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Vent'anni di Memoria Attiva... "avanti a Mani nude e pugni chiusi senza avere paura"

ago 16

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16/08/2014 15:32  RSS

Album fotografico: https://plus.google.com/photos/109624023015121245923/albums/6046572097294524017

Grazie a tutti coloro che hanno colto attimi ed espressioni con tutti i tipi di strumento digitale.

di Simona Secci 

Un percorso in salita, impervio e costellato di passi difficili, quello che porta al Castello di Milazzo, e una volta giunti in cima si manifesta, d'incanto, la bellezza di un luogo che racchiude e ci narra di molteplici storie, di una terra protesa verso il mare aperto, alla ricerca di un orizzonte dove si respira aria di libertà. Così è stato il cammino dell'Associazione antimafie “Rita Atria”, e proprio qui a Milazzo dove è stata fondata, si è dipanato il filo dei venti anni vissuti insieme, senza riflettori accesi e megafoni mediatici, e si è tracciato il percorso dei passi ancora da intraprendere nel segno sempre della Memoria Attiva, nella quale le persone e le loro storie di testimonianza e di r-esistenza sono state e sono le compagne di un viaggio collettivo, sempre più ampio e partecipato, di lotta quotidiana per la ricerca di verità e giustizia, di liberazione, attraverso la denuncia concreta delle violenze mafiose e quindi nell'impegno per la difesa dei diritti e della dignità.

Ventennale Ass. Antimafie Rita Atria

Un ventennale dedicato a Simona Scibilia, fin dagli inizi nell'Associazione, “era la piccola del gruppo” , il cui sorriso aperto, sincero, allegro, che portava con sé ovunque, regalandolo agli altri, è prematuramente scomparso, «ci ha sempre accompagnato in tutto... ci piace pensare che lei comunque sia qui tra noi e che ci si sostenga come sempre ha fatto e lo faceva in una maniera speciale per darti sempre una parola di conforto », ricorda la Presidente Santina Latella, co-fondatrice con Nadia Furnari dell'Associazione.

Ecco il senso di un ventennale insieme ai volti, le storie, le voci, spesso invisibili: sono chiare le parole di Nadia, «volevamo con noi coloro che lottano veramente contro le mafie ogni giorno, che molti non conoscono, che non hanno le televisioni, ma non ce ne frega niente perché  abbiamo voluto essere e non apparire, mantenere una linea dritta. Volevamo qui con noi le persone che sappiamo ogni giorno rischiano, per quello che scrivono e per quello che fanno, che ci mettono la faccia», le cui storie incontrano e si intrecciano tra loro, unite dal filo rosso della testimonianza di una rottura con i poteri mafiosi, quelli spesso mimetizzati sotto la coltre opaca dei meccanismi dei poteri e dei silenzi della società.

Da qui prendono le mosse le testimonianze su un viaggio intrapreso  da lontano e molto prima del 1994, nel cui inverno Nadia Furnari e Santina Latella, allora studentesse, fondano a Milazzo l'Associazione dedicandola a Rita Atria, perché la storia di una ragazza di 17 anni, che voleva essere libera dai codici mafiosi, che ha denunciato e messo in discussione la sua famiglia, che voleva conoscere quello che c'era fuori, “un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle... uno mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona”, il suo volo di solitudine è la testimonianza più autentica di un percorso tanto travagliato, quanto coerente e fermo, per combattere quotidianamente dentro di noi quel pensiero mafioso diffuso che rende accettabili arretramenti morali, per scuotere uno Stato assente e una società civile indifferente.

Ass. Antimafie Rita Atria Ventennale

Ma l'Associazione comincia a nascere già dal 1992, a Pisa, durante gli studi universitari, dal sostegno a chi lotta per fare emergere i misteri della strage di Ustica, come Mario Ciancarella e Sandro Marcucci, ufficiali dell'aereonautica militare, che hanno pagato un alto prezzo il loro impegno per la verità: il primo radiato dalle forze armate, ma ora – dopo tanti anni e un percorso sostenuto insieme all'Associazione - le perizie calligrafiche sia di parte che del Tribunale di Firenze hanno accertato che la firma del Presidente delle Repubblica, a suo tempo Sandro Pertini, sull'atto di radiazione, è stata falsificata; Sandro Marcucci, purtroppo non è più con noi, morto “ufficialmente” in un “incidente” nel febbraio del 1992 - insieme a Silvio Lorenzini – prima di aver testimoniato al processo sulla strage, ma i suoi compagni di lotte non si sono arresti a questa morte “per caso” e nel 2013 grazie all'esposto dell' Associazione presentato alla procura di Massa il caso è stato riaperto.

« Finché il sangue dei figli degli altri varrà meno del sangue dei nostri figli, fin quando il dolore degli altri per la morte dei loro figli, varrà meno del nostro dolore per la morte dei nostri figli, ci sarà sempre qualcuno che potrà organizzare stragi in piazze, banche o stazioni, su treni o su aerei, con bombe o missili, con la certezza di rimanere impunito »: queste le parole di Sandro Marcucci a Mario Ciancarella, per spronarlo a continuare in questa lotta dopo la radiazione, nel solco del «senso costituzionale dell'essere militari, che è tutto il contrario di essere soldati.  – continua Mario – Il soldato è colui che lavora per il  soldo. Militare ci da' il respiro di quell'impegno che viene dato gratuitamente, essere militanti.  Un merito che riconosco a questa Associazione è di avere sposato il sangue dei figli degli altri, di non aver mai lasciato mai nessuno da solo sulla propria strada, anche se qualcuno ha poi tradito, se poi qualcuno ha rinnegato Non ha mai cercato, a differenza di altre, delle vicinanze con il potere che escludesse l'attenzione agli ultimi. Sono trent'anni che sto facendo questa battaglia e in ogni situazione ho avuto vicino l'Associazione ». Per far comprendere il senso di questo impegno, Mario cita la frase di un suo educatore giovanile: « Abbiamo una o due volte nella vita la possibilità di essere degli eroi, ma tutti i giorni abbiamo la possibilità di non essere dei vigliacchi ».

Nadia Furnari Franca Imbergamo

Poi le stragi di Capaci e Via D'Amelio, Rita Atria, l'incontro a Pisa con Antonino Caponnetto, che diventò “nonno Nino”, lui che aveva fatto la storia del pool antimafia. Nadia, portando con sé una frase di Sandro Marcucci «…con le nostre storie e con il nostro impegno e non con le parole e i nostri principi bisogna avvicinarsi agli altri», prende lo zaino e parte per la Sicilia, a Palermo, per cercare di capire. «Un mio amico della polizia mi portò in un garage dove c'era la macchina di Falcone, c'era ancora la scarpa di Francesca Morvillo, e le macchine delle scorte e quello che non si può dimenticare...  - racconta Nadia - poi tornando a Pisa lo raccontai. Una persona mi disse: “Ora tu ci credi. Attraverso i tuoi occhi, attraverso il tuo racconto, io riesco a vedere”. Non si può teorizzare la lotta alla mafia se tu le persone non le vedi, non le conosci, non le racconti».

Nel cammino pisano, durante un'iniziativa sulle donne in lotta, con le madri di Plaza de Mayo - ognuna delle quali aveva lottato e lottano per ogni giovane desaparecido e non solo per i propri figli - e con alcune donne palermitane, l'incontro con Michela Buscemi, una delle primissime testimoni di giustizia, che al maxiprocesso testimoniò contro gli assassini dei fratelli: « Ho avuto la scissione con la famiglia originaria. Sono la maggiore di dieci figli, sia mia madre sia i miei fratelli si sono messi contro di me perché ho fatto questa scelta. - racconta con intensità Michela - Avevo un bar lo abbiamo dovuto chiuderlo, la gente si impauriva. Mi dicevano che ero “spiona della questura”. Ha messo nelle mani della mafia non solo me, ma anche mio marito e i miei cinque figli. Per telefono mi ha augurato che mi uccidessero i miei figli affinché provassi lo stesso dolore. Ho deciso che quella famiglia per me non esisteva più ». L'incontro con Nadia e una nuova famiglia, l'Associazione, con la quale condividere la sua storia e l'impegno nel raccontare, in un percorso dove l'antimafia non è fatta solo di poche figure “eroiche”, ma è una storia collettiva di donne e uomini che hanno testimoniato mettendo in gioco la propria vita.

Poi a Milazzo, Nadia e Santina e tanti altri ragazzi organizzano un incontro con le scuole al Paladiana, con Antonino Caponnetto e Rita Borsellino, nel segno di quel percorso tracciato da Rita Atria, con tutte le difficoltà, senza soldi e senza l'appoggio dell'amministrazione comunale.

Tra le persone che sono state vicine all'Associazione, anche in momenti difficili, la magistrata Franca Imbergamo, che si è occupata del processo sull'omicidio di Peppino Impastato e svolge il suo lavoro, ora alla Procura Nazionale Antimafia, «senza se e senza ma e senza grandi riflettori»,   questo il ringraziamento sentito di Nadia, a nome di tutta l'Associazione. «Sono qui come amica di Nadia e dell'Associazione che ho seguito in questi anni e come magistrato, per ricordare l'importanza delle associazioni, fondamentale non soltanto per i cittadini, ma anche e soprattutto per la magistratura. Noi facciamo un mestiere difficile, la magistratura è una struttura di potere, non sempre quello che facciamo potrà piacervi o dovrà piacervi. Questo è il gioco democratico, è il gioco dell'applicazione delle leggi – spiega con chiarezza e passione Franca Imbergamo – …Ci vuole molto più coraggio ad essere qua, a denunciare, come associazione, che farlo come magistrato, che lo deve fare di mestiere e ha una struttura che in qualche misura deve proteggerlo... Gli occhi della gente per bene sul territorio per noi sono essenziali. È molto più importante fare il proprio mestiere di cittadino ogni giorno. Io sono siciliana, vengo dalla provincia di Agrigento, da un paese ad alta densità mafiosa, so che cosa significa la penetrazione della mafia nel territorio, so che cosa può significare essere contro certe situazioni avendo addosso soltanto la veste del cittadino. E questo per chi fa il mio mestiere non deve  mai dimenticarlo. In questo paese ci stiamo avviando verso un periodo di fittizia pace sociale » riducendo il fenomeno delle mafie ad una questione di ordine pubblico, «ma noi staremmo qui a raccontarci la lunga catena di stragi,  anche Ustica è uno dei buchi neri di questa Repubblica, noi non saremmo arrivati a questo punto se non avessimo avuto delle collusioni istituzionali. Fino a quando questo paese non avrà il coraggio di aprire il vaso di Pandora e guardare dentro quella fogna, noi siamo a rischio che possa ripetersi una tragica stagione del genere», quelle delle stragi sono «storie che dobbiamo avere il coraggio di raccontare tutti insieme, da sola la magistratura non lo può fare. Non per quanto ancora in questo paese si potrà coltivare la memoria critica, ma si potrà fare non delegando ai magistrati o ad altri. Questa è una democrazia che deve crescere e ognuno deve prendersi la responsabilità. Se ognuno riscoprisse la dignità probabilmente non saremmo in questa notte oscura».

Riprendendo il racconto, ecco un'altra storia che era sconosciuta, dimenticata, di cui Nadia viene a conoscenza tramite la tv, con la trasmissione Chi l'ha visto?: la storia di Graziella Campagna, una ragazza di Saponara, in provincia di Messina, uccisa a 17 anni, nel 1985, a Villafranca, dalla mafia, sfigurata con 5 colpi di fucile a canne mozze, per aver trovato, in una camicia da lavare – nella tintoria in cui era impiegata - un documento che non avrebbe dovuto leggere e che avrebbe potuto far scoprire la latitanza dei mafiosi palermitani Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, esecutori materiali dell'assassinio. Un omicidio quello di Graziella, che rischiava di rimanere seppellito dall'insabbiamento di chi aveva coperto i latitanti. Nadia, nel segno dell'incontro con le persone e le loro storie, per comprendere e non lasciare che vengano dimenticate, senza verità e giustizia, contatta Piero Campagna, il fratello di Graziella. «Sono state le scuole a portare sulle spalle la storia di Graziella, quando parlare della sua storia non era facile. Al Paladiana, mille e cinquecento ragazzi scelsero che volevano sapere e sostenere la verità » ricorda con orgoglio Nadia. «La mia famiglia era in cerca di una verità sull'omicidio di Graziella, che era insabbiato» - ricorda Piero Campagna, ringraziando Nadia, Antonio Mazzeo, che hanno permesso la riapertura del processo, insieme anche a Simona Scibilia. «La cosa che mi colpì è che è stata Nadia a cercarmi. Fu un collega a dirmi che la dott.ssa Nadia Furnari voleva conoscermi, perché interessata al caso di Graziella», poi l'incontro, la lettura insieme di tutti gli atti processuali, «abbiamo detto, qui ci vuole un avvocato, di coraggio e di lotta. Nadia, Santina, Mazzeo, insieme agli altri dell'Associazione, hanno pensato di fare un dossier, che poi è entrato nelle scuole» per far conoscere la storia di Graziella e dare sostegno alla battaglia sulla ricerca della verità. «Io da fratello ero motivato a cercare giustizia... ma Nadia... oggi posso dire che lei è la sorella maggiore di Graziella, insieme a Fabio Repici [l'avvocato che poi si è occupato del caso, inizialmente all'epoca era un praticante] che è il fratello maggiore», invece prima nella sua ricerca di giustizia Piero Campagna aveva trovato soltanto porte chiuse «molte persone scappavano quando sentivano parlare di Graziella, il nome dei latitanti». La verità, purtroppo, non è emersa tutta e quindi la storia di Graziella resta ancora la storia di una giustizia parziale, rimangono impuniti coloro che hanno coperto i latitanti, i mandanti e le complicità istituzionali, che non sono state accertate. «Penso a quanti processi ancora rimangono insabbiati, di quante verità ancora abbiamo bisogno e spero che incontrino persone come te e che ognuno faccia la sua parte», augura Piero Campagna.

C'è stato un momento in cui si è tentato di svuotare l'Associazione, di allontanare i ragazzi che si impegnavano, terrorizzando i genitori, a causa delle lotte che si stavano portando avanti, ricorda Nadia: «Molto spesso le persone che lottano le lasciamo da sole. Applaudiamo ai convegni, il magistrato, aspettando che ci risolva tutti i problemi. Mentre noi non riusciamo più ad analizzare quello che ci ruota intorno».

Per questo è fondamentale l'impegno per i testimoni di giustizia, per troppo tempo e troppo spesso ancora confusi con i collaboratori di giustizia, sottoposti allo sradicamento dalla loro terra, al programma di protezione in località protetta, questo perché la testimonianza invece di essere un dovere civico, in questo paese è ancora un fatto eccezionale, che conduce all'isolamento, alla sovraesposizione. «L'Associazione serve per dare sostegno e vicinanza a chi è solo»: Ulisse, nome in codice, ha scelto di testimoniare insieme alla moglie dopo aver assistito ad un omicidio di camorra, uno dei pochi che ha testimoniato su fatti che non lo avevano colpito direttamente, una testimonianza frutto di una vera scelta civica. «La vicenda che ha colpito me e pochi altri testimoni ci ha reso marginali. La gente non sa che esiste qualcuno disposto a riferire quello che ha visto su fatti relativi a persone che non conosceva... Noi non ci siamo girati dall'altra parte e senza che ci chiamassero abbiamo fatto quello che ritenevamo giusto...  Siamo stati minacciati, una pattuglia passava agli orari più impensabili, verificava se eravamo vivi e se ne andava, questa la tutela che ci veniva offerta. Poi improvvisamente dopo circa quattro anni, dopo vari incidenti (uccisione del cane, la corona da morto fuori dal cancello di casa...), ci dissero che ce ne dovevamo andare. Addirittura mi fornirono una pistola e mi fecero conseguire il porto d'armi, questo aumentava il mio timore. Questo accadeva nei primi anni '90 e allora non esisteva ancora la legge per i testimoni [poi intervenuta nel 2001], c'era soltanto la legge per i collaboratori di giustizia e quindi i testimoni erano scambiati per pentiti... mi sottoposero il decalogo del programma speciale di protezione, nel primo punto mi impegnavo a non commettere più reati », Ulisse non voleva firmare, ma se non avesse firmato anche quel punto non sarebbe stato avviato il programma di protezione, in base ad un sistema assurdo che offendeva l'onestà dei testimoni e il loro impegno. La sua testimonianza è fondamentale per comminare l'ergastolo ad un duplice assassino, ma poi «non servi più – questo è quello capita al testimone genuino. Ma sapete quante volte ci hanno detto, “Chi te l'ha fatto fare?”, detto da poliziotti, carabinieri e tra le righe da qualche magistrato. È incredibile quello che succede in Italia, siamo nel paese del “sotto sopra”... Vivevo in terra di camorra... sapevo benissimo a cosa potevo andare incontro, ma che facevo mi giravo dall'altra parte? Ho sempre criticato chi non faceva il suo dovere... mia moglie fu subito d'accordo con me e andammo dai carabinieri. Ma chi fa queste scelte sapendo di rischiare parecchio, non può sentirsi dire da quelle stesse categorie che sono normalmente in prima linea, “Chi te l'ha fatto fare?” … Io l'ho fatto, lo rifarei, cerco di diffonderlo, si cerca di infondere un po' di voglia di sentirsi dignitosi... Se ognuno di noi desse il giusto contributo.... la testimonianza quanto è importante: si è testimoni non solo di fatti di sangue, ma testimoni di una giustizia civile, se semplicemente rispettiamo le regole... è questo secondo me il segnale che va coltivato».

Poi Gaetano Saffioti, imprenditore calabrese, testimone contro la 'ndrangheta, che ha deciso di rimanere nella sua terra, nella sua casa, che per proteggersi ha blindato, per continuare a vivere in Calabria e tenere in vita la sua impresa. «Siamo in un momento storico in cui le parole sono stanche, se avessero un tasso di usura non esisterebbero più. Mentre tanti anni fa non c'era informazione, neanche si sussurava, ora si parla, si parla, ma si fa poco. Più che parlare di legalità, si dovrebbe praticare la legalità. La storia mia è un po' diversa» da quella di Ulisse, « credo che lui sia il simbolo del vero testimone di giustizia perché era esente dal contatto diretto. Invece io ho avuto la sfortuna di conoscere abbastanza da vicino» la 'ndrangheta, precisa Gaetano. In Calabria, si è ereditata «una mentalità, una cultura dove pagare il pizzo non è una forma di estorsione, ma un contributo, una tassa, perché vivi in quel luogo, lavori in quel territorio e si ritiene “giusto” dare la denominata “IVAM” (acronimo di “imposta sul valore aggiunto mafioso”) al clan del posto... io non mi nascondo di aver pagato... era quello il sistema, ma poi ho cominciato a capire che ero schiavo, mi sentivo libero, ma non lo ero. E siccome non c'è nessuno che è più schiavo di colui che crede di essere libero, senza esserlo. E quante volte ci guardiamo allo specchio e ci reputiamo delle persone perbene, perché teniamo alla nostra famiglia, una forma di tutela del nostro lavoro, e pensi che non ci sia alternativa, invece l'alternativa c'è sempre. Mi è stato insegnato che nella vita non possiamo scegliere quando morire, ma sicuramente possiamo scegliere come morire e io volevo morire da uomo libero e quella fu la scelta che mi portò a denunciare i vari clan, furono otto clan della Piana di Gioia Tauro che furono condannati». Da allora è diventato testimone di giustizia, segnando un giorno dietro l'altro: «esattamente sono 11 anni, 6 mesi e 13 giorni ad oggi, li conto perché è il periodo in cui mi sento veramente libero, anche se sono sotto scorta». Il programma speciale di protezione dei testimoni avrebbe implicato l'allontanamento dalla terra di origine, la possibilità di cambiare nome, Gaetano invece si batte per rimanere nella sua Calabria, «quando decisi di fare questa scelta – che è il grande potere che ha ognuno di noi, quello di scegliere senza trovare alibi e autoassoluzioni, a volte facciamo una scelta che è ci sembra più comoda, non perché sia quella giusta – ci fu un punto che per me era fondamentale, quella di dire: “Voi Stato dovete tenermi qua, perché andare via è una sconfitta per la persona, una sconfitta per lo Stato, una sconfitta per la società civile. Se noi vogliamo che ci sia emulazione da parte di altri imprenditori, se vogliamo dare un esempio concreto con i fatti, voi dovete fare il vostro ruolo, dare una protezione”. Per questo io ringrazio le forze dell'ordine, nello specifico, la guardia di finanza che da tanto tempo ci tutelano con molta professionalità». Indica poi il percorso intrapreso per rendere consapevoli gli altri del pieno significato della sua scelta: «devo continuare a fare il mio lavoro di imprenditore, far capire non solo che si deve denunciare ma che si può denunciare, si può rimanere nella propria terra, si può fare sviluppo... I primi anni sono stati molto difficili, l'abbandono totale da parte di parenti, amici, dei fornitori... ma bisogna andare fino in fondo, dritti per la propria strada, rimanendo in prima linea, non andando via... con la sola repressione non se ne esce fuori, è importantissimo l'apporto della società. Un popolo che soffre si ribella, se non si ribella vuol dire che non soffre abbastanza... noi testimoni di giustizia dobbiamo essere una risorsa, non un peso. Restando nel territorio, ci sono state altre operazioni, perché stando sul territorio vieni a conoscenza di quanto accade...» Ad un altro imprenditore, che gli disse che non aveva il coraggio di denunciare, gli rispose: «Non bisogna avere coraggio per denunciare, bisogna invece valutare la paura: cosa fa più paura? Avere possibili ritorsioni, essere ammazzato, temere che ti bruciano i camion ecc., o immaginare tuo figlio in un mondo così? Il solo pensare che i nostri figli debbano continuare a vivere così ti fa superare qualsiasi ostacolo.

Tra le persone che hanno sostenuto l'Associazione fin dagli inizi, Dario Russo, oggi Assessore alla Cultura al Comune di Milazzo, e il suo impegno per dare spazio a «un'antimafia eterodossa, che non trovi in televisione o in cattedra, ma che trovi nei movimenti sociali...», per accogliere le voci che segnano una rottura con le “ortodossie”, tra queste anche Noa, la cantante israeliana, di cui è stato cancellato un concerto a Milano, per la sua sensibilità verso il dramma dei palestinesi a Gaza. «Secondo me l'antimafia è molto donna...», continua Dario, che segnala l'attenzione data alle lotte delle donne oggi dall'amministrazione di Milazzo, anche dedicando delle strade: alle gelsominaie. donne che negli anni '50 lavoravano tutta la notte raccogliendo fiori per poche lire e che hanno lottato contro lo sfruttamento a cui venivano sottoposte; un'altra strada verrà dedicata ad Anna Cambria, giovane studentessa di Milazzo, uccisa da mano mafiosa, a soli 16 anni, da un proiettile partito dall’arma impugnata da un mafioso e diretto verso un altro mafioso nel corso di un regolamento di conti; un'altra a Graziella Campagna, una ad Ilaria Alpi e Mariagrazia Cutuli, una ad Ipazia e infine una a Goliarda Sapienza.

Seguendo questo filo rosso delle lotte delle donne e per le donne, l'impegno dell'Associazione contro il femminicidio, insieme all'Associazione SEN di Licodia Eubea, per non dimenticare la storia di una giovane donna coraggiosa e combattiva: Stefania Erminia Noce, brillante studentessa e attivista siciliana uccisa da Loris Gagliano, il suo fidanzato che non accettava la fine della loro relazione, nella sua casa a Licodia Eubea il 27 dicembre 2011 insieme a suo nonno, Paolo Miano.

Le due Associazioni hanno portato avanti un percorso insieme per far conoscere e approfondire fenomeni come il femminicidio e la violenza di genere e raccogliere l'eredità di Stefania, delle lotte che, nella sua breve vita ferocemente spezzata troppo presto, ha portato avanti e sostenere la richiesta di giustizia insieme alla madre di Stefania, Rosetta MianoSerena Maiorana, una giovane giornalista milazzese, ha scritto un libro Quello che resta... Storia di Stefania Noce. Il femminicidio e i diritti delle donne nell'Italia d'oggi", portando la storia di Stefania in tutta la Sicilia, nelle scuole e nel “continente”, raccontandola insieme anche ai Presidi di Bari, di Roma, di Bologna. Qual è il legame tra la lotta alle mafie e il femmicidio e le questioni di genere? «Una delle battaglie che Stefania aveva intrapreso era quella dell'antimafia, che le stava particolarmente a cuore, sempre in prima linea per diritti di tutti e di tutte... - racconta Serena – Se l'antimafia è garantire a ciascuno la tutela delle proprie libertà, di non restare da soli e di potere sempre rivendicare la propria autodeterminazione, e anche se spesso la normale retorica sul femminicidio e la violenza di genere racconta di donne deboli, fragili, che non hanno saputo alzare la testa, la verità è un'altra e la storia di Stefania Noce, da questo punto di vista è particolarmente emblematica, perché le donne che hanno subito violenza di genere, sono le donne che hanno saputo dire di no, che hanno saputo alzare la testa, che hanno saputo lasciare e rivendicare il loro diritto all'autodeterminazione, non solo contro un uomo che le voleva di loro proprietà, in ogni senso, ma anche contro una cultura di questo paese che è quella in cui siamo ancora immersi tutti che ha ancora un forte retaggio maschilista... Stefania non ha abbassato la testa mai, che si è battuta contro ogni tipo di discriminazione, che ha pagato questo sulla sua pelle, che continua ad essere anche oggi che non c'è più, spero anche con il nostro impegno, un esempio di autodeterminazione e di forza e di consapevolezza»

Per sostenere questo impegno, l'Associazione Rita Atria ha scelto di inserire nello statuto la lotta contro il femminicidio e la violenza di genere, anche per potersi costituire parte civile nei processi, nonché per i diritti LGBTQI, perché una persona che non è libera non può intraprendere altre battaglie, perché chi cerca di impedire ai propri figli e agli altri di essere se stessi compie una forma grave di violenza. Per questo l'Associazione ha espresso con forza la propria contrarietà per la scelta, nell'ambito del processo per l'omicidio di Stefania Noce, di un perito che ha definito «I gay come malati da curare, individui “non normali”, assimilabili alle persone disabili», perché questa scelta è offensiva per tutte e tutti e per la memoria  di Stefania che ha sempre lottato contro ogni forma di violenza o violazione dei diritti umani.

L'Associazione ha da tempo varcato i confini della Sicilia e tra gli ultimi presidi nati, c'è quello di Bari, animato da giovanissimi attivisti e il loro impegno sul territorio si è manifestato in tante iniziative, in particolare, sono intervenuti a seguito di episodi di violenza avvenuti in città, di una serie di sparatorie, portando portato «in piazza quasi 300 persone, abbiamo fatto una manifestazione insieme ad altre associazioni» racconta Claudio Altini, uno dei ragazzi del Presidio.

Le battaglie dell'Associazione sono sostenute da alcuni avvocati, Goffredo D'Antona, Carmelo Picciotto, Nino La Rosa, che prestano gratuitamente e con passione la loro professionalità,  per la difesa, per le denunce, tra le tante, nella lotta NO MUOS, nella costituzione di parte civile nel processo sul parco commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto, a seguito dell’inchiesta scaturita proprio da un esposto dell'Associazione. Su tale ultima vicenda, l'impegno anche di Maria Teresa Collica, sindaca di Barcellona P.G., membro del Movimento città Aperta: «Nadia sta raccontando venti anni di associazione con fatti concreti e non è da tutti... sono veramente felice, orgogliosa di poter far parte di un tassello della storia della “Rita Atria”. Le nostre storie si uniscono, con il Movimento Città Aperta di Barcellona, abbiamo conosciuto l'Associazione, perché occupandoci di anche di temi sul nostro territorio non potevamo averla come riferimento. Ricordo di una sera in cui avete tenuto un dibattito al porto qui a Milazzo e si parlava di mafia e per noi Barcellonesi era già un evento straordinario, perché di solito non se ne parlava... Un fatto concreto è stata appunto la denuncia per il parco commerciale di Contrada Siena. La nostra fortuna è stata avere come amico in comune Antonio Mazzeo, che è stato il primo ad accendere i riflettori su quello che stava succedendo a Barcellona, perché in un giorno d'estate quando ognuno pensa ai fatti propri e alle vacanze, si legge sul giornale dell'approvazione da parte del consiglio comunale di Barcellona del piano particolareggiato di Contrada Siena, con un solo astenuto... Mentre normalmente quando si tratta di un'operazione economica di questo tipo si fa fatica a risalire al reale soggetto promotore, in quel caso la società era scritta, Di.be.ca. sas», riconducibile all'Avv. Rosario Pio Cattafi, «allora non era stato condannato, era citatissimo nelle relazioni delle Commissioni antimafia, era stato sottoposto ad una misura restrittiva da parte della prefettura, già questo era sufficientemente scandaloso e da lì l'impegno per fare luce su questa questione. L'associazione “Rita Atria” e il Movimento Città aperta firmarono l'esposto che finalmente portò all'accesso della commissione prefettizia. Poi seguì la condanna di Cattafi. Tanto è cambiato a Barcellona in questi anni. C'è un primo pentito per Barcellona, qualcuno che parla. Ci sono anche le associazioni, i cittadini comuni che sono pronti a dimostrare da che parte stanno, a partecipare quando ci stanno testimonianze».

Tante storie, molte raccontate da Salvatore Coppola, “Licchia”, “editore per amore”, attraverso, in particolare, i Pizzini della legalità, “era uno di noi”, pur non essendoci più viaggia ancora con l'Associazione, nella narrazione collettiva delle lotte passate e in corso.

Un viaggio corale quello dell'Associazione, «tutte queste storie con Casablanca le abbiamo raccontate» – afferma con orgoglio la direttora Graziella Proto, che lavorò nella redazione de I Siciliani di Pippo Fava, e ha portato con sé quel «concetto etico di giornalismo» - scriveva Fava - «un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere». «Per me raccontare le storie di mafia o di antimafia è un dovere, un servizio... - continua Graziella - dal 6 gennaio del 1984 ho preso questa strada, grazie di cuore per esserci, per la vostra testimonianza!».

Si continuerà a raccontare le storie, per ricercare e chiedere verità e giustizia, a proseguire le battaglie per la libertà, nel segno dell'antifascismo, per i diritti delle donne, LGBTQI, le lotte con il movimento NO MUOS, uno strumento di morte per chi vive a Niscemi e perché funzionale alle guerre, illegittimo, inaccettabile in un paese che ripudia costituzionalmente la guerra (art. 11), e quindi l'impegno in generale per l'antimilitarismo, tutte battaglie che saranno inserite nello statuto...

«E avanti/a mani nude/E pugni chiusi/ Senza avere paura/ Avanti/La verità non sa morire/Avanti/Il mondo è fatto per cambiare/è anche mio...» - così la canzone Memoria attiva scritta e cantata da Fabrizio Varchetta e Witko per i venti anni dell'Associazione - per continuare a denunciare e a fare antimafia sociale con i fatti...

Il ventennale non è finito qui continuerà in autunno a Bari, nel segno di quel filo che unisce i territori, le storie e le lotte.

Un grazie particolare ad Alberto Castiglione, regista siciliano, che, per un errore imperdonabile (ma perdonato da Alberto) non è stato chiamato a dare la sua testimonianza. Ad Alberto le nostre scuse… e il nostro affetto per la sua grande umiltà.

Grazie a Collettiva AutonoMIA di Reggio Calabria per il grande affetto e per costruire insieme il vero ponte tra Sicilia e Calabria: quello delle idee e degli ideali.

Associazione Antimafie "Rita Atria"

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