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Quando un pettegolezzo da bar si trasforma in una macchina del fango

mag 20

Scritto da:
20/05/2015 08:03  RSS

L'Associazione Animafie "Rita Atria" non credendo alle parole da bar e ad articoli scritti senza fonti oggettive ma degni della peggiore tradizione del fango, non intende unirsi al silenzio che avvolge questa vicenda. Andremo fino in fondo, verificheremo nelle sedi opportune ogni dettaglio e seguiremo il tutto con le modalità che ci hanno sempre contraddistinto... ma andremo fino in fondo! Non si può archiviare nel silenzio questa vicenda perché non si può ignorare la storia di un giornalista come Rino Giacalone.

Quando un pettegolezzo da bar 
si trasforma in una macchina del fango

La vicenda di Rino Giacalone

giacalone-rino0

C’è un collega siciliano, si chiama Rino Giacalone. E’ un giornalista che si occupa di mafia, lo fa in un territorio difficile  dove scrivere è ancora un mestiere che ti può far correre dei rischi. Rino è un amico ma questo non significa niente. Posso dire che è un professionista, che ha seguito processi difficili e che non si è mai tirato indietro quando c’era una storia scomoda da raccontare. In mezzo alle difficoltà ha sempre risposto con un grande sorriso e ai colleghi “stranieri” ha sempre regalato notizie e documenti.  Qualche giorno fa, sui social,  dove nessuno sembra prendersi la responsabilità di quel che scrive  iniziano a girare strane allusioni ad un giornalista coinvolto in un’indagine. Nessun riferimento specifico, nessuna ipotesi di reato dichiarata solo un po’ di fango gettato su un collega di cui non  si fa il nome che avrebbe commesso chissà quali nefandezze.  I social sono una mezzo perfetto per far circolare un pettegolezzo da bar travestito da notizia tant’è che nel giro di pochi giorni si realizza la trasformazione: quelle poche frasi sibilline diventano un articolo.
Ecco che Rino Giacalone diventa il protagonista di un pezzo pubblicato su un giornale locale e subito dopo ripreso da una televisione locale. Si, è proprio lui il collega di cui si parla da giorni sui social, è su di lui che indagano perché avrebbe millantato conoscenze tali da risolvere un problema ad un amico imprenditore. Il pettegolezzo è diventato un fatto, “la procura non conferma e non smentisce” scrive il collega nel suo articolo e sappiamo bene quando viene usata questa frase.  La notizia viene rilanciata sulla Tv locale e Rino è a casa che ascolta senza potersi difendere le accuse che gli piovono addosso. L’ho sentito per telefono il pomeriggio dopo, piangeva Rino Giacalone.  Spero che chi di dovere si muova chiedendo il rispetto del codice e della deontologia professionale perché ci sono ancora regole e comportamenti da rispettare quando si insinua un’ipotesi di reato a carico di qualcuno. Oggi Rino Giacalone ha detto che ha avuto la conferma dalla Procura di Trapani non risulta esserci nessuna indagine su di lui e io sono contenta. Contenta perché spero di veder tornare sul suo viso subito un sorriso e sentire la sua battuta pronta a cogliere l’aspetto surreale di tutta questa situazione ma so che non sarà così. La sua solitudine di questi giorni non sarà cancellata, mai dimenticherà l’attacco contro di lui che ha utilizzato la stessa arma che per lui era strumento di libertà d’ informazione. Io non difendo un collega ma un mestiere posto a garanzia in un sistema democratico e quello che è successo deve farci riflettere tutti e chiedo anche scusa a Rino per un silenzio durato troppi giorni.
Una collega che ti stima profondamente come giornalista e come essere umano

19 maggio 2015

http://www.articolo21.org/2015/05/64666-rino-giacalone/

http://issuu.com/casablanca_sicilia/docs/cb39/41

"Colpevole"

Rino Giacalone
 
Care Amiche e Cari Amici di Ca-sablanca eccomi a voi a comuni-carVi che...sono colpevole!
Si, si avete letto bene, non sono né folle, né ubriaco, non ho un pro-blema di calo di zuccheri, sono perfettamente in sensi, consapevole di ciò che scrivo.
Vi chiederete, se ne siete a conoscenza, colpevole per via di un articolo (senza nomi ma con identikit precisi) pubblicato il 30 aprile scorso sull'edizione di Trapani del Giornale di Sicilia dove si racconta di imprenditori sotto indagine e di un giornalista pronto a mascariare le carte profittando delle proprie frequentazioni – così è scritto - “in determinati ambiti” ? Colpevole per via di un servizio televisivo, mandato in onda dal telegiornale TgSud di Trapani, ben visibile sulla home page della emittente, ribattuto su Facebook, questo si scritto con tanto di nomi e cognomi, il mio per primo, (scritto dallo stesso autore dell'articolo sul Giornale di Sicilia, colpito...sulla via di Damasco, da una incredibile irrefrenabile voglia di fare il giornalismo che piace a noi con i nomi e i cognomi), dove si è data notizia del fatto di essere, io, indagato (ma anche processato e già condannato) per i reati di tentata estorsione e millantato credi-to? No non sono colpevole di queste nefandezze! Anzi per come mi è stato detto da “fonte giudiziaria” - diversa è la fonte di chi ha scrit-to che ha preferito dar credito al “chiacchericcio cittadino” fomentato da ciò che alcuni da mesi andavano scrivendo su Facebook – non sono soggetto a simile indagine. Mi appresto a chiedere per le vie ufficiali la documentazione giudiziaria pertinente. Non so-no colpevole di tentata estorsione e millantato credito, so-no colpevole di altro.
Sono colpevole del fatto che in 30 anni di attività professionale, la maggior parte dei quali trascorsa ad occuparmi di cronaca nera e cronaca giudiziaria della mia provincia, Trapani, ho raccontato “carte alla mano”, ordinanze, sentenze, resoconti processuali, testimonianze, tutte le violenze fisiche e morali compiute dalla mafia prima e poi assieme ai “colletti bianchi”, laddove sotto colletti bianchi vanno scritti oltre che pubblici funzionari anche masso-ni, dai “muratori” ai “gran maestri”. Colpevole di avere ricordato l'abilità della mafia a mascariare ogni cosa e sopratutto ogni sua malefatta. Eccovene un ricco elenco di esempi: il giudice Ciaccio Montalto ammazzato per “vicende passionali”, l'attentato di Pizzolungo destinato al giudice Carlo Palermo commesso intanto perché “il giudice se lo era andato a cercare”. A Pizzolungo morirono Barbara Rizzo ed i suoi due figlioletti di sei anni, i gemellini Salvatore e Giuseppe, ma pietra dello scandalo presto divenne il marito e il padre di quelle vittime, Nunzio Asta, il giorno in cui questi decideva di risposarsi per dare una mamma a Margherita, l'altra figlia che alla morte della madre naturale aveva 10 anni. Margherita però è dovuta diventare donna presto, prestissimo, e quando un giorno, proprio rispondendo ad una mia domanda per un articolo, rispondeva che c'era chi voleva speculare politicamente sulla ce-lebrazione degli anniversari, si sentì dire anche da importanti tribuni politici che la sua voglia era quella di “strumentalizzare” la morte dei suoi familiari. Colpevo-le, sempre io, dunque non una ma due, tre, quattro volte. Colpevole di non aver seguito l'andazzo del tempo che era quello di far parlare gli accusati o i loro familiari, giammai i familiari delle vittime.
Colpevole ancora di non aver avallato nelle mie cronache le chiacchiere da bar (un classico della cronaca giudiziaria di certuni) che davano come usuraio, e per questo ucciso, il giudice Alberto Giacomelli. Colpevole di non aver seguito l'ipotesi che Mauro Rostagno era stato ucciso nell'ordine per le seguenti ragioni: questione di corna, vendette passionali, spaccio di droga, contatti super segreti internazionali (si fece sapere che nella sua borsa, trovata sull'auto alla cui guida era stato ammazzato, c'erano dei dollari), zittito dai suoi “amici” per-ché voleva testimoniare, raccontando la verità, nell'indagine milanese sul delitto Calabresi, ammazzato su ordine di intelligence internazionali scoperte a fare illeciti traffici di armi usando una di-smessa pista di un aeroporto di Trapani.
Colpevole di non aver scritto che l'agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto era stato ucciso “perché (anche lui) se le era andata a cercare...la morte”.
Colpevole di avere raccontato, carte di indagini e carte proces-suali alla mano, che quei morti erano stati ammazzati dalla mafia e che era una assoluzione per la mafia le affermazioni di chi, di-nanzi all'evidenza dei fatti, soste-neva che la mafia aveva ucciso “ma non era solo mafia”. Non ho condiviso chi insomma diceva, e dice, che la mafia da sola non rap-presenta nulla di grave e che per forza di cose si è trovata costretta ad agire...come la monaca di Monza di manzoniana memoria la mafia sventurata aveva avuto il torto di rispondere....
Colpevole di avere raccontato come la mafia era stato tutto tran-ne che sventurata perché giorno dopo giorno si andava scoprendo, ed io, colpevole, raccontavo, che a Trapani i mafiosi non hanno mai avuto bisogno di essere punciuti per essere tali, che la mafia trapanese non è fatta di coppole e lupa-re ma è fortemente borghese, che la mafia trapanese e certa massoneria spesso sono risultati essere una unica sola cosa (Iside 2, il nome della loggia segreta scoperta a metà degli anni 80 e lì erano scritti mafiosi quanto professioni-sti, politici, ecc ecc).
Colpevole di avere seguito e seguire i processi con estrema pun-tigliosità, in particolare i processi contro tre politici eccellenti, Ca-nino, Pellegrino, D'Alì, e di aver raccontato il travaglio di ex ma-fiosi passati in questi e in altri processi a collaborare con la giustizia, collaboratori di giustizia definiti untori, dalle solite chiacchiere da bar, all'interno degli stessi bar dove, in tempi prece-denti però dinanzi all'evidenza della caratura mafiosa, erano stati osannati e c'era chi faceva a gara per potere offrire loro il caffè.
Colpevole di non avere seguito l'andazzo giornalistico dei più che durante il processo per il delitto di Mauro Rostagno scrivevano in maniera strabica, facendo passare per vittime gli imputati e come colpevoli le parti civili, due don-ne, Chicca e Maddalena, insultate in aula da una difesa che nell'aula della Corte di Assise portò il tam tam deciso 20 anni prima da un boss di Mazara, pezzo da 90 di quella “montagna di merda” indi-cata da Peppino Impastato, la cui verità su quel delitto era una sola e una soltanto...le corna. Una dife-sa che dinanzi all'evidenza delle prove contro gli unici veri imputa-ti, tali Vincenzo Virga e Vito Mazzara, ha saputo solo prendere la parola per dire al suo imputato, parlando con la Corte, che se lo avessero condannato era con quel giornalista non strabico che eventualmente doveva pensare di prendersela, perché quel giornali-sta stava intimidendo quei giudici.
Colpevole di avere ricordato l'a-zione coraggiosa di un prefetto, Fulvio Sodano, che aveva mandato all'aria i progetti dei mafiosi, che aveva trattato un sottosegretario all'Interno nel modo più giusto con il quale andava trattato, chiudendo la porta in faccia, colpevole di avere raccontato che a quel prefetto un sindaco rifiutò la con-cessione della cittadinanza onora-ria, con ragioni risibili, cittadinanza onoraria concessa invece ai giornalisti che parlavano bene di Trapani, del suo mare e delle arancine.
Colpevole di avere messo in fila le dichiarazioni che nel tempo hanno rilasciato sciagurati politici pronti a negare, ieri, l'esistenza della mafia, e oggi lesti a sostene-re che la mafia è sconfitta, che è come dire...la mafia non c'è. Colpevole di avere scritto e detto che Cosa nostra esiste e ha una precisa forma, è fatta da nomi e cognomi le cui storie è possibile leggere nelle sentenze anche in quelle che si sono concluse con prescrizioni e/o assoluzioni, ma soltanto in rare occasioni. Colpevole in queste occasioni di avere ricordato una delle più famose lezioni di Paolo Borselli-no: la giustizia può non avere le prove per condannare, ma in que-ste sentenze spesso è possibile leggere di comportamenti morali ed etici che dovrebbero comporta-re la condanna da parte della società civile.
Colpevole di avere scritto che Matteo Messina Denaro è solo un sanguinario e violento assassino, uno che non merita nemmeno per un millesimo di secondo una dife-sa, che gli idioti che dicono di adorarlo sono degli idioti oltre che dei complici. Colpevole di aver detto che non è vero che la mafia di Matteo Messina Denaro non uccide più, uccide ogni giorno, uccide ogni volta che un suo soda-le si inventa imprenditore e crea aziende destinate alla morte occupazionale di chi ci lavora. Colpevole di aver guardato negli occhi tanti imputati nei pro-cessi di mafia senza mai abbassa-re lo sguardo.
Colpevole di credere che una so-cietà davvero civile e nemica dei mafiosi può esistere.
Colpevole di aver dato del pezzo di merda al boss Mariano Agate e di avere raccontato delle malfatte dei suoi parenti senza avere biso-gno nemmeno di un rapporto giudiziario.
Colpevole di credere fermamente a ciò che ci ha lasciato in eredità Pippo Fava: Io ho un concetto eti-co del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quel-la italiana, il giornalismo rappre-senti la forza essenziale della so-cietà. Un giornalismo fatto di ve-rità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indi-spensabili, pretende il funziona-mento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.
Colpevole di pensarla come Mau-ro Rostagno che ci ha insegnato di dover preferire un giornalismo che magari esagera ad un giornalismo silente.
Colpevole di pensarla come Walter Tobagi: quando un giornalista ha una notizia fondata di rilevanza pubblica ha il dovere di scriverla facendo però intravedere la fonte assolvendo in questo modo al ser-vizio pubblico cui ogni giornalista è tenuto a render conto, in caso contrario il giornalista non fa un servizio...ma un servizietto.
Colpevole insomma.



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