotografabile in quella zona e’ solo la vallata verso il mare, poiche’ alle spalle la strada corre sotto il pendio erto della montagna) non si accorgano di un velivolo che sfiora le loro teste per sfracellarsi poi lungo il pensio del costone alle loro spalle poche decine di metri piu’ sotto e’ del tutto improbabile. E fu cosi’ che capii come avrebbe potuto essere stato architettato il progetto omicida.

La bomba viene collocate a bordo del velivolo con un telecomando a distanza. Poi si creano in quella zona Colaretta le condizioni per chiedere l’intervento in loco del velivolo di Sandro (i due fuochi, o almeno il secondo di cui non si e’ saputo nulla su chi lo avesse appiccato, ovvero entrambi i fuochi perche’ anche l’altro, sul quale il Colonnata stesso stava operando per spegnerlo, avrebbe dei responsabili ignoti ove non fosse stato lo stesso Colonnata ad appiccarlo per liberare il terreno intorno alla propria abitazione da sterpaglia. Ma questo no ci viene detto) al fine di deviare la missione dalla iniziale rotta verso la Garfagnana alla nuova zona dove lo aspettavano i due “fotografi killer”.

E in quelle condizioni orografiche un telecomando, operato attraverso una delle macchine fotografiche, non avrebbe avuto alcun ostacolo o interferenza per poter fallire. L’uso della macchina fotografica per nascondere un telecomando esplosivo e’ stato anche confermato, come ipotesi non infondata e perfettamente praticabile, da un esperto di esplosivi interrogato da un giornalista di RAI News 24, in un servizio inviato regolarmente in onda (e di cui naturalmente possiedo copia registrata)

Che sia stata poi realmente utilizzata questa modalita’ esecutiva, certo, non e’ comprovabile da parte mia; ma un Magistrato serio, partendo dalle evidenze dimostrate sulla natura omicida della morte di Sandro (dalle schegge, alla posizione, al brano di cruscotto e quant’altro), avrebbe ben potuto indagare alla ricerca dell’arma del delitto (la bomba e la carica al fosforo – e sarebbe forse bastata, per verificarlo, la sola autopsia o la richiesta di un esame gasspettrometrico sui resti di Sandro e sui rottami del velivolo) e delle modalita’ di innesco (telecomando - o timer, meno probabile). I moventi e l’occasione avrebbero dovuto essere ancora piu’ evidenti per tutto quello che abbiamo detto. Ma tutte queste fasi avrebbero avuto comunque bisogno di una determinazione dell’inquirente e nella piena attivazione delle sue prerogative di indagine, piuttosto che di un Magistrato poco curioso, pigo ed indolente, al punto da non sapersi neppure servire delle dichiarazioni del suo “teste principe”, il povero Silvio Lorenzini.

Ma che di bomba si sia trattato e’ dimostrato da questa ultima terribile foto che pure non posso evitare di mostrarvi. Chiedo perdono a voi di averla utilizzata in questo resonto del delitto, come ai familiari di Sandro se mai anch’essi dovessero vederla per non aver chiesto loro alcun consenso alla pubblicazione di questa immagine raccapricciante; ma avrei tradito il mio compito di denuncia e rivendicazione di Giustizia se avessi evitato di mostrarla per quanto orrida e drammatica essa appaia. Vi prego di credermi se dico che per me non e’ mai facile tornare a vedere tutte queste foto e tanto meno a farne illustrazione, come in questo caso. Quello che esibisco e’ infatti il corpo straziato di un uomo al quale mi ha legato, con l’impegno di una vita dura e difficile, un sentimento di affetto fraterno profondo ed incancellabile. Ma questo e’ cio’ a cui e’ stato ridotto il mio amico fraterno Sandro Marcucci. E questo e’ cio’ che io devo denunciare.