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Processo Garofalo: lo scherno e l'amarezza

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Scritto da:
09/12/2011 19:59  RSS

Fonte: stopndrangheta.it

 

"La signora è in vacanza". Processo Garofalo: lo scherno e l'amarezza

di Francesca Chirico (04/12/2011) ,

"Mentre noi siamo qui in quest'aula la signora Garofalo magari è in vacanza in qualche posto lontano, al caldo". Lo scherno indecente delle difese, quando della vittima non resta neppure l'odore da far fiutare ai cani, è nelle migliori tradizioni di 'ndrangheta. Era "partita per il Brasile" pure la giovane fiorentina Rossella Casini, trucidata e fatta sparire a Palmi nell'81 dalle cosche calabresi. Non lo ignorava nessuno, fuori e dentro le 'ndrine, che il "Brasile" indicasse il girone dolente degli spariti: ci finivano quelli sotterrati in mezzo alla campagna o gettati in mare, quelli morti senza un funerale e irreperibili per gli uffici dell'anagrafe. Lo sapevano tutti, fuori e dentro le 'ndrine, che dal "Brasile" nessuno tornava per dire come si stava. Il 6 luglio scorso, alla prima udienza del processo contro i suoi aguzzini,  hanno idealmente spedito "in Brasile" pure Lea Garofalo, la 35enne testimone di giustizia di Petilia di Policastro che l'ex marito Carlo Cosco avrebbe sequestrato e ucciso a Milano con la complicità di Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino, Carmine Venturino, tutti calabresi, tutti legati alla 'ndrangheta, tutti accusati a vario titolo di sequestro, omicidio e distruzione di cadavere.

Anche al netto del cinismo delle difese, è un processo azzoppato e amaro quello in corso di fronte alla Corte d'Assise di Milano. La prima, rovinosa caduta già ai nastri di partenza: Lea Garofalo sarebbe stata torturata e sciolta in 50 litri di acido non per mafia ma "per motivi passionali". I calabresi, si sa - deve aver pensato l'allora presidente Grisolia, accogliendo la richiesta dei difensori di derubricare il capo di imputazione - non gestiscono le emozioni. Per un anno Cosco avrebbe tenuto in caldo un furgone pieno d'acido perché accecato dall'amore tradito per l'ex moglie e dalle liti familiari.  Che Lea avesse raccontato ai  magistrati degli omicidi e dei traffici di droga in cui erano invischiati marito e cognati, un dettaglio evidentemente secondario.  Caduta l'aggravante mafiosa, ecco il secondo boccone amaro: all'imputato "passionale" e indigente (da dichiarazione dei redditi) viene  riconosciuto il patrocinio legale gratuito. Dunque, la parcella del celebre penalista milanese Daniele Sussman Steinberg, scelto da Cosco, sarà pagata dallo Stato italiano. Abbastanza per cominciare a guardare storto la scritta "La legge è uguale per tutti", pensando che per le vittime è forse meno uguale. Denise Garofalo, però, non cede alla sfiducia: la figlia dicottenne di Lea, diventata a sua volta testimone di giustizia, depone contro il padre nel corso di due drammatiche udienze. Un'esperienza emotivamente durissima che la ragazza, assistita dall'avvocato Vincenza Rando, supera stringendo i denti e con piglio sicuro: "Lo sapevo che l'avevano uccisa. Lo sapevo dalla sera stessa. Ma che dovevo fare? Non volevo fare la fine di mia madre".  

Una lezione di coraggio che Denise dovrà ripetere, però. Partito azzoppato e proseguito amaro, infatti, il processo per l'omicidio di Lea Garofalo è finito addirittura azzerato: complice la sostituzione del presidente della Corte d'Assise (Filippo Grisolia è stato nominato capo di gabinetto del neo ministro della Giustizia), le difese hanno chiesto e ottenuto una ripartenza da zero, a sei mesi circa dalla scadenza dei termini di custodia cautelare in carcere per gli imputati. Giurano, dal Tribunale milanese, che sarà fatto di tutto per arrivare alla sentenza prima delle scarcerazioni. Una corsa affannosa per dimostrare che Lea, nella sua lettera disperata al capo dello Stato, non aveva ragione: "Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia…".

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