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Comunicato Stampa: È definitiva la condanna dell'ex procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata per diffamazione pluriaggravata nei confronti del professor Adolfo Parmaliana

lug 15

Scritto da:
15/07/2016 14:58  RSS

Dopo quattro anni di udienze, – la prima si tenne il 6 febbraio 2012 – l'ex Procuratore Generale di Messina Antonio Franco Cassata è stato condannato, in via definitiva, per diffamazione pluriaggravata nei confronti del professor Adolfo Parmaliana.

Ad un’ammenda di 800 euro, anche se il pm aveva chiesto una condanna a tre mesi – e al risarcimento alla famiglia da stabilire in sede civile, certo.

Ma comunque una sentenza storica.

Una sentenza, oggi confermata anche dalla Cassazione, nelle cui motivazioni si legge «…tale ritrovamento è evidente spia di un lavoro di dossieraggio che vedeva l’imputato raccogliere carte per usarle contro la memoria del professore…», «…non vi è dubbio infatti che l’imputato con coscienza e volontà abbia offeso l’onore e la reputazione del defunto prof. Adolfo Parmaliana…», «il contenuto dell’anonimo, contenendo falsità… costituisce un chiaro segno di disprezzo e di offesa alla reputazione della persona verso la quale sono state scritte…», «sussiste pure, l’elemento psicologico, essendoci nel Cassata la consapevolezza di ledere attraverso lo scritto la reputazione della persona offesa. Anzi, nella specie, appare evidente la sussistenza di una volontà di diffamare, pur non necessaria per l’integrazione della fattispecie de qua, per la quale è sufficiente un dolo generico…».

Il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina degli ultimi decenni è stato condannato. Altri giudici, in ben tre gradi di giudizio, hanno ritenuto sussistenti a suo carico le circostanze aggravanti dei “motivi abietti di vendetta” rispetto a quell’ultima lettera lasciata da Adolfo Parmaliana.

«La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario.»

Con queste parole, scritte prima di suicidarsi il 2 ottobre 2008, Adolfo Parmaliana lasciava il suo testamento morale, il suo “j’accuse” nei confronti di alcuni giudici barcellonesi e messinesi «così celeri nel rinviarlo a giudizio – diceva il suo legale e amico Fabio Repici pochi giorni dopo la tragica scomparsa – ma non altrettanto tempestivi» nel dar seguito alle sue pubbliche denunce delle connivenze tra mafia, politica, massoneria e ambienti giudiziari nella zona tirrenica di quella provincia che “babba”, in realtà, non lo è mai stata.

Sono dovuti passare quattro anni perchè Cettina, nostra amicae compagna di viaggio, Gilda e Basilio ottenessero giustizia.

Quella macchia sulla memoria del loro Adolfo, padre e marito esemplare, è stata cancellata.

Memoria che, da quest'anno, dopo le cinque edizioni del premio alla legalità organizzate dal Circolo Arci Senza Confini, l'Associazione Antimafie Rita Atria, onorerà attraverso l'organizzazione del Premio Adolfo Parmaliana per la libertà di stampa e di espressione.

Il prossimo 25 agosto a Milazzo, ricorderemo Adolfo, le sue battaglie, il suo esempio di vita, insieme a magistrati, avvocati, giornalisti e artisti in prima linea nella lotta alle mafie e nella tutela dei diritti umani. 

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