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Arresto dell'Avv. Rosario Pio Cattafi nell'operazione GOTHA 3

ago 13

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13/08/2012 18:41  RSS

fonte:enricodigiacomo.org

GLI ELEMENTI COMPLESSIVI di RISCONTRO* (Parte I)

1. Le intercettazioni ambientali all’interno dell’Autoparco di Milano.
Le indagini del GICO di Firenze, come già accennato in precedenza, avevano individuato l’autoparco denominato “Notaro Francesco & C” di via Salomone a Milano come sede un’organizzazione facente capo a CUSCUNA’ Salvatore, alias “Turi BUATTA”, dedita essenzialmente al traffico di stupefacenti. Quelle indagini avevano anche accertato che il gruppo facente capo a CUSCUNA’ Salvatore era legato al clan Santapaola attraverso i fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO, titolari della società “BETON CONTER Impianti calcestruzzi”, sito in contrada Iungetto di Catania.
I fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO erano parenti, nella specie cugini, di Nitto SANTAPAOLA.
Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali risultava che vi erano stati frequenti contatti telefonici con utenze in uso alla società BETON CONTER dei fratelli Ercolano ed anche con un’altra società, la AVIMEC srl di SANTAPAOLA Grazia (cfr. informativa GICO Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg.12 – 13). Risultava anche che CUSCUNA’ Salvatore si era recato spesso a Catania; inoltre lo stresso EPAMINONDA Angelo aveva dichiarato che il gruppo di CUSCUNA’ Salvatore faceva capo proprio al gruppo SANTAPAOLA. Le indagini del GICO di Firenze sull’Autoparco, svoltesi nel 1992 circa, si erano estrinsecate anche in importantissime intercettazioni ambientali all’interno del medesimo autoparco.
Si riporteranno di seguito alcune di queste conversazioni ambientali, ovviamente nella parte che riguardano la persona di CATTAFI Rosario.
Si è già detto, in precedenza, come tali conversazioni ambientali siano state ritenute pienamente utilizzabili nei vari gradi di giudizio.
Deve aggiungersi come, in base alla documentazione acquisita in atti, risulti che il Gip di Firenze ne dispose la trascrizione con apposito incidente probatorio, prima ancora, dunque, che l’intero procedimento venisse trasmesso a Milano per competenza (cfr. trascrizioni delle conversazioni, in atti). Sui risultati complessivi di tali intercettazioni, infine, deponeva il capitano D’Andrea Nello, in servizio presso il Gico di Firenze, all’udienza del 18.4.1995 nell’ambito del processo n. 4283/1994 (processo Autoparco) (cfr. verbale di dibattimento, in atti).

In data 11.9.1992, ore 14,43, vi era un colloquio ambientale fra CATTAFI e SALESI Giovanni, uomo di CUSCUNA’, già emerso come suo gregario (all. n. 14, informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996).
Dopo essere entrato nel fabbricato all’interno dell’autoparco, Cattafi chiedeva a Salesi se fosse venuto “Turi Buatta”. I due parlavano di due poliziotti. Infine il Cattafi diceva che il motivo della sua visita era quello di parlare con tale “Emanuele” (Zuppardo). L’argomento proseguiva sull'esecuzione da parte del Gico di Firenze dell’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di Giacomo Riina, chiamato con rispetto “Zu Giacomo Riina”.
I due si dichiaravano contrari alla strategia delle bombe di Riina, riferendosi poi all’omicidio di Giovanni Falcone.
I due, infine, parlavano di Giuseppe Madonia e delle nuove generazioni di picciotti che, a loro dire, volevano bruciare i tempi e fare soldi senza sacrifici. (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 15-16).
In merito, il Tribunale di Messina, sezione misure di prevenzione, affermava in modo molto efficace: “Invero, le conversazioni intercettate a far data dal settembre 1992, evidenziano l’interesse del Cattafl e del suo interlocutore (Salesi Giovanni) per l’attività investigativa del G.I.C.O. di Firenze, per l’avvenuta esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Giacomo Riina (lo “zu Giacomo Riina”, cosi menzionato), per la strategia stragista del Riina (strategia cui si dichiarano contrari), per la persona di Madonia Giuseppe e per le nuove generazioni di picciotti che vogliono bruciare i tempi e fare soldi senza sacrifici ” (int. 11.9.92)”.

In data 16.9.1992, ore 00,55, vi era un altro colloquio ambientale fra CATTAFI, CRESCENTE Ambrogio, CACCAMO Vincenzo (all. n. 15, informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996).
Dal colloquio, peraltro molto lungo, si comprendeva che Cattafi si era rivolto a “Turi Buatta” per ottenere l’autorizzazione a che “Emanuele” (Zuppardo) potesse dare una lezione ad un soggetto nordafricano. Dai riferimenti si evinceva che lo ZUPPARDO era proposto in seno all’organizzazione ad interessarsi di tali problemi.
Il colloquio verteva quindi sulle procedure mafiose afferenti scambi di favori tra i vari partecipi, verosimilmente anche appartenenti a gruppi di diverse estrazione. Cattafi precisava di aver riferito tale sua richiesta al SALESI e che poi avrebbe fatto un regalo allo ZUPPARDO per ringraziarlo del suo intervento. Quindi egli specificava che si trattava di un marocchino che spacciava hashish e che, eventualmente, avrebbe potuto invitarlo presso il suo ufficio per farlo cadere in una trappola, ipotesi questa scartata dal CRESCENTE, in quanto sarebbe potuto rimanere traccia dell’aggressione. Cattafi, nel corso di quella discussione, confidava al Crescente di essere stato mandato in Svizzera perché doveva fare una cortesia a qualcuno che contava (“… tempo fa mi hanno mandato… (incompr.)… tanto in alto che aveva bisogno di una cortesia in Svizzera…”).
Cattafi poi confidava al suo interlocutore di aver avuto sempre in passato la disponibilità di armi, ma che purtroppo due canali di approvvigionamento di cui poteva disporre erano stati bloccati in quanto “… che io in passato ho avuto sempre disponibilità non so… di armi… di arma… pure… è arrivato ad un certo punto che poi sono successe un sacco di cose, per cui ho capito che… i canali che avevo io sono stati bloccati… due canali… gli altri che potevo… dove posso andare… ho capito che c’è un meccanismo… che praticamente… ti danno un’arma… però la terza, quarta volta ti fanno aspettare… perché questi sono sempre fuori… sai come funzionano queste cose…”.
Nel prosieguo due interlocutori parlavano delle rispettive esperienze sul consumo di cocaina.
Cattafi raccontava al Crescente la circostanza in cui si era recato a trovare Epaminonda, insieme al Cuscunà, per la vicenda inerente il casinò (“… perché quando siamo andato a trovare Epaminonda… per il casinò.. io sapevo il fatto…. io avevo la possibilità di entrare all’ufficio fidi a Saint Vincent, siccome io ora… attraverso Turi (ndr: Buatta) fissai un appuntamento, perché dissi: è inutile che gli vado a pestare i piedi… praticamente chiedevo… e ci siamo incontrati… che poi lui quando si pentì disse che io ero l’uomo di Santapaola. Perché? Siccome c’andai con Turi… e pensava che noi gli volevamo fare la “rapa” (ndr: tiro mancino)… ma come, noialtri scusa… appuntamento, mi mandasse a pigliare lui. Ci vedemmo (incompr.) noi altri (incompr.) c’era il fratello di Jimmi Miano”). Cattafi proseguiva formulando negativi apprezzamenti sulla personalità di Epaminonda: “… ora si è pentito… (incompr.) uscire pazzo… guarda, io non lo conoscevo, quando l’ho visto… era vestito di nero, una camicia verde. Il Crescente concordava sulla scarsa dignità di Epaminonda (“…ma si vedeva, sai, una parsona insignificante ecco perché tante volte si perde di prestigio e via di seguito… per mettere uomini per dire a rappresentare…”). Cattafi continuava i suoi appezzamenti negativi su Epaminonda: “Ma quello non era in grado di fare niente, era in grado solamente di… io non lo conoscevo e maledetto il momento che l’ho conosciuto… perchè io ero… sono stato arrestato in Svizzera… dopo tre mesi mi hanno prosciolto in Svizzera…. ad un certo punto… neanche il tempo di fare accertamenti ed interrogatori… si è pentito ‘sto cazzo in brodo…”. Cattafi cercava di smentire che egli si fosse presentato ad Epaminonda come “uomo di Santapaola”, così come aveva dichiarato lo stesso Epaminonda nel corso del suo interrogatorio innazi al PM Di Maggio (“Di Maggio… il PM… non so… questo era il figlio del maresciallo dei carabinieri al mio paese… perciò… (incompr.)… Lui, Di Maggio, non appartiene a… non è uno… cioè, per dire, a questo punto quello ci disse: “mah, per me è uomo di Santapaola… perché, dice, venne con Buatta…”).
Crescente e Cattafi, subito dopo, facevano anche riferimento alle famiglie mafiose dei SANTAPAOLA e dei “CAVADDUZZI”, soprannome quest’ultimo usato per indicare la famiglia Ferrera, alleata dei Santapaola.
Cattafi, subito dopo, abbassando il tono della voce, parlava di una riunione di mafia a cui aveva avuto modo in qualche modo di assistere, tenutasi ad Erice, durante la quale venne deliberato un patto chiamato “accordo delle 5 monete” (“… l’accordo delle 5 monete…io… ma questo fatto a Erice io l’ho visto… quando ho visto le macchine… minchia che scena!…e quando sono usciti dissi… (voce bassa)… vidi chi erano…”). (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 16-21).
In merito, il Tribunale di Messina, sezione Misure di Prevenzione, affermava: “Estremamente interessante, ai fini del presente giudizio, deve poi ritenersi il contenuto delle successive conversazioni oggetto di intercettazione, nel corso delle quali Cattafi ha confidato al suo interlocutore (Crescente Ambrogio) di avere sempre avuto la disponibilità di armi (precisando che i canali di approvvigionamento dei quali disponeva erano stati bloccati e che li aveva individuati dei nuovi); ha apprezzato, con il medesimo interlocutore, le qualità di una partita di cocaina che in quel momento stavano visionando; ha ascoltato un racconto relativo all’omicidio di un appartenente all’organizzazione “che aveva mancato di rispetto ” (dimostrando di ben conoscere esponenti di vertice della criminalità cui il narrante fa riferimento, quali Turi Cappello e Jimmy Miano nonchè le logiche e le modalità d’azione e di reazione dei sodalizi in questione); ha commentato la figura ed il ruolo di Angelo Epaminonda (fornendo un indiscutibile riscontro alle circostanze da quello riferite); ha confermato il suo rapporto con Cuscunà Salvatore, che ha definito “un avvicinato a Santapaola”, cosi dimostrando di essere a conoscenza dell’organigramma di quella famiglia mafiosa; ha raccontato di essersi recato in passato in Svizzera su mandato di “persone tanto in alto”; ha precisato, rivolto al suo interlocutore, che occorre saper bene distinguere, nel trattare argomenti e svolgere attività, tra “cose delicate e cose delicatissime”; ha riferito di una riunione di esponenti di vertice di associazioni criminali; ha partecipato, interloquendo in prima persona, ad una conversazione nel corso della quale sono state evidenziate le modalità di comunicazione dall’esterno con gli elementi apicali dell’associazione che si trovavano in regime di detenzione.”.
Parimenti, il Tribunale di Messina, sezione misure di prevenzione, osservava che il riferimento operato dal Cattafi alla sua disponibilità di accesso a canali di approvvigionamento di armi trovava un significativo riscontro nelle risultanze della nota G.I.C.O. di Firenze del 3.4.96 (acquisita nel procedimento di prevenzione): “Da quella nota si traggono numerose e significative comunicazioni effettuate via telefax dal Cattafi a Battaglia Filippo. Eloquente era il testo del messaggio inviato in data 21.1.1993 dal Cattafi al Battaglia: “avrei bisogno di avere tue notizie perchè impossibilitato sentirti causa ‘tuoi telefoni speciali. Saro Cattafi ” ed altresì quello del messaggio inviato il successivo 14.4.1993: “caro Filippo aspetto ancora informazioni da persone a Roma e tengo in serbo un telefono da regalarti in modo da risolvere il problema del telefono. Un abbraccio Saro” (nota G.I.C.O. Firenze, cit., pag. 70).
Era altresì evidente, atteso il tenore dei suddetti messaggi e l’epoca nella quale risultano inviati (1993), che nessun rilievo può assumere l’avvenuta produzione, a fini difensivi, del verbale di un pignoramento eseguito il 18.12.1986 su richiesta del Cattafi nei confronti del Battaglia e di una ordinanza di assegnazione di somme di denaro in favore del Cattafi del 13.7.1988 (all.5 bis della memoria depositata il 19.7.2000).
Deve ritenersi, piuttosto, che il rapporto tra i due non era occasionale (posto che il Cattafi fa riferimento ad una sua perdurante situazione di “attesa di informazioni”, evidentemente relativa ad una vicenda di comune interesse o per la quale, comunque, il Cattafi si era attivato) ed anzi esige contatti più frequenti che “il problema del telefono” non consentiva e che il Cattafi intendeva risolvere.
Un esame della documentazione sequestrata al Cattafi, e segnatamente dell’agenda telefonica, ha accertato che il predetto aveva annotate le utenze telefoniche di alcuni dirigenti di industrie di armamenti nazionali ed in particolare di tale Ripa Mimmino, addetto alle vendite in una fabbrica di armi, tratto in arresto dalla D.D.A. di Catania nel 1995, coimputato del Battaglia Filippo (il nome reca, accanto, l’indicazione del numero di registro di un procedimento penale e dei nomi dei P.M. procedenti).
L’analisi del traffico telefonico intercorso tra il Cattafi ed il Battaglia, il Cattafi ed il Ripa ed il Battaglia ed il Ripa, ha evidenziato i frequenti contatti tra i detti soggetti ed una stretta successione temporale tra le comunicazioni che inducono ragionevolmente a far concludere per la sussistenza di interessi comuni tra i predetti.
La citata nota del G.I.C.O. di Firenze dà puntuale contezza del risultati della suddetta analisi “incrociata” del traffico telefonico dalla quale, a titolo esemplificativo, pare opportuno trarre i dati relativi alle comunicazioni accertate il 14.11.1991. In quella data, invero, risulta quanto segue: alle ore 13.03 il Cattafi ha contattato l’utenza del Battaglia (per una durata di 75 secondi); alle ore 13.07 ancora il Cattafi ha contattato l’utenza dell’abitazione del Ripa (per 53 secondi ); alle ore 13.20 il Cattafi ha richiamato la medesima utenza (per 159 secondi); alle ore 13.23 sempre il Cattafi ha chiamato l’utenza del Battaglia (per 122 secondi); alle 16.33 il Cattafi ha contattato l’utenza in Roma della Oto Melara, una fabbrica di armamenti (per 247 secondi) ed alle ore 16.39 l’utenza del Battaglia (per 103 secondi) (v. nota G.I.C.O., cit., pag. 79).
Analoghe connessioni temporali sono evidenziate, in particolare, nel periodo che va dal mese di gennaio a quello di settembre dell’anno 1992 e, nel medesimo periodo, si registrano alcuni incontri tra il Cattafi ed il Battaglia, ed in proposito deve rilevarsi come proprio nel settembre 1992 si colloca quella conversazione, oggetto di intercettazione, avvenuta tra il Cattafi e Crescente Ambrogio nei locali dell’autoparco di Milano, sopra menzionata (cfr. decreto del Tribunale di Messina, Misure di Prevenzione, in atti).
Inoltre, deve osservarsi come, sempre con riferimento al traffico di armi operato dal Cattafi, l’informativa del GICO aggiungeva:
“Rilevante fonte di prova può essere considerata l’annotazione rilevabile in un’agenda del Cattafi in corrispondenza del giorno 30.11.1992: “BATTAGLIA X ELICOTTERI” (all n. 257). In effetti in tale giorno il Cattafi compiva il suindicato viaggio da Milano a Roma. Il giorno seguente (1.12.1992) contattava più volte l’utenza del Battaglia (all. 258). La circostanza è tanto più evidente se si considera che il Cattafi ha poi tentato di mistificare puerilmente tale appunto aggiungendo successivamente la parola “modellini”; ciò si evince perché tale parola è stata scritta con penna di colore diverso, così come la cerchiatura tra la parola “elicotteri” e “modellini” (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 133).
La conversazione appena riportata, oltre a costituire uno straordinario riscontro alle dichiarazioni di Angelo EPAMINONDA (cfr. dichiarazioni dello stesso) e di tutti quei collaboratori che hanno ricordato come il CATTAFI si occupasse di traffico di armi, offre una conferma anche alle dichiarazioni di MARIANI Franco, laddove costui aveva dichiarato che era stato lo stesso CATTAFI a raccontargli di aver presenziato ad un convegno ove erano intervenuti gli esponenti di cinque mafie, quella siciliana, americana, sud-americana, marsigliese e cinese.

In data 21.9.1992, ore 14,05, vi era un nuovo colloquio ambientale fra CATTAFI, Salesi Giovanni, Giuffrida Andrea, Spinale Pietro e Zuppardo Emanuele, sempre nei locali dell’autoparco.
Cattafi parlava inizialmente dell’avv. Giuseppe Cucinotta. Costui era un legale di origine messinese che viveva Milano e che, sfruttando la sua veste di legale, aveva il compito di recapitare messaggi fra i componenti dell’organizzazione reclusi e quelli in libertà. Per tali motivi, anche il Cucinotta era stato dapprima indagato e poi imputato nel processo Autoparco con l’accusa di essere egli stesso partecipe all’associazione mafiosa dell’autoparco.
Traendo spunto da un commento su tale avvocato, Cattafi riferiva che anche tale legale, come lui, era di Messina; egli, per la precisione, era originario di Barcellona Pozzo di Gotto.
Successivamente Cattafi, nell’ambito di quella lunga conversazione, compiva un preciso riferimento all’omicidio di Carmelo “RAIA”, ossia COPPOLINO Carmelo.
Va precisato che il GICO di Firenze, che in quel momento stava svolgendo le indagini sull’autoparco di Milano, in sede di trascrizione della relativa intercettazione ambientale, scriveva testualmente: “…Carmelo (sembra dica “Plaia”)”, dunque ammettendo come fosse possibile anche una diversa interpretazione.
Tale assunto veniva confermato anche in sede di stesura della successiva informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, laddove a pg. 21 si diceva: “Gli interlocutori fanno quindi riferimento all’omicidio di tale Carmelo Plaia (così perlomeno sembra di poter decifrare)”.
In effetti il soggetto è da identificarsi in Carmelo “RAIA”, ossia COPPOLINO Carmelo, il cui omicidio è stato trattato ampiamente nell’ambito del processo “Mare Nostrum”; tale personaggio, inoltre, è stato menzionato da CHIOFALO Giuseppe nel corso delle sue dichiarazioni sul conto di Cattafi Rosario.
Il Cattafi, nell’ambito di quella conversazione, si mostrava prodigo di particolari su quell’omicidio: facendo riferimento alla compagine mafiosa barcellonese facente capo a “Pino o Scecco”, riferiva come il malcapitato fosse stato prelevato da una squadra composta da 10 – 15 persone. Aggiungeva che anch’egli si trovava lì “fuori” con la macchina per aspettare e che vi erano a disposizione diversi appartamenti, tra cui uno a suo disposizione “se tutto andava bene”. (“Carmelo PLAIA. Claudio?! Non è quello, hai capito, perché c’era un certo Pino O’ SCECCO là. Questo qua era uno che si faceva (incompr.) se lo caricarono, scesero una squadra di 10-15 cristiani (incompr.), così, senza (incompr.). io allora ero fuori con la macchina per aspettare (incompr.) che siccome fino a Messina (incompr., sottovoce)… un appuntamento (incompr.), che poi hanno di più. Però ho fatto un favore… Ma c’erano diversi appartamenti. Un appartamento ce lo avevo a disposizione io, se tutto andava bene (incompr.).
Cattafi, poco dopo, precisava anche i dettagli di un altro omicidio, ossia quello di Girolamo “Mommo” PETRETTA.
Erano gli stessi particolari forniti dal Cattafi che consentivano di individuare tale fatto di sangue proprio in quello di PETRETTA Girolamo, dal momento che costui, così come riferito dal Cattafi (“…lo misero nel bagagliaio, dettero fuoco che poi lui era ancora vivo…”), fu effettivamente prima rinchiuso in un bagagliaio e poi bruciato vivo.
Il fatto che il Cattafi si riferisse in quella circostanza proprio all’omicidio Petretta è stato del resto confermato dallo stesso, nell’ambito di un successivo verbale di s.i.t. del 28.10.1993: in quella sede, dopo che gli era stato chiesto il senso ed il significato delle affermazioni rese nel corso di quelle conversazioni svoltesi all’interno dell’Autoparco ed oggetto di intercettazione ambientale, egli ammetteva di riferirsi proprio all’omicidio di Girolamo Petretta.
Nel corso di tale conversazione ambientale, come sarà meglio specificato in seguito, egli riferiva tutta una serie di dettagli su quel fatto di sangue (“…lo misero nel bagagliaio, dettero fuoco che poi lui era ancora vivo…”) che in quella data, ossia nel settembre 1992, non potevano essere conosciuti se non dai diretti interessati, trattandosi di un classico caso di “lupara bianca”. Quei particolari, come si vedrà, sarebbero stati rivelati dai collaboratori soltanto dopo il 1992.
Il Cattafi, in particolare, riferiva: “… si piglia a questo PINO O’ SCECCO, il quale Pino O’ SCECCO lo chiama “vossia”, vede e si informa (incompr.) arresti domiciliari. Mi deve dare altre cose, camurrie, lui; invece di dirgli provateci (incompr.) e poi invece ci dice: “non ti devi permettere di qua, là (incompr.) e basta e finì là. Dopodichè passano un 15 giorni e questo (incompr.) va a prenderlo (incompr.). Per un po’ di filo so scannati, e a quello (incompr.) ci andò Pino O’ SCECCO, CARMEL, NATALE (incompr.) e lo pigliarono (fischio breve avente il significato di “fare fuori”), lo (incompr.), lo mettono nel portabagaglio, dettero fuoco che poi lui era ancora vivo (incompr.) che però non apparteneva a lui…
Cattafi, ancora, addebitava a “Pino o Scecco” la responsabilità di una guerra scoppiata a Barcellona fra fazioni avverse: è evidente il riferimento alla ben nota guerra di mafia scatenatasi nei primi anni ’90 fra barcellonesi e seguaci di Pino Chiofalo, detto “Pinu u Sceccu”: “… perché questa cosa la raccontava, capisci? Prima lo SCECCO – che il nome stesso che è SCECCO – prima si è nascosto, poi visto quello (incompr.) capisci? (incompr.) incominciò a calare, a calare (incompr.) che non c’entrava niente, dice che erano personaggi che non avevano mai. Chi aspettava una cosa del genere quindi (incompr.)… e scoppiò la guerra. Hai capito? A causa sua è scoppiata questa guerra, ma è strano perché lui era un uomo molto…
Cattafi addebitava a “Pino o Scecco” anche l’omicidio di un suo amico, tale “Ciccino” o “GIGGINO”, definito “cugino del governatore CUOMO”: è evidente il riferimento all’omicidio di GITTO Francesco, uomo di affari ed imprenditore barcellonese, lontano parente del governatore di New York, Mario CUOMO.
Anche in questo caso, in ogni caso, il Cattafi, nel successivo verbale di s.i.t. del 28.10.1993, confermava che, in quella sede, si riferiva proprio all’omicidio di GITTO Francesco.
Il Cattafi riferiva: “… hanno capito che lui non aveva nessuno, videro che non c’è nessuno vicino (incompr.) dice: “questo è tuo”. Poi quando hanno visto che non succedeva niente, non succedeva niente perché? Perché nessuno sapeva, capisci? Queste cose sono nel giro di un mese e mezzo, nessuno ha potuto capire. Poi io e la buonanima di GIGGINO (o CICCINO) quando (incompr.), ma perché ci sono arrivato con la testa, capisci? Perché non c’erano altri (incompr.), ma non si sapeva niente, niente di niente. E poi scoppiò una guerra. Ci furono morti. Ancora oggi ne ammazzano sempre dalla parte dello SCECCO. Pino O’ SCECCO prese e ammazzò un amico mio GIGGINO (o CICCINO). Il cugino del governatore CUOMO… non c’entrava niente…”.
Cattafi continuava a raccontare le imprese dello “SCECCO”: “… E nonostante questo, pensa che poi c’erano i cugini nomadi della (incompr.), no? Pino O’ SCECCO diceva: “ammazza a quello, ammazza a quello”. Come nome non ci fu mai (incompr.) perché beccarli (incompr.). Io se (incompr.) – in modo che io vado tranquillo e poi mi staccano la testa – per precauzione, quando scendevo, scendevo (incompr.)… Lui non si è mai capito, la moglie arrestata, ma più asino di lui (incompr.)… … FERRARA morì (incompr.) mi pare che (incompr.) boss (incompr.) AGRIGENTO. E poi prese il suo posto Pino O’ SCECCO … …
Cattafi, da ultimo, specificava di aver potuto avere informazioni sulle strategie della fazione avversa, capeggiata proprio da “Pino o Scecco”, perché un esponente di tale gruppo venne convinto al tradimento ed inglobato nelle file della cosca del Cattafi. Dopo un breve excursus su altre vicende connesse (“… certe volte c’è gente che non si capisce com’è, come può cadere in certe cose così stupide. Di soldi ne ha tanti … ma se a Barcellona vivono (incompr.) fino a Barcellona arrivano, lupara bianca – o ero dall’ottanta – morì nel 1986, che io ero ancora carcerato. No carcerato, ero uscito nell’85 agli arresti domiciliari (incompr.)… … “), Cattafi affermava: “… noi altri lo abbiamo saputo perché il (sembra dica “Ratto”) passò dall’altra parte e venne da questo lato, no!…E raccontò a tutti quanti… e abbiamo saputo questi particolari…”: appare evidente dunque come Cattafi, con tali parole, riconoscesse implicitamente di essere parte integrante del gruppo “Barcellonese”, contrapposto a quello di “Pino U’ Sceccu”.
Cattafi aggiungeva: “E poi quando dovettero ammazzare Giggino, invece, pigliarono in Calabria a Pellaro, fecero una riunione che c’erano tutti i capi… e due ci fecero….ma io ti dico, Giovanni (riferendosi al Salesi)… ma io questa fortuna…e c’era sai chi, c’era Gim, il ricottaro… allora non lo faceva e suo fratello Tonino…gli strapparono gli occhi… ti posso dire che all’epoca… lui ancora lavorava a Barcellona e a Taormina… vende coca, vende coca…”. (cfr. informativa Gico Firenze n. 109/UG del 3.4.1996, pg. 21 e segg).
In merito, il Tribunale di Messina, Sezione Misure di Prevenzione, affermava:
“Altrettanto significativo appare il contenuto della conversazione intercettata in data 21.9.92: nell’occasione il Cattafi ha rivelato alcuni particolari di un omicidio, ha menzionato l’organizzazione di tipo mafioso operante in Barcellona P.G., ha riferito della sua partecipazione ad un’attività delittuosa per la cui esecuzione furono impegnate numerose persone (ha precisato che anch’egli si trovava “fuori” ad aspettare e che “se tutto andava bene” erano a disposizione alcuni appartamenti); ha attribuito a tale “Pino, u sceccu” (identificato in Chiofalo Giuseppe, ritenuto come dato desumere dal decreto che dispone il giudizio n.606/93 r.g.n.r. in atti promotore c capo di un gruppo criminale di stampo mafioso contrapposto al c.d. gruppo barcellonese) la responsabilità dell’esplosione in Barcellona P.G. di un conflitto cruento tra i suddetti gruppi ed ha dichiarato il suo inserimento nel gruppo avverso a quello del citato “Pino u sceccu”. Al riguardo le affermazioni del Cattafi sono estremamente eloquenti: egli ha raccontato, invero, di avere acquisito informazioni sulle strategie criminali del gruppo facente capo al Chiofalo grazie ad un appartenente al detto gruppo, il quale, indotto al tradimento, ebbe a transitare nel gruppo avverso, cui il Cattafi ha dichiarato di appartenere; il prevenuto, infatti, ha testualmente affermato “noi … noialtri lo abbiamo saputo perchè il … (ratto?) passò dall’altra parte e venne da questo lato, no. E raccontò a tutti quanti… e abbiamo saputo questi particolari”, ed ha proseguito riferendo circostanze ed eventi che denotano una conoscenza piena e diretta della composizione dei gruppi criminosi, della contrapposizione c delle dinamiche d’azione degli stessi nonchè di specifici eventi delittuosi in quel contesto maturati.
Certamente sintomatica della negativa personalità del proposto deve ritenersi un’altra circostanza emersa nel corso del citato servizio di intercettazione ambientale, relativa ad una azione criminosa di aggressione o di danneggiamento da compiere nei confronti di una persona non identificata tuttavia da ritenersi di un certo spessore, al punto che gli interlocutori convenivano sull’opportunità di colpire l’avversario in modo diverso perchè “L’unica cosa che … per farlo sentire male ~ quello … toccargli i denari” (intercett. 16.9.92, h. 00.55).
L’azione suddetta risulta determinata da una questione che appare di diretto interesse del Cattafi: gli interlocutori (Cattafi e Crescente) hanno fatto riferimento ad una “lezione da dare” ed a “zio Turi ” (Cuscunà Salvatore) quale soggetto che aveva provveduto ad individuare Zuppardo Emanuele come esecutore materiale (lo Zuppardo sarà poi trovato in possesso, nel corso di una perquisizione eseguita dai militari del G.I.C.O., di una pistola dotata di silenziatore)” (cfr. decreto del Tribunale, Sezione misura di Prevenzione, in atti).
Da notare infine che sempre quel Tribunale osservava: “Il medesimo giudice ha dato atto che il Cuscunà, con sentenza passata in giudicato, è stato riconosciuto appartenente alla famiglia mafiosa del Santapaola…”.
Il tenore complessivo di tale lunga conversazione costituisce, dunque, un fortissimo riscontro alla dichiarazioni dei collaboratori circa l’organicità del CATTAFI all’organizzazione barcellonese.

Gli interrogatori di Cattafi.
L’odierno indagato, nel corso degli anni, ha sostenuto numerosi interrogatori nell’ambito dei quali ha sempre cercato di giustificare la sua posizione.
CATTAFI veniva interrogato nell’ambito del procedimento penale n.1187/1992 RGNR;
sentito da ufficiali del GI.CO., nell’interrogatorio del 13.5.1993, egli riferiva di conoscere SALESI Giovanni solo perché era solito lasciare la propria autovettura ed una sua moto presso l’autoparco di via Salomone, specie quando partiva con l’aereo alla volta della Sicilia.
In un successivo interrogatorio reso al P.M. di Firenze, dopo il suo arresto, nell’ambito del procedimento “Autoparco”, egli, sempre a proposito dei rapporti con il SALESI, affermava: “… prendo atto che lei mi fa rilevare che le intercettazioni telefoniche ed ambientali farebbero pensare ad una mia integrazione nel sodalizio gravitante nell’Autoparco. Dico subito che i miei rapporti con CRESCENTE Ambrogio, ZUPPARDO Emanuele, CACCAMO Vincenzo… erano in realtà delle millanterie che mi servivano ad accreditarmi ai loro occhi come persona del giro, in maniera da scongiurare eventuali azioni aggressive nei miei confronti…”.
Il Tribunale di Messina, Sezione Misure di Prevenzione, con riferimento a questo tipo di giustificazione, affermava in proposito: “Condividendo le conclusioni cui già era pervenuto altro organo giudicante (segnatamente il Tribunale di Milano con la sentenza 30.1.1996, cit.), deve ritenersi l’inverosimiglianza dell’assunto difensivo che definisce appunto “millanterie” (in particolare volte ad accreditarsi come “persona del giro in maniera da scongiurare eventuali azioni aggressive” nei suoi confronti) le dichiarazioni del Cattafi oggetto di intercettazione ambientale presso i locali dell’autoparco del Salesi (int. al PM della DDA di Firenze, v. nota GICO, cit.). Dati di esperienza processuale consentono, piuttosto, di affermare che in un contesto associativo di tipo mafioso è impensabile che un soggetto possa reiteratamente proporsi, peraltro con diversi interlocutori (anche di elevato spessore criminale) ed in differenti contesti, come persona “vicina” ad un esponente di vertice di Cosa Nostra (segnatamente Santapaola Benedetto), riferendo di specifiche attività delittuose realizzate per conto e nell’interesse di questi, in assenza di eventi di riscontro e senza incorrere in alcuna reazione da parte dell’associazione.”

Gli omicidi “menzionati” da Cattafi nella conversazione ambientale del 21.9.2002.
Il Cattafi, come si è visto, nella conversazione ambientale del 21.9.2002 sopra riportata, faceva riferimento ad alcuni fatti di sangue commessi durante la guerra intercorsa fra Barcellonesi ed il famigerato Pino “U Sceccu”, ossia CHIOFALO Giuseppe.

Gli specifici riferimenti operati dal Cattafi, durante le sue conversazioni all’interno dell’Autoparco di Milano, hanno permesso di individuare tali fatti di sangue, come si è visto, negli omicidi commessi rispettivamente in danno di Girolamo “Mommo” PETRETTA, legato ed imbavagliato all’interno del cofano di un’autovettura e successivamente bruciato; in danno di COPPOLINO Carmelo, detto “Raia”; in danno di GITTO Francesco, effettivamente risultato parente del governatore Cuomo di New York.
Il riferimento a tali omicidi (almeno a quelli di Petretta e Gitto), del resto, veniva compiuto dallo stesso Cattafi nell’ambito del suo verbale di s.i.t. del 28.10.1993, laddove gli veniva chiesto il senso ed il significato delle affermazioni rese nel corso di quelle conversazioni svoltesi all’interno dell’Autoparco ed oggetto di intercettazione ambientale.
Il Cattafi, nell’ambito del suddetto verbale, laddove gli veniva chiesto il senso ed il significato delle affermazioni rese nel corso di quelle conversazioni ambientali, infatti, riferiva di essere venuto a conoscenza di quei particolari così precisi da notizie giornalistiche, dall’ambiente di Barcellona e addirittura dalle stesse Forze dell’Ordine, con cui intratteneva rapporti confidenziali.
Ciò non è affatto verosimile, dal momento che fino al settembre 1992 nulla si sapeva della fine di “Mommo” Petretta, il quale era semplicemente uno “scomparso”, ossia uno dei tanti casi di “lupara bianca”.
Infatti, già la c.d. Sentenza “Rossi” del 20.10.1990, emessa a carico del clan Chiofalo quando costui non aveva ancora iniziato in alcun modo la sua collaborazione, aveva dato atto della semplice “scomparsa” del Petretta ed addirittura aveva affermato che non si poteva neanche stabilire con certezza se costui fosse stato ucciso o si fosse allontanato volontariamente dal territorio (cfr. sentenza c.d. “Rossi”, in atti).
I particolari di quella esecuzione (si ripete, il Petretta legato ed imbavagliato all’interno del cofano di un’autovettura e successivamente bruciato) vennero alla luce soltanto dopo il 1992, grazie al contributo dei collaboratori.
I collaboratori che resero dichiarazioni in merito, fornendo i particolari specifici della fine del Petretta, furono CHIOFALO, GULLI’, CIPRIANO e GALATI GIORDANO Orlando.
Ciascuno di questi manifestò la volontà di collaborare, senza ancora iniziare a rendere dichiarazioni, in epoca sicuramente successiva al 1992, quando, comunque, tutti erano già detenuti da tempo: precisamente, il CHIOFALO manifestò la volontà di collaborare nel settembre 1994; GULLI’ Domenico nel novembre 1994; CIPRIANO Giuseppe nel giugno 1994; GALATI GIORDANO Orlando non prima dell’aprile 1993 (cfr. verbali di assunzione degli impegni, in atti).
Appare dunque del tutto inverosimile che il Cattafi abbia potuto trarre le sue conoscenze, così come pure ha affermato, da “notizie giornalistiche”, dal momento che in quel periodo nulla si sapeva in ordine alla fine del Petretta, se non che costui era “scomparso”.
Analoga osservazione deve farsi con riferimento alle sue affermazioni circa non meglio specificati ed improbabili rapporti con le Forze dell’Ordine e le conseguenti confidenze ricevute dalle stesse.
La verità è che il Cattafi era a conoscenza di notizie così precise e specifiche sulla fine di Mommo Petretta proprio perché egli del tutto “organico” a certi ambienti, gli unici, in quel periodo, ad essere depositari dei macabri particolari sulla fine del Petretta.
Né si deve dimenticare che DE GIORGI Giovanni, in tempi non sospetti, ebbe a riferire che il CATTAFI conosceva bene tale soggetto, infatti proprio il CATTAFI gli “…presentò anche tale MOMMO PETRETTA da Barcellona P.G., che trattava con grande deferenza; lo stesso venne diverse volte in Milano, in compagnia del CATTAFI, e che vidi personalmente un paio di volte. … …”.
Inoltre, come già visto, è stato lo stesso CATTAFI ad ammettere di aver conosciuto personalmente Mommo PETRETTA, così come riportato nell’ordinanza del G.I. di Milano, nell’ambito del procedimento penale a carico di Abbatista Michele + altri. In quella sede il G.I., in ordine rapporti intercorrenti fra “Turi Buatta”, Saro CATTAFI ed EPAMINONDA Angelo, riportava la deposizione rilasciata dal teste Saro CATTAFI e scriveva: “Inoltre, quanto ai rapporti fra Turi Buatta, tale Saro ed Epaminonda con riferimento all’attività di cambio assegni al casinò di Saint Vincent, proprio l’interessato, ossia Saro Cattafi, sentito ex art. 348 bis cpp, riferisce al PM il 22.12.1984, a perfetto riscontro di quanto dichiarato dal Tebano: “Presi così contatto con un catanese operante a Milano, tale Turi Buatta, che dall’ufficio apprendo chiamarsi Salvatore Cuscunà”. Costui mi era stato presentato in Sicilia o a Milano, non ne conservo precisa memoria, da Mommo PEDRETTA. Non so cosa Buatta faccia esattamente; mi pare sia interessato in un’azienda di autotrasporti. So che Buatta ha relazioni nel mondo della malavita e, anche se non sono in grado di indicare fatti, situazione e personaggi particolari, mi era noto che lo stesso poteva arrivare dovunque e presso chiunque. PEDRETTA, le volte che veniva a Milano, passava a salutare e comunque si incontrava con Buatta… … Chiesi dunque a Buatta se avesse interesse a favorirmi nel senso dianzi precisato ma egli declinò l’invito, segnalandomi che il settore del gioco non gli era congeniale. Chiesi allora se mi poteva mettere in contatto con qualche altro personaggio. Appresi proprio da Buatta che un’autorità nel settore del gioco d’azzardo era Angelo EPAMINONDA, gestore di bische e di casinò, uno comunque con le mani in pasta. Pregai Buatta di procurami un appuntamento con EPAMINONDA ed egli mi riferì che era difficile rintracciarlo… … Dopo qualche tempo, seppi da costui che avremmo potuto incontrare l’EPAMINONDA. … Buatta mi condusse in un caseggiato popolare nella zona del Naviglio… All’interno trovai e mi fu presentato l’EPAMINONDA… Spiegai dunque ad EPAMINONDA quale era il mio problema ed appresi che egli non era interessato assolutamente alla cosa, anche perché quando avesse voluto entrare al casinò, lo avrebbe fatto di forza e senza alcun problema…” (cfr. ordinanza cautelare a carico di Abbatista Michele + altri, in atti, pagg. 62 – 63).
Si riportano di seguito le dinamiche essenziali degli omicidi PETRETTA, COPPOLINO e GITTO-LAVORINO, così come risultano dalle dichiarazioni dei collaboratori ed accertate nell’ambito del processo “Mare Nostrum”, primo e secondo grado, svoltosi innanzi la Corte di Assise di Messina.

Omicidio PETRETTA Girolamo, commesso il 28.11.1986
Girolamo Petretta scomparve nel pomeriggio del 28 novembre 1986 (la denuncia fu presentata dalla moglie in data 30 novembre 1986): di lui si persero le tracce e non venne più ritrovato. Infatti, come si è già detto, anche nella sentenza c.d. “Rossi” dell’ottobre 1990, si diede atto della “sparizione” del Petretta, senza che si potesse provare in alcun modo la sua effettiva eliminazione fisica.

Quello fu il primo omicidio della Banda Chiofalo e precedette di pochi mesi quelli di RUGOLO Francesco, avvenuto il 26.2.1987 e di IANNELLO Franco Emilio, avvenuto il 30.3.1987 (Petretta, Rugolo e Iannello furono in effetti i primi tre omicidi ascrivibili al clan “Chiofalo”).
La scomparsa si collocava temporalmente molto vicino al rientro, nell’ottobre 1986, di Chiofalo a Terme Vigliatore, in regime di arresti ai domiciliari presso la casa della sorella Maria Pia.
La causale dell’omicidio era da ricercarsi nel fatto che Petretta aveva rapporti con i Catanesi, addirittura ne era “succube”; gestiva il rapporto fra le imprese catanesi impegnate nel raddoppio della linea ferroviaria Messina-Palermo, in particolare la IRA Costruzioni, e le imprese locali e ne riscuoteva il denaro a titolo di estorsione; il suo modus operandi era in aperto contrasto con il progetto di Chiofalo di creare un “consorzio locale” di imprese dell’area barcellonese in grado di aggiudicarsi tutte le commesse locali, tenendo fuori le imprese che venivano da altre province; egli, inoltre, aveva rapporti con Rugolo e Iannello, così come emergeva dalle stesse dichiarazioni in dibattimento della moglie e della figlia.
L’agguato fu organizzato all’interno del cantiere dei fratelli BENENATI, presso cui il Petretta si recava periodicamente per riscuotere delle somme di denaro che riceveva per delle forniture di calcestruzzo che dirottava dai cantieri IRA in favore dei cantieri Benenati: si trattava, in sostanza, di una sorta di truffa che egli perpetrava ai danni dell’IRA costruzioni in favore dei Benenati, con i quali spartiva i guadagni.
Secondo il racconto di CHIOFALO e degli altri collaboratori, Benenati Francesco, tramite un suo ragioniere, diede appuntamento al Petretta presso il suo cantiere di sera, quando ormai gli operai erano già andati via, con la scusa di dargli il denaro. Fu teso un tranello al Petretta, nel senso che mentre costui era intento a parlare con Benenati, dentro una stanza all’interno del cantiere, entrarono Galati Giordano Orlando, il fratello Galati Giordano Calogero, il cognato Conti Taguali Sebastiano, detto “u maruchhinu”, Bivacqua Nicolò e Aspa Giovanni. Petretta fu imbavagliato, legato e sbattuto dentro il cofano della macchina di Bivacqua Nicolò e portato nel torrente di Mazzarà. Qui venne aperto il cofano, Petretta era ancora vivo, implorò aiuto, ma fu sparato prima da Natale Gambino e poi dal Bivacqua, che diede il colpo di grazia.
Il Benenati, invece di far sparire il cadavere nel torrente, optò per bruciare il cadavere e collocò il corpo “in dei copertoni di trattori” e vi diede fuoco, dentro il suo cantiere. Dal momento che era sorvegliato speciale e non poteva gestire il fuoco per tutta la notte, diede incarico al cognato Giorgianni Antonino e Tramontana Domenico, i quali provvidero in tal senso. Dal cadavere di Petretta furono prelevati circa 10 milioni in contanti, una pistola di piccolo calibro, un orologio d’oro ed un anello con tre brillanti, che furono spartiti fra gli esecutori.
GALATI GIORDANO Orlando, GULLI’, CIPRIANO confermavano sostanzialmente la ricostruzione di Chiofalo, salvo il Galati Giordano Orlando che escludeva nettamente la presenza all’omicidio del fratello GALATI GIORDANO Calogero, del quale negava anche l’affiliazione allo stesso clan Chiofalo. La discordanza fra i due dava adito ad un aspro confronto tra i due collaboratori (Chiofalo e Galati Giordano Orlando).
(cfr. sentenza di primo grado “Mare Nostrum”, pg. 561- 615).
Si riportano le dichiarazioni dibattimentali di CHIOFALO Giuseppe:

CAUSALE:
CHIOFALO G.: …insieme ragionammo invece per la eliminazione di PETRETTA. L’eliminazione di PETRETTA… io, GAMBINO NATALE, FRANCESCO COPPOLINO, PAGANO FRANCESCO mi sembra pure che c’era presente, queste persone qua più o meno eravamo.. ma prima di passare anche all’eliminazione dello stesso PETRETTA io volli sentirlo il PETRETTA. .. E così inviai da lui il mio affiliato SANO’ LUIGI e dissi, invitai il PETRETTA di venirmi a trovare, anche perché volevo salutarlo, giacché io non potevo uscire..…il giorno successivo è venuto… a casa mia, dove io ero agli arresti domiciliari. Ci siamo appartati nel salotto di casa mia, venne e quindi per subito mi spiegò di non muovermi, nel senso che la zona era satura di palermitani e catanesi, che lui comunque gestiva quella situazione e che era disposto a dividere con me i suoi proventi, purché io nulla facessi contro queste persone. Capii che i nostri dialoghi erano realmente su linee opposte, capii che di fatto quanto diceva GAMBINO NATALE, di cui non avevo dubbi fra l’altro, e BENENATI FRANCESCO era indiscutibile, il PETRETTA andava rimosso. Mi ricordo che nella circostanza mi diede un milione come segno di omaggio che ero tornato a casa, e io li accettai indifferentemente. Ci salutammo e se ne andò.

MANDANTI:
..all’eliminazione del PETRETTA presente ero io, COPPOLINO CARMELO, PAGANO FRANCESCO, per quello che ricordo in questo momento GAMBINO NATALE e BENENATI FRANCESCO.. sì, MILONE CARMELO veniva informato di questa situazione, all’epoca ricordo attraverso MAZZEO GIUSEPPE nei colloquio che gli faceva sia dei colloqui personali e poi attraverso la moglie che gli portava queste ambasciate…

IDEAZIONE:
…Voglio dire quando noi abbiamo deciso di uccidere PETRETTA, per tutte le persone PETRETTA era imprendibile, perché PETRETTA viveva in una casa blindata con telecamere e tutto quanto. Se PETRETTA camminava per la strada e la moglie lo fermava, PETRETTA non si fermava. Però come tutte le cose nella vita, che la vita ci insegna, la strada ci insegna, la maestra di tutto e di tutti, secondo me, PETRETTA aveva un punto debole. Io un attimo fa, signor Pubblico Ministero e signor Presidente, dichiarai che del cemento in nero usciva dalle ditte e veniva… dalle ditte mi riferisco dai camion che dovevano essere scaricati dalla ditta GRACI o COSTANZO, con la complicità di PETRETTA, con la complicità dell’Ingegnere GORI, di MACCHERONE e quant’altri, veniva così depistato e scaricato in nero in dei cantieri. E questo ha ucciso PETRETTA.
……sì. Noi sapevamo che PETRETTA GIROLAMO scaricava del cemento nel nostro cantiere BENENATI e che quindi un certo giorno lui passava a riscuotere. Però PETRETTA passava a riscuotere in un orario dove c’erano sia impiegati, perché c’erano degli impiegati dentro e c’erano degli operai dentro. Il cantiere era quello vicino PORTO ROSA, perché lì c’era il silos, mentre l’estrazione del greto, della sabbia, era nel torrente di MAZZARA’ SANT’ANDREA. Allora che cosa si è escogitato? Che quando, il giorno in cui PETRETTA andava a riscuotere i soldi BENENATI non si faceva trovare, si faceva trovare il ragioniere nostro nel cantiere di BENENATI, che era a conoscenza e complice della situazione, e si inventava una situazione, e così andò, e si inventava una situazione dicendo che all’improvviso BENENATI si è dovuto recare in tal posto e che BENENATI l’aveva incaricato di riferirgli di passare a tale ora perché i soldi erano pronti. Quella tale ora era alla chiusura del cantiere quando nel cantiere non c’era più nessuno. Quindi il PETRETTA si recò a quella tale ora per prendersi i soldi e in quella tale ora trovò la sorpresa che lo uccise.

ESECUZIONE ED ESECUTORI:
..le modalità sono state semplici. Abbiamo demandato l’incarico a, glielo dico subito. Dopo aver pianificato il piano si doveva solo stabilire chi doveva eseguirlo. Le persone che lo hanno eseguito sono stati GALATI GIORDANO ORLANDO, GALATI GIORDANO CALOGERO, il cognato di questi CONTI TAGUALI SEBASTIANO detto U MARUCCHINU, BIVACQUA NICOLO’ e ASPA GIOVANNI. Quindi fatto questo commando, dal momento in cui si stabilì che quel giorno doveva andare a prendere i soldi nel cantiere si è fatto trovare a quella ora specifica BENENATI e GAMBINO NATALE. Mentre BENENATI, GAMBINO NATALE e PETRETTA erano nell’ufficio del silos del cantiere entrarono che si erano appostati di rimpetto a questo cantiere che c’era una casa, diciamo, un po’ diroccata quindi c’erano delle macerie, con una pianta di gelso ricordo, erano appostati in quel posto, fecero irruzione come per fargli una rapina. Quindi non era una rapina, era l’omicidio e di conseguenza lo imbavagliarono, lo legarono con un filo di ferro, l’hanno messo nella macchina di BIVACQUA NICOLO’, lo trasportarono… nei particolari mi ricordo che mi raccontarono, mi parteciparono più che mi raccontarono, perché a volte si confonde questa frase, a me non mi raccontavano, gli era doveroso parteciparmi, è diverso. Quindi gli hanno sbattuto il cofano della macchina sulla testa, lo hanno tramortito nel cofano e lo portarono nell’altro impianto che era diciamo nel torrente nel greto di MAZZARA’ SANT’ANDREA, più vicino a MAZZARA’ che a VIGLIATORE. E lì è stato aperto il cofano, lui invocò non so, invocò aiuto, voleva essere… comunque NATALE GAMBINO gli sparò il primo colpo e BIVACQUA NICOLA lo finì. E così si era optato per farlo scomparire.

OCCULTAMENTO DEL CADAVERE:
..Stavo dicendo questo; che dopo di questa situazione così mi è partecipato un po’ di tutti, ma di BIVACQUA NICOLO’, GAMBINO NATALE, BENENATI e quant’altri. Quindi è successo che arrivati nel greto è stato ucciso PETRETTA. I miei ordini erano quelli, a BENENATI, di occultare il cadavere, perciò si era portato nel greto di MAZZARA’. Ma il BENENATI mi presentò delle giustificazioni che io tutto sommato ho condiviso, e in quelle giustificazioni albergava quanto. Lui disse “non me la sono sentita di occultare il cadavere per due specifici motivi. Primo perché era sufficiente che scendesse una piena e in qualche modo poteva venire fuori il cadavere. Secondo perché tutti i presenti sapevamo dov’era il luogo dell’ubicazione dello stesso. Quindi lui in piena autonomia, che ne aveva autonomia, voglio dire, li dove io non ero presente, perché vigeva questa regola che i responsabili li dove io non ero presente e c’era un’emergenza comunque avevano facoltà di prendere una decisione. E lui così decise. Mandò via tutti i presenti. GAMBINO NATALE andò via col suo camion, GALATI GIORDANO ORLANDO e ASPA GIOVANNI andarono via con la macchina del PETRETTA e con la macchina stessa di GALATI GIORDANO ORLANDO, in quanto si recarono in zona di CATANIA per far scomparire presso un carrozziere, così mi riferirono, a loro volta complice perché sa (incomprensibile) e hanno fatto scomparire la macchina del PETRETTA e quindi una volta fatto questo tornarono indietro con la macchina di GALATI GIORDANO ORLANDO. SEBASTIANO come si chiama… CONTI TAGUALI SEBASTIANO insieme al cognato GALATI GIORDANO CALOGERO con la macchina di GALATI GIORDANO si recarono in TORTORICI. BIVACQUA NICOLO’ con la sua ARGENTA si recò a casa mia e ancora aveva il portabagagli della macchina sporco di sangue e l’abbiamo pulito insieme nel garage di casa dove io ero, perché era di sera tardi. mi parteciparono pure una somma di denaro di circa 10 milioni che io lasciai a loro da dividere in parti uguali fra di loro… Non mi prendevo i soldi del morto. Conclusione, il come si chiama, il BENENATI FRANCESCO optò per bruciare il cadavere di PETRETTA, e allora ha messo il cadavere in dei copertoni dei trattori e ha dato fuoco nel suo cantiere. Essendo che lui non poteva gestire il fuoco per tutta la notte in quanto era sorvegliato, sto parlando di BENENATI FRANCESCO, diede incarico… al cognato GIORGIANNI ANTONINO, e voglio precisare da dove è stato bruciato il cadavere di PETRETTA in linea d’aria disterà un chilometro, un chilometro e mezzo, perché questo signore abitava, adesso non so se abita ancora là, nella strada che da SAN BIAGIO TERME VIGLIATORE porta a MAZZARA’. Quindi zona detta CASE BRUCIATE. E abita diciamo in una rampa, questa casa era di BENENATI, quindi della… perché questo signore è sposato con la sorella di BENENATI e quindi abitavano nella casa materna, paterna di BENENATI, che è ubicata in questa rampa, diciamo, che dà poi a scendere il fiume, il greto. Quindi da lì è a pochissima distanza rispetto al cantiere di BENENATI. Il BENENATI mi partecipò questo, che proprio perché si assicurasse che il fuoco durasse tutta la notte partecipò quanto andava partecipato al cognato GIORGIANNI ANTONINO e a TRAMONTANA DOMENICO che era… non era nostro affiliato, era un promesso affiliato che poi non fu mai affiliato, ma era molto affiliato, molto affiatato a BENENATI FRANCESCO. Ecco questo è quanto rispetto all’omicidio PETRETTA.

DIVISIONE:
..BIVACQUA disse la sera stesso che il PETRETTA aveva addosso circa dieci milioni, e io dissi “divideteli voi in parti uguali.” Oltre ai dieci milioni…sì, venne rinvenuta una piccola pistola che l’aveva presa BIVACQUA, e credo un anello di brillanti che l’aveva preso GALATI GIORDANO ORLANDO.
..c’era un orologio, però qualcuno disse che si era bruciano. Ma cioè non è che mi sono interessato più di tanto io, voglio dire..io posso dirle di non avere mai visto l’orologio in questione, e di non avere mai dato peso a questa cosa, perché la cosa non mi interessava affatto.

Si riportano le dichiarazioni dibattimentali di GALATI GIORDANO Orlando, che forniva una ricostruzione analoga, quanto meno con riferimento al fatto che Petretta, prima di essere ucciso, fu rinchiuso all’interno di un portabagagli di auto:

PROGRAMMAZIONE ED ESECUZIONE:
…dopo il programma che aveva fatto CHIOFALO si iniziò dal primo omicidio… il CHIOFALO si trovava alla detenzione domiciliare, ci siamo riuniti a casa di CHIOFALO per questo omicidio.. di MOMMO PETRETTA non doveva essere ucciso, ma bensì farlo scomparire per non creare allarmi, e di dargli meno sospetto ai Barcellonesi. Dunque, allora questo omicidio erano d’accordo anche i fratelli BENENATI, anche perchè uno dei BENENATI, BENENATI FRANCESCO diceva che il MOMMO PETRETTA ogni fine mese passava dal suo, dove lui aveva l’attività per riscuotere la tangente. … allora, quelli che abbiamo partecipato, come nella riunione era al corrente sia CIPRIANO, sia CHIOFALO, e sia io, BIVACQUA NICOLINO, CONTIGUGLIA NUCCIO, PRESTIMONE CALOGERO. Diciamo che ancora, all’epoca, mancava sia GULLI’ DOMENICO, perchè doveva uscire, e sia IMBESI SALVATORE. E tutti quelli che ho nominato eravamo a conoscenza di questi omicidi, e pure degli altri che si dovevano fare. Quelli che abbiamo partecipato propria per prendere il MOMMO PETRETTA già l’ho detto che sono stato io, BIVACQUA NICOLINO, ASPA GIOVANNI, CONTIGUGLIA NUCCIO e CALOGERO PRESTIMONE.
Allora ci siamo riuniti io, CHIOFALO GIUSEPPE, CONTIGUGLIA NUCCIO, ASPA GIOVANNI e BIVACQUA NICOLINO tutti a casa di CHIOFALO; e con l’accordo di BENENATI FRANCESCO che praticamente quella sera il MOMMO PETRETTA doveva passere per riscuotere il mensile. Allora abbiamo partecipato più persone perchè di solito il PETRETTA, a dire del BENENATI, si recava con un’altra persona. Allora quella sera le persone che già ho indicate, tranne il BENENATI che ci aspettava nel cantiere, ci siamo recati tutti nel cantiere di BENENATI, e comunque già erano… gli operai erano andati via da una mezzoretta, una oretta. E ci siamo appostati nel cantiere di BENENATI che si trova prima di FALCONE.. siamo arrivati lì, e abbiamo nascosto le macchine e ci siamo nascosti pure noi perchè il cantiere dei BENENATI aveva, diciamo, due stanze: una dove c’erano tutte cose manuali, e l’altra un ufficio dei BENENATI. Allora ci siamo nascosti in questa dove vi erano questi attrezzi di lavoro, e con il CALOGERO PRESTIMONE, e CONTIGUGLIA NUCCIO sono rimasti fuori; diciamo sempre in questo cantiere la sera, quando gli operai andavano via c’erano parcheggiati tutti i mezzi dei BENENATI, parlo di camion, betoniere, e si sono nascosti lì dietro in attesa che arrivasse questo MOMMO PETRETTA. E così fu, dopo circa un oretta arrivò MOMMO PETRETTA con una RENAULT CINQUE bianca; solo che era da solo. Nel frattempo che il PETRETTA si è seduto che dava le spalle verso la porta, che era prono per… praticamente il BENENATI doveva fare l’indifferente di pagarlo, a quel punto sono uscito io, BIVACQUA NICOLINO e ASPA GIOVANNI; siamo usciti e lo abbiamo bloccato subito.. sempre alle spalle per come lui si trovava perchè ci dava le spalle, noi gli abbiamo abbassato la giacca, ed abbassandogli la giacca lui non poteva fare più un movimento perchè diciamo che gli abbiamo bloccato anche le braccia… e praticamente il MOMMO PETRETTA aveva una piccola pistola con se, che gliela abbiamo tolta, un orologio d’oro aveva, sette milioni aveva. E che cosa è successo? Che se lo sono caricati in macchina, parlo di ASPA GIOVANNI e BIVACQUA NICOLINO, CONTIGUGLIA NUCCIO nella macchina di BIVACQUA NICOLINO, era una ARGENTA blues metallizzata, e se lo sono portato via per farlo scomparire. Cosa che io, invece, e il PRESTIMONE CALOGERO abbiamo…, io ho preso la macchina, la macchina di MOMMO PETRETTA, una RENAULT bianca, perchè praticamente dovevo fare scomparire la macchina, anche la macchina. E visto che io avevo amicizie ad ADRANO, un paese in provincia di CATANIA, allora io con la RENAULT, CALOGERO PRESTIMONE con la RENAULT CINQUE di CONTIGUGLIA… ci siamo recati ad ADRANO per portagli la macchina. Gli ho portato la macchina ad un certo SALAMONE SALVATORE, un ragazzo che io avevo conosciuto all’epoca che ho lavorato, per quattro o cinque anni, ad ADRANO in un magazzino; non solo avevo lavorato! Conoscevo tutti questi ragazzi che facevano parte della mafia lì di ADRANO… l’ho messo al corrente di chi era la macchina, e questa macchina doveva scomparire, e la dovevano proprio pressare, comunque farla scomparire. Dopodichè abbiamo fatto rientro a TORTORICI; il PRESTIMONE mi accompagna a me a casa, e prosegue per casa sua. All’indomani, l’indomani sera, perchè poi quella sera il BIVACQUA NICOLINO rimase a MILAZZO… nella sua fidanzata. E all’indomani sera, se non ricordo male, fu lo stesso BIVACQUA che mi ha spiegato tutte le modalità come avevano ucciso il PETRETTA. Ecco una volta che lo abbiamo imbracato lì con la giacca poi gli abbiamo passato del nastro adesivo attorno alle mani, le mani didietro, e lo hanno messo nel portabagagli così. Al dire di BIVACQUA quando sono arrivati sul luogo dove lo dovevano uccidere per sotterrarlo mi diceva che il PETRETTA si era liberato… allora quando BIVACQUA alzò il cofano, e hanno visto che era liberato hanno sparato un colpo, un colpo che ancora lui si trovava in macchina, parlo del PETRETTA, e dopo lo hanno sotterrato. il BIVACQUA portò la macchina nel garage di…PINO CHIOFALO, e lì l’hanno pulita perchè c’erano delle macchine di sangue, e dopodichè se ne andò a casa della sua fidanzata.

DIVISIONE DEI BENI:
…So che in tasca gli abbiamo trovato sette milioni, o erano sette milioni che gli aveva dato PETRETTA, comunque non mi ricordo questo particolare quanto gli davano i BENENATI. Comunque so che in tasca gli abbiamo trovato sette milioni, la pistola già che avevo detto, una medaglia aveva lui verde, al collo, con delle iniziali; in più l’orologio d’oro, l’orologio d’oro che il CHIOFALO si è tenuto per se. I soldi che invece ha diviso, il CHIOFALO ha diviso per noi, e in più gli abbiamo trovato un anello, che poco fa mi era sfuggito, un anello con tre brillanti, e che poi successivamente questo anello io dovevo separare questi tre diamanti, brillanti, quelli che erano, e ne dovevo fare, ne dovevo ricavare tre: uno darglielo a CHIOFALO, uno per me, e uno per BIVACQUA NICOLINO. E questo anello io gliel’ho portato ad un ragazzo di BRONTE, e a nome NINO che adesso mi sfugge il cognome, e che poi successivamente questo ragazzo mi ha riferito che durante una perquisizione glielo avevano portato via. Comunque che io non ci ho creduto, anche perchè pensando che l’anello aveva un certo valore magari visto che lui faceva un po’ uso di sostanza stupefacente sicuramente se l’è venduto. Comunque lui mi ha detto che l’anello gliel’avevano portato via, e io me la sono presa così tenendo presente che gli avevano sequestrato l’anello.

Ed ecco le dichiarazioni dibattimentali di GULLI’ Domenico:

DECISIONE:
… la decisione è stata presa da CHIOFALO, i BENENATI, poi vi erano, se non mi ricordo male, CHIOFALO, BENENATI… poi qualche altro personaggio c’era pure anche, CARMELO, CARMELO COPPOLINO, se non sbaglio. Ecco, sì, sì.. la decisione avvenne giù, se non mi sbaglio, nei garage della sorella del CHIOFALO.. dovrebbe esserci GALATI GIORDANO ORLANDO, poi… ah, GAMBINO NATALE.. mi sembra che c’era presente anche BIVACQUA NICOLINO.. la decisione l’ha presa CHIOFALO, signor Pubblico Ministero. CHIOFALO unitamente giustamente l’ha presa anche con gli altri personaggi.. I BENENATI erano quelli che forzavano di più.

MOVENTE:
…estorceva anche denaro ai fratelli BENENATI, e in più, adesso che ricordo qualche altro particolare, mi sembra che… perché, che succedeva? Siccome il raddoppio della linea ferroviaria, succedeva che dirottava i quantitativi di cemento presso la ditta BENENATI, no, con la complicità di un tale CONTI, se non mi sbaglio, se non mi ricordo male, SALVATORE CONTI. E quindi praticamente non solo facevano la truffa, in poche parole, alle ditte lì e in più si faceva dare dei soldi..mi risulta che faceva estorsioni ad altre imprese. Se non mi ricordo male vi era TORRE, RECUPERO… altri personaggi, diciamo, altri imprenditori che adesso non mi ricordo bene, ma erano parecchi comunque..
Gullì conferma che dava fastidio nel territorio: “sì. Anzi adesso che ricordo bene qualche altro particolare; quando CHIOFALO poi mi ha detto: “dopo che è stato eliminato, sai, alcuni imprenditori a titolo di ringraziamento…” gli hanno fatto pure qualche regalo a CHIOFALO, come dire, che finalmente si erano tolti di mezzo a questo sanguisuga. Perché chiedeva e pretendeva, insomma”.
Conferma altresì che dava fastidio al clan Chiofalo: “a noi, certo, praticamente poi doveva essere con noi o contro di noi, perché referente dei palermitani e catanesi nella nostra zona, si era detto che questi personaggi non dovevano più metterci piede, in poche parole. Dovevamo essere noi a stabilire le regole, cosa fare e cosa non fare, no che erano forestieri a stabilire quello che si faceva”.

DINAMICA:
…a me, come mi è stato detto, se non mi ricordo male, praticamente il PETRETTA, siccome andava a prendere delle estorsioni dei soldi dai fratelli BENENATI dentro il cantiere, lo hanno atteso dentro il cantiere e vi erano i BENENATI, c’era poi GALATI GIORDANO, poi c’era suo fratello, GALATI GIORDANO CALOGERO, mio cognato, ASPA GIOVANNI, BIVACQUA NICOLINO, e CONTI… mi sembra “U MARUCCHINU”, CONTI TAGUALI SEBASTIANO detto “U MARUCCHINU”…Gambino Natale.. E mi sembra che questi personaggi; lo hanno preso, lo hanno messo dentro il cofano della macchina e lo hanno portato nei cantieri di BENENATI poi, che lì c’era, se non sbaglio, il cognato dei BENENATI, ecco, sì, tale TRAMONTANA DOMENICO e Giorgianni Antonino , e poi lo hanno dato alle fiamme, su dei copertoni, e poi è stato sparso al vento, insomma.

Da ultimo, si riportano le dichiarazioni dibattimentali di CIPRIANO Giuseppe:

DECISIONE e MOVENTE:
“..guardi preciso io signor Giudice non è che mi ricordo tutti i discorsi di stu PETRETTA, di PINO CHIOFALO che faceva… se ha fatto qualche discorso io l’ho verbalizzato signor Giudice.
P.M. : io leggo il verbale del 19 settembre 1994 alle ore 8:45, reso davanti al Maresciallo SCIBIGLIA, brigadiere MUZZUPAPA e IMPROTA GIUSEPPE, in assenza del Difensore, e viene poi confermato davanti ai Pubblici Ministeri e alla presenza del Difensore in data 17/10 alle ore 16:30: “costui – cioè il PETRETTA – oltre a essere tra i leader più prestigiosi era quello che controllava l’intera attività economica del gruppo, ideando di volta in volta i sistemi e le strategie per la riscossione delle tangenti.” Lei ha detto: “era pertanto il PETRETTA colui che i vari operatori economici dell’intero comprensorio ritenevano il punto di riferimento della mafia che contava e che garantiva a ciascuno la giusta protezione. Da ciò quindi la decisione del CHIOFALO di colpire il PETRETTA per primo, in tal modo infatti egli intese dare agli avversari il primo segnale della reale capacità criminosa del proprio gruppo e al mondo economico imprenditoriale l’annuncio dell’esistenza sulla piazza di una nuova realtà mafiosa non meno autorevole e importante di quella già esistente.” Insomma bisognava, da quello che ho capito, e me lo confermi signor CIPRIANO… innanzitutto lei conferma queste dichiarazioni che ha reso?
CIPRIANO G.: sì, sì.
P.M.: mi pare di capire che l’idea di ammazzare PETRETTA era perché tutti dovevano sapere che adesso c’era un altro gruppo e che erano CHIOFALO, è giusto?
CIPRIANO G.: esatto.
P.M. : ecco, le posso chiedere, signor CIPRIANO, quando lei è venuto a sapere di tutte queste cose?
CIPRIANO G.: ma io i sappi dopo a venuta a BROLO di PINO CHIOFALO..di quannu PINO CHIOFALO già vinni a BROLO, che io ci dava ospitalità. Tutti sti cosi io i sappi tannu.”

ESECUZIONE:
P.M. : che cosa le disse CHIOFALO, come pensò l’eliminazione di PETRETTA? Come avvenne, come fu realizzata se lo ricorda?
CIPRIANO G.: ma a mia mi cuntava che sono stati i BENENATI quannu ieva nto canteri, chi BENENATI l’avunu avvisatu il giorno preciso chi iddu ieva pi si pigghiari a tangenti, i BENENATI avvisanu a PINO CHIOFALO u iornu qual era, e allura PINO CHIOFALO organizzò com’è che doveva fare pi pigghiari a chistu, sarebbe a PETRETTA. E fici mmucciari ddà GIOVANNI ASPA, GALATI GIORDANO, BIVACQUA e altri che io però… MIMMO GULLI’ mi sembra, non mi ricordo bene. Ecco e così quannu PETRETTA iu ddani pi soddi chisti ccà pigghiaru e u sequesraru. U ttaccaru e u misunu nta un cofunu di nà machina, ca a machina era di NICOLA BIVACQUA, n’ARGENTA, e così su puttaru in un torrente. Quannu arrivau ddà… ah, c’era pure GAMBINO. Quannu arrivano ddà chi chistu era nto cofunu, iaprenu u cofunu, iddu visti a GAMBINO e ci dissi: “GAMBINO aiutami!” inveci GAMBINO pigghiò e ci sparò.
P.M. : ho capito. Ma era presente anche CHIOFALO?
CIPRIANO G.: PINO CHIOFALO vinni roppu, rici, annau roppu. … dice che… ecco, mi riceva, perché a volte PINO CHIOFALO si mitteva a parlare chi catanisi, cose, come si doveva fare sparire un morto, e iddu riceva chi bruciannulu supra i cupertuna nun ristava nenti, solamente aristavunu i renti. E allura iddu cuntò stu fattu di PETRETTA com’è che ficinu. Rici cu misunu supra a cupirtuna di machini, camion, ci misunu a focu. Ecco, e così u brucianu.
omissis

Va precisato che, sempre con riferimento all’omicidio di Girolamo Petretta, Pino CHIOFALO era già stato assolto nella sentenza c.d. “Rossi” dell’ottobre 1990 con efficacia di giudicato (in quell’epoca egli non era ancora un collaboratore ed aveva negato ogni sua responsabilità); ASPA Giovanni veniva riconosciuto colpevole nella sentenza di primo grado “Mare Nostrum”, mentre GALATI GIORDANO Calogero veniva assolto. GALATI GIORDANO Orlando e CONTI TAGUALI Sebastiano, invece, erano stati già giudicati nel processo “Mare Nostrum abbreviato”. ASPA, infine, veniva assolto nel secondo grado del processo “Mare Nostrum”.

*dalla richiesta di applicazione di misura cautelare della DDA di Messina

Gli elementi complessivi di riscontro

fonte: enricodigiacomo.org

post di Enrico Di Giacomo


Omicidio GITTO – LAVORINI, commesso il 14.12.1987.
Autori: Pino CHIOFALO e GULLI’ Domenico erano stati riconosciuti colpevoli nella sentenza c.d. “Rossi” dell’ottobre 1990, con efficacia di giudicato; erano stati riconosciuti colpevoli nella sentenza di primo grado “Mare Nostrum” anche ASPA e CIPRIANO; quest’ultimo, in particolare, confessava gli addebiti.
DINAMICA: secondo le dichiarazioni dei collaboratori Chiofalo, Gullì ed altri collaboratori, il Chiofalo ed il Gullì, nella serata del 14.12.1987, erano entrati nel negozio di Gitto Francesco e lo avevano freddato, insieme al suo collaboratore Lavorini Natale. La pistola usata era stata una 7,65. I due omicidi erano supportati da ben tre squadre distinte, fra cui vi erano anche gli stessi Aspa e Cipriano, i quali però non erano materialmente entrati in quell’esercizio commerciale.
La causale dell’omicidio era da ricercarsi nel fatto che Gitto era un soggetto particolarmente “vicino” ai Barcellonesi, amico di Ruvolo e dei Santapaola di Catania.
Chiofalo descriveva Gitto come il referente nel territorio barcellonese delle organizzazioni criminose che governavano Barcellona, e cioè le cosche palermitane e trapanesi. Soggetto che poi apprese da Coppolino essersi legato anche ai Santapaola, nonché con buoni collegamenti nella politica e nella magistratura. (cfr. Sentenza Mare Nostrum, pg. 823).
Chiofalo voleva eliminare i rappresentanti dei Catanesi sul territorio barcellonese. Gitto Francesco era un notissimo imprenditore, possedendo negozi di abbigliamento a Barcellona, Messina, Trapani e Marsala; era dirigente della squadra calcio Nuova Igea di Barcellona ed aveva interessi immobiliari, tanto da essere proprietario del palazzo in cui era ospitata la locale Compagnia C.C.. Lavorini Natale era un suo parente, che lo collaborava nel negozio di Barcellona. (cfr. Sentenza Mare Nostrum, pg. 810).
Gitto Francesco aveva cointeressenze nel campo dei lavori pubblici, come può desumersi dalla circostanza del rinvenimento, fra le sua carte, di inviti rivolti alle imprese Cappellano Carmelo e Caliri Salvatore di Terme Vigliatore per partecipare alla costruzione della rete idrica di Carlentini. (cfr. Sentenza Mare Nostrum, pg. 812).
Gitto Francesco era effettivamente parente del governatore Cuomo (cfr. Sentenza Mare Nostrum, pg. 835).
Gitto Francesco aveva avuto rapporti con PETRETTA, RUGOLO, IANNELLO, avendo in comune con costoro diversi investimenti edilizi.
Gitto Francesco, inoltre, era risultato in contatto anche con il trapanese AGATE Mariano, noto esponente di Cosa Nostra trapanese, considerato uno dei più grossi trafficanti di droga dell’intera regione.
Un importante elemento di collegamento fra la vittima e la persona di CATTAFI Rosario si rinveniva nel corso delle primissime indagini su quel grave fatto di sangue: sul cadavere del Gitto veniva rinvenuto un assegno dell’importo di 24 milioni rilasciato proprio da Rosario CATTAFI in favore della vittima, Gitto Francesco: l’assegno veniva sequestrato.
Nella sentenza “Mare Nostrum” si ribadiva, fra l’altro che il CATTAFI era “…all’epoca indagato per associazione mafiosa a Milano, indicato poi dal Chiofalo come uomo di onore, circostanza ribadita da Sparacio e altri collaboratori”. (cfr. Sentenza Mare Nostrum, pg. 836; cfr. anche verbale di dibattimento “Mare Nostrum”, in atti, sul rinvenimento dell’assegno).
Successivamente, dopo quell’omicidio, CHIOFALO e GULLI’ si erano recati presso la casa di SQUATRITO Saverio e Giuseppe, padre e figlio, e li avevano freddati con la medesima arma, in quanto “rei” di aver cercato di sottoporre ad estorsione Siracusa Francesco, amico di Chiofalo.
Va precisato che ASPA e CIPRIANO sono stati condannati in primo grado e successivamente assolti nel secondo grado del processo “Mare Nostrum”.

Omicidio di COPPOLINO Carmelo, commesso nel giugno 1990.

Autori: Pino CHIOFALO, Mimmo LEONE, Pippo GIUNTA, Elio MARCHETTA sono considerati gli autori di tale fatto di sangue.
DINAMICA: secondo le dichiarazioni dei collaboratori Chiofalo, Caliri Massimiliano e Gullì Domenico, il CHIOFALO aveva ordinato dal carcere l’esecuzione del “traditore” COPPOLINO Carmelo, detto “RAIA”. Infatti Coppolino non aveva voluto continuare ad operare sotto le direttive di Chiofalo, mentre costui era in carcere, e ciò ne aveva sancito la morte.
Pippo GIUNTA, a bordo di un vespone, funse da staffetta ed avvisò Mimmo LEONE ed Elio MARCHETTA dell’arrivo dell’autovettura del COPPOLINO, il quale era insieme alla moglie. Successivamente i due furono raccolti con un’altra auto da Caliri Massimiliano e si rifugiarono a Rometta.
Elio MARCHETTA e Mimmo LEONE, a bordo di una Lancia Thema rubata, (MARCHETTA guidava e Mimmo LEONE gli era affianco) speronarono l’auto del Coppolino e gli esplosero colpi di 7,65 e di fucile cal. 12. La moglie di Coppolino si salvò. Il cadavere del Coppolino fu rinvenuto riverso dentro l’auto, con la testa devastata.
ESITO FINALE: Mimmo Leone veniva condannato nel primo grado di “Mare Nostrum” ed assolto nel secondo grado (cfr. sentenza “Mare Nostrum” di primo e secondo grado, in atti).

2. I contatti fra Cattafi Rosario e Gullotti nel 1992 – 1993
Il Commissariato P.S. di Barcellona P.G., con nota E 2/92 del 28.5.1992, nell’ambito del procedimento 363/1992 A.N.R. Procura di Messina, sottoponeva ad intercettazione telefonica diverse utenze in uso a GULLOTTI Giuseppe, tra cui anche l’utenza 090/9791175 intestata alla moglie RUGOLO Venera ed in uso al marito (cfr. note del Commissariato Barcellona, in atti; cfr. decreti di intercettazione, in atti; cfr. annotazioni successive).
Dall’ascolto delle conversazioni intercettate emergeva come il GULLOTTI fosse in stretto ed assiduo contatto con diversi personaggi, fra cui il calabrese RAO Domenico, residente a Rosarno, commerciante di animali; SPINELLA Felice, formalmente residente a Barcellona ma di fatto dimorante a Parigi, anch’egli commerciante di animali ed infine proprio CATTAFI Rosario.
Con particolare riferimento a tale ultimo personaggio, il Commissariato di Barcellona, con nota del 28.5.1992 scriveva: “… numerosi sono infatti i contatti telefonici tra il GULLOTTI e CATTAFI Rosario ed estremamente confidenziale è il tono delle conversazioni. A riprova di quanto esposto, ed anche qui a titolo puramente esemplificativo, si allega la trascrizione della telefonata n. 652 del 14.4.1992.” (Tale telefonata sarà esaminata subito dopo) (Cfr. nota del Commissariato di Barcellona PG del 28.5.1992, in atti).
A solo titolo esemplificativo, dunque, si riportano due di queste conversazioni telefoniche.
Nella conversazione del 10.4.1992, ore 8,16 (telefonata n. 536, registrata da giri 2004 a giri 2160 – all.4), GULLOTTI parlava con un SPINELLA Felice, il quale riferiva che in quel momento si trovava a Parigi, dove stava cercando di aprire un ufficio; durante la conversazione i due facevano riferimento a “Saro”.
Nella conversazione del 14.4.1992, ore 11,06 (telefonata n. 652, registrata da giri 3178 a giri 3304 – all.5) GULLOTTI parlava direttamente con Saro CATTAFI: i due si chiamavano confidenzialmente “Saro” e “Pippo”. Il contenuto della telefonata verteva su “affari” che GULLOTTI e CATTAFI avevano chiaramente in comune (cfr. nota n. 1120/Div. 2 del 26.11.1998 del Commissariato di P.S. di Barcellona PG, in atti; cfr. decreti di intercettazione ed informativa, in atti).
Anche tale telefonata è stata attentamente esaminata dal Tribunale di Messina Sezione Misure di Prevenzione: secondo questo Tribunale, i due soggetti, ossia il CATTAFI ed il GULLOTTI evidenziavano “… effettivamente una familiarità ed una comunanza di interessi che va ben oltre il mero rapporto di conoscenza, che il prevenuto deduce comune a tutti gli abitanti di un piccolo centro quale Barcellona P.G.. Invero il contenuto del dialogo dimostra, senza dubbio alcuno, l’esistenza di un rapporto tra i due non episodico, né occasionale. E’ il GULLOTTI che telefona al CATTAFI: i due fanno riferimento a persone di comune conoscenza che si limitano ad indicare con il nome di battesimo (GULLOTTI: “senti ‘na cosa, mi chiamò Mimmo”) ed a vicende che non esplicitano e, pertanto, ben note ad entrambi ed oggetto, evidentemente, di precedenti conversazioni (CATTAFI: “dici che questo è venuto da Roma, dice che aspettava dei pagamenti, che ‘sti pagamenti non li ha avuti”); il CATTAFI, inoltre, appare quale interlocutore idoneo per contattare il GULLOTTI (CATTAFI: “stamattina mi chiamò per dire che a parrari cu tia, evidentemente voleva il numero del telefono portatile”) e dimostra di assumere un preciso incarico nella questione oggetto del dialogo e di avere piena contezza dell’intera vicenda, posto che il GULLOTTI fa riferimento ad altre persone ancora, senza neppure indicarne il nome (GULLOTTI: “insomma, fai una cosa, Saro, fammi una cortesia, u chiami tu, ora ci dici iddu mi piglia stu cosu lì e mi ci va o tu, ora io stu cosu li ci l’aviva datu a cosu, a Mimmo”) ed ancora (“fammi ‘a cortesia, chiamami e fammi sapere qualche cosa, perché c’è quello là che è sulle spine”); il CATTAFI riferisce al suo interlocutore della disponibilità economica del soggetto del quale parlano (CATTAFI: “ci dissi, ma scusa, ma tu non hai 200 milioni di botti misi là, scusa: no, dici, quelli vuoi ci dugnu a iddu, quelli non si toccano!”) e dimostra di condividere la reazione del GULLOTTI che, evidentemente, ignorava la circostanza (GULLOTTI: “ah, quelli non si toccano, ma quelli di cristiani si però, ah bello è stu fattu… ho capito, i soldi di cristiani, pensando ci cercò e non dissi quelli là allora, allora quellli suoi non si toccano!”) e CATTAFI: (“si, tu i botti non l’hai”).
Il tenore del dialogo conferma la pluralità degli interessi comuni ai citati interlocutori; invero il CATTAFI prosegue affermando: “in ogni caso ora lui chiama all’una e mezza, che stamattina aveva detto che dovevo urgentemente parlare con te per l’altra questione, no, aveva degli effetti firmati Calabrò, capisci?” ed evidenzia inoltre la speciale determinazione del GULLOTTI, il quale manifesta al CATTAFI l’intenzione di risolvere comunque il “problema”; ed infatti il GULLOTTI così conclude rivolto al CATTAFI: “comunque fammi sta cortesia, risolvimi ‘stu problema perché allora a quello lì per davvero male per come stavolta ridiamo, ridiamo per davvero”, ricevendo l’adesione del CATTAFI che risponde: “va bè, ti faccio sapere qualcosa, eh?!”. (cfr. decreto di prevenzione personale, in atti).
Il commento operato dal Tribunale appare veramente illuminate e non merita ulteriori commenti.

Il ROS di Messina, inoltre, con nota n.p. 18/23-3-1993 del 3.7.2000 indirizzata al PM dr. Di Giorgio nell’ambito del procedimento di prevenzione personale a carico del Cattafi, rispondeva: “… si riferisce che questa Sezione Anticrimine, nell’anno 1993, nell’ambito dell’indagine denominata “Longano” ebbe ad analizzare i tabulati telefonici (riferiti al traffico in uscita) relativi all’utenza 0337/886730 intestata alla Holding Abbigliamento di Rugolo Venera ed in uso a GULLOTTI Giuseppe, per il periodo compreso dall’1.2.1993 al 31.5.1993. I risultati di tale analisi, con nota 18/23-2-1993 del 13.10.1993 furono riferiti al dr. Olindo Canali.
Dall’esame di tale nota si evincono contatti tra l’utenza indicata ed utenze mobili e fisse intestate alla ditta SANOVIT srl con sede in Milano, il cui amministratore risulta ancora oggi CATTAFI Rosario. In particolare, risultano effettuate da parte dell’utenza 0337/886730, in uso a al GULLOTTI:
verso l’utenza cellulare n. 0337/292867 intestata a Sanovit srl via Mascagni n. 21, Milano, le chiamate nelle sotto indicate date:
1.2.1993;
3.3.1993;
23.3.1993;
30.3.1993
verso l’utenza cellulare n. 02/58012800 intestata a Sanovit srl via Mecenate n. 2, Milano, le chiamate nelle sotto indicate date:
1.2.1993.” (cfr. nota ROS n.p. 18/23-3-1993 del 3.7.2000, in atti).

Va evidenziato, qualora ve ne fosse bisogno, che GULLOTTI Giuseppe, con sentenza irrevocabile emessa il 6.2.1998 dalla Corte d’Assise d’Appello di Messina, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio del giornalista Giuseppe Alfano, avvenuto in Barcellona l’8.1.1993, commesso nella sua qualità di “uomo d’onore e capo della mafia barcellonese” (cfr. sentenza in atti, nel procedimento di prevenzione).
Egli, inoltre, nel processo Mare Nostrum, è stato riconosciuto colpevole del delitto ex art. 416 bis cp, quale esponente di vertice della famiglia mafiosa di Barcellona P.G.,

Le dichiarazioni di Cattafi Rosario in ordine ai contatti con Gullotti
Rosario Cattafi, nell’esposto del 20.4.2011, parlando di se stesso, dichiarava: “… Soggetti con cui il Cattafi non ha mai avuto nessun rapporto, tranne che con il Gullotti, di cui è stato testimone di nozze nel 1990 quando costui era uno sconosciuto dal punto di vista processuale non solo per chi scrive, ma anche per le autorità di Polizia che lo inquisirono dopo il 1993.” (pg. 2 – 3, esposto, in atti).
Già il Tribunale di Messina Sezione Misure di Prevenzione osservava in proposito: “In ordine a tali ultime acquisizioni, ossia i contatti telefonici come evidenziati dal ROS, il prevenuto, con la memoria in atti, assume che i rapporti telefonici accertati sono da imputare al soggiorno in Milano, per ragioni di salute, di una conoscente del GULLOTTI; ma sul punto deve rilevarsi che la circostanza dedotta costituisce mera allegazione, priva di qualsiasi elemento di riscontro e che, seppure ne fosse accertata la veridicità, la stessa non sminuirebbe in alcun modo la valenza del dato oggettivo evidenziato, in quanto confermerebbe comunque l’esistenza di un legame tra i due, e la natura certamente non superficiale dello stesso.” (cfr. decreto di prevenzione personale. pag. 14 – 15, in atti).
Ad ogni modo, non si deve neanche dimenticare che il GULLOTTI, sin dagli anni ’80, era già stato destinatario di alcune misure di carattere amministrativo e/o di prevenzione che trovavano la loro giustificazione in una sua condotta evidentemente “poco cristallina”; ciò emerge dalla deposizione del teste Fusco nell’ambito del processo di I grado “Mare Nostrum” (cfr. sentenza di primo grado Mare Nostrum, pg. 2027 e seg.): “Di estrema importanza appare la deposizione del teste Fusco, che sulla base di elementi obiettivi quali sono i controlli di cui riferisce, evidenzia una serie di rapporti e contatti del Gullotti che confermano pienamente le relative indicazioni dei collaboratori, consentendo addirittura di seguire la crescita del personaggio Gullotti con riferimento ai soggetti che frequenta e attese le emergenze relative agli stessi.
“P.M.: Dottor Fusco, lei dovrebbe avere con sé la scheda relativa a Gullotti Giuseppe…vuole riferire in ordine alle misure di prevenzione?
TESTE: … ci risulta che nei confronti del Gullotti, in data 08 gennaio 1983, veniva fatto divieto di detenere armi, il prefetto di Messina emetteva provvedimento con il quale veniva fatto divieto di detenere armi e munizioni. In data, poi, 24 giugno 1986 è stato proposto dal locale commissariato di Barcellona per l’applicazione della misura della diffida. In data 22 settembre 1986 è stata la volta della compagnia dei Carabinieri CC proporre la misura della diffida. Le due proposte venivano accolte e, in data 08/11/1986, il questore irrogava la misura della diffida ai sensi dell’art. 3 della nota legge del 1956. Il 19 maggio 1987 il commissariato di Barcellona richiedeva l’applicazione della sorveglianza speciale. Mentre, in data 24/10/1987. In data 16 febbraio 1988 il Tribunale di Messina rigettava la proposta di applicazione alla misura di sorveglianza speciale. In data 30/10/1992 è stato sottoposto ad avviso orale da parte del questore di Messina. In data 02/10/1992 il commissariato di Barcellona ha inoltrato richiesta per l’applicazione della procedura inerente a sequestro dei beni. E successivamente, in data 16/12/1992, è stata richiesta l’applicazione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza….”.
Appare del resto veramente poco credibile sostenere per un soggetto come CATTAFI Rosario, nato e cresciuto in un centro di piccole dimensioni come Barcellona, testimone delle nozze fra lo stesso GULLOTTI e RUGOLO Venera, figlia del capomafia storico di quel centro, Ciccio RUGOLO, potesse ignorare chi fosse effettivamente il suo interlocutore.

3. I contatti fra Cattafi e “Pippo” Iannello nel 1992.
Il Commissariato P.S. di Barcellona P.G., sempre nell’ambito del medesimo procedimento 363/1992 A.N.R. Procura di Messina, nel corso dell’intercettazione telefonica relativa all’utenza del noto boss IANNELLO Giuseppe, successivamente ucciso nel dicembre 1992, registrava in data 17.3.1992 alcuni significativi contatti tra la moglie dello IANNELLO, CANFARE Giusy, e Saro CATTAFI, il quale veniva rintracciato a Milano sull’utenza 02/76008446.
Nell’occasione la moglie dello IANNELLO comunicava al CATTAFI l’avvenuto arresto del marito; in quell’occasione, la moglie di IANNELLO aveva effettuato vari tentativi alle altre utenze, 090/9701988 e 0337/292867, in uso al Cattafi.
Significativamente, quindi, la moglie di IANNELLO, appena appresa la notizia dell’arresto del marito, si premurava di informare dell’accaduto proprio un personaggio come Saro Cattafi. (cfr. nota n. 1120/Div. 2 del 26.11.1998 del Commissariato di P.S. di Barcellona PG, in atti; cfr. decreti di intercettazione ed informativa, in atti).
Si è già avuto modo di sottolineare il ruolo di assoluto rilievo ricoperto in seno all’“organizzazione barcellonese” da IANNELLO Giuseppe, fino al momento del suo omicidio verificatosi il 17 dicembre del 1992.
Una informativa del Commissariato di Barcellona P.G. del 4.3.1992, depositata nell’ambito del procedimento n. 363/1992 ANR di cui sopra, in modo molto significativo, affermava: “… Del citato gruppo sono associati tutti i rappresentanti della locale malavita tra cui emergono, per capacità delinquenziale, GULLOTTI Giuseppe e IANNELLO Giuseppe. Invero il rilievo di questi ultimi deriva anche dalla circostanza che il GULLOTTI ha contratto matrimonio con RUGOLO Venerina, figlia del defunto boss RUGOLO Francesco e che lo IANNELLO Giuseppe è fratello del defunto IANNELLO Franco Emilio, che era il braccio destro del nominato RUGOLO Francesco.”.
Il ruolo ricoperto da IANNELLO Giuseppe in seno all’organizzazione barcellonese è stato poi ribadito nella sentenza di primo grado “Mare Nostrum”, allorchè veniva affrontato l’omicidio di costui, unitamente a quello del suo guardaspalle Benvenga Antonino (omicidio Iannello – Benvenga, capo 096 della rubrica). La sentenza condannava Gullotti Giuseppe alla pena dell’ergastolo, ritenendolo responsabile di quel duplice omicidio, in seguito all’avvenuto deterioramento dei rapporti fra quei due personaggi (cfr. sentenza Mare Nostrum di primo grado, pagg. 1926- 2036).
Anche la successiva sentenza di II grado, pur assolvendo il Gullotti da quell’omicidio, ha ribadito l’“appartenenza” dello Iannello all’organizzazione barcellonese.
Da ultimo, il ruolo di “rilievo” ricoperto dallo Iannello è stato ribadito anche dal collaboratore CASTRO Alfio Giuseppe, il quale ha in proposito dichiarato: “…Dopo questo omicidio Rao Giovanni mi chiese una cortesia in quanto il cugino di Gullotti Giuseppe, di cui non ricordo il nome, intendeva dopo la morte di Cattaneo prendere le redini della mafia barcellonese in luogo di Giuseppe Gullotti con il quale era in disaccordo; in particolare mi chiese se potevo indicargli una o più persone estranee al contesto barcellonese che potessero materialmente eliminare il cugino del Gullotti. Riferii che preferivo non intromettermi in queste vicende anche perché avrei dovuto rendere conto ai miei referenti catanesi. Dopo alcuni mesi Rao Giovanni, Eugenio Barresi ed altri mi dissero che il cugino di Giuseppe Gullotti era stato ucciso proprio da quest’ultimo.” (verbale 16.10.2010)……
A.D.R. In relazione all’omicidio del cugino di GULLOTTI, altro episodio del quale ho parlato in precedenti verbali, facendo mente locale ho ricordato che la persona assassinata si chiamava Pippo IANNELLO. Preciso che ho avuto modo di conoscere personalmente l’ucciso, da me incontrato in più di una occasione. Egli mi venne presentato da Eugenio BARRESI, il quale mi disse che era il cugino di Pippo GULLOTTI e che era un personaggio di rilievo all’interno dell’organizzazione. (verbale del 15.12.2010).”
Da notare come IANNELLO e CASTRO, all’epoca, fossero sicuramente in contatto fra loro: infatti il Commissariato P.S. di Barcellona P.G., sempre nell’ambito del procedimento 363/1992 A.N.R. Procura di Messina di cui sopra, aveva proceduto ad una perquisizione domiciliare e personale nei confronti dello Iannello, rinvenendo un biglietto su cui era appuntato proprio il nome ed il numero telefonico di Castro Alfio Giuseppe (cfr. verbale di perquisizione e sequestro nell’ambito del procedimento 363/1992 A.N.R. Procura di Messina).

4. I contatti di Rosario Cattafi con alcuni esponenti della famiglia Santapaola – Ercolano.

La figura di Aldo Ercolano
Nella memoria del P.M., depositata nel processo a carico di Dell’Utri Marcello + 1 svoltosi innanzi al Tribunale di Palermo (procedimento penale 4578/1996 N.R.), veniva descritta in modo esaustivo la figura di Ercolano Aldo, nato a Catania il 14.11.1960, ivi residente via Nuovaluccello n. 142:
“… Ma se all’interno dell’associazione mafiosa catanese appare rilevante la figura del TUCCIO, ancora più rilevante è, indubbiamente, la figura di Aldo ERCOLANO, egli pure citato nelle dichiarazioni dell’AVOLA. … … …
Dalla nota redatta dalla D.I.A. sul suo conto, risulta inoltre, che – anche sulla base delle dichiarazioni del collaboratore PATTARINO Francesco – , l’ERCOLANO appare elemento di notevole spessore criminale della famiglia SANAPAOLA, tanto che dopo gli arresti dei reggenti della medesima famiglia, ebbe ad assumere il comando della stessa.
Già durante la latitanza di SANTAPAOLA Benedetto e di MANGION Francesco, lo stesso era referente tra coloro che facevano parte della cosca ed i capi e come tale era riconosciuto da tutti gli associati. Il suo carisma deriva anche dai vincoli familiari, dato che lo stesso risulta:
• nipote di Nitto SANTAPAOLA e genero di MANGION Francesco, in quanto ne ha sposato la figlia Maria Rita;
• figlio di ERCOLANO Giuseppe, titolare, unitamente alla moglie SANTAPAOLA Grazia, della ditta di trasporti “AVIMEC”, già nota alle forze dell’ordine per essere stata oggetto do pregressi servizi;
• cognato di MANGION Francesca (moglie di NANIA Antonino) che, a sua volta, è cognato di NARDO Sebastiano, inteso “Neddu u’ Lintinisi”, in quanto questi è il marito di NANIA Agata, sorella di NANIA Antonino.
Il suo curriculum criminale è vasto, ed i suoi precedenti penali spaziano dal falso e porto abusivo di armi all’associazione per delinquere di stampo mafioso.
Dall’archivio INPS risulta che ERCOLANO Aldo è stato dipendente, dagli anni che vanno dal 1984 al 1991, escluso il 1985, presso la ditta AVIMEC. In realtà intercettazioni telefoniche eseguite dalla Sezione Anticrimine della Legione C.C. di Messina a carico di Mangion Giuseppe, hanno permesso di scoprire che egli era cointeressato alla gestione di detta società.
L’ERCOLANO è stato citato nelle dichiarazioni di più collaboranti di giustizia e per questo si richiama l’ordinanza di custodia cautelare n. 686/1993 n. 2971/1993 RGNR del 16.12.1993 emessa dal Gip del Tribunale di Catania nel procedimento denominato “Orsa Maggiore”.
Diversi collaboratori, invero, hanno pienamente delineato la figura dell’ERCOLANO come uno degli uomini di onore di maggior rilievo a Catania, capace di mediare situazioni conflittuali tra le varie cosche e di definire tutti gli affari delle cosche mafiose, operanti sia Catania che altre province, ed indicandolo come l’alter ego di Benedetto SANTAPAOLA e rappresentante provinciale o responsabile della famiglia.
L’ERCOLANO risulta, quindi, da queste dichiarazioni, non solo un trafficante di stupefacenti, ma anche il gestore di un complesso notevole di beni produttivi che fanno capo alla Mafia – imprenditrice catanese. …”. (cfr. estratto della memoria del P.M., in atti, trasmessa nel procedimento di prevenzione personale a carico di CATTAFI Rosario).
La figura di ERCOLANO Aldo è stata oggetto di disamina anche da parte del ROS C.C. di Messina del 22.2.2012.
Secondo gli accertamenti svolti da quella P.G., ERCOLANO Aldo è ritenuto “uomo d’onore” della “famiglia” di Catania e, per anni, “alter ego” di Benedetto SANTAPAOLA, inteso “Nitto”.
A suo carico, agli atti dell’ Arma risulta quanto segue:
- 31/10/1997 – con sentenza della Corte di Assise di Catania, è stato condannato alla pena di anni ventinove di reclusione per i delitti di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed altro;
- 18/07/1998 – con sentenza della Corte di Assise di Catania, è stato condannato alla pena dell’ergastolo per diversi delitti;
- 28/06/2002 – con sentenza n. 10/2003 Reg. Sent. della Corte di Assise di Catania – seconda Sezione – è stato condannato alla pena dell’ergastolo con l’ isolamento diurno per la durata di mesi tre, poiché riconosciuto colpevole del reato di associazione per delinquere di stampo mafioso e di altri gravissimi reati.
(Vds. All. n.7: stralcio sentenza di condanna n. 10/2003, c.d. “Orione 5″, nella parte riguardante il medesimo; Vds. All. n.8: certificato penale del Casellario Giudiziale di ERCOLANO Aldo).
Per l’appartenenza all’organizzazione mafiosa denominata “SANTAPAOLA”, nell’ambito della quale il medesimo risulta ancor oggi affiliato, ERCOLANO Aldo è stato raggiunto dai seguenti provvedimenti restrittivi:
- O.C.C.C. nr. 1284/92 R.G.N.R. e nr. 5465/92 R.G. GIP e nr.782/92 R.O.C.C. emessa in data 29.12.92 dal Tribunale di Catania – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, a carico di SANTAPAOLA Benedetto + 15.
- O.C.C.C. nr. 2971/93 R.G.N.R., nr.5792/93 R.G. GIP e nr.686/93 R.O.C.C. emessa in data 16.12.93 dal Tribunale di Catania – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, a carico di SANTAPAOLA Benedetto + 157, cosiddetta “Operazione Orsa Maggiore”.
- O.C.C.C. nr. 4006/94 R.G.N .R., nr. 3693/94 R.G. GIP e nr. 369/94 R.O.C.C. emessa in data 11.07.94 dal Tribunale di Catania – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, a carico di COCUZZA Antonino + 44, cosiddetta “Operazione Sagittario “.
- O.C.C.C. nr. 841/95 R.G.N.R., nr. 913/95 R.G. GIP e nr. 184/95 R.O.C.C. emessa in data 4.04.95 dal Tribunale di Catania – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, a carico di MAZZEI Santo + 33 , cosiddetta “Operazione Orsa Maggiore 3 “.
- O.C.C.C. nr. 7225/98 R.G.N.R., nr.338/99 R.G. GIP e nr. 133/2000 R.O.C.C. emessa in data 23.03.2000 dal Tribunale di Catania – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, a carico di AIELLO Alfio + 109, cosiddetta “Orione 5”.
- O.C.C.C. nr. 7225/98 R.G.N.R., n. 338/99 R.G.G.LP. e n. 13312000 R.O.C.C., emessa, in data 23 marzo 2000, dal G.I.P. del Tribunale di Catania, nell’ambito dell’indagine giudiziaria c.d. “Orione ” in quanto coinvolto nell’associazione mafiosa, “Cosa Nostra “, a titolo di continuazione.
- O.C.C.C. nr. 4547/99 R.G.N.R., nr. 3092/00 R.G.GIP e nr. 236/00 R.O.C.C. emessa in data 1.2.2000 dal Tribunale di Catania – Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari, a carico di SANTAPAOLA Benedetto + 20.
ERCOLANO Aldo, seppure detenuto da molti anni in regime ex art. 41 Bis O.P., ha sempre avuto e continua ad avere una posizione di assoluto prestigio in seno alla” Famiglia” . (Vds. All. n. 9: nota nr. 24/53-1 del 13/07/2010, Sezione Anticrimine Catania).

I contatti fra la famiglia SANTAPAOLA e i Barcellonesi.
La D.I.A. di Catania, con nota di risposta alla delega generale di indagine della D.D.A. di Palermo n. 10 del 16.5.1996 (procedimento a carico di Dell’Utri Marcello + 1), verificava quali fossero stati i rapporti la famiglia SANTAPAOLA ed il territorio di Barcellona.
La DIA, in particolare, stabiliva che “… attraverso la lettura della richiesta di applicazione di misure cautelari n. 606/1993 – Mare Nostrum – presentata nel 1994 dalla DDA di Messina, si rilevano elementi utili per riscontrare quanto in richiesta e quindi vengono riportate alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia”, fra cui Marino MANNOIA, Antonino CALDERONE, Maurizio BONACETO, Mario MARCHESE, Orlano GALATI GIORDANO ed altri.”.
La D.I.A. di Catania, inoltre, affermava che vi era la prova che Nitto SANTAPAOLA era stato ospite del gruppo GULLOTTI durante la sua latitanza.
Infatti si affermava: “Nel primo semestre del 1993 i C.C. ROS di Messina, e comunque prima dell’arresto del noto boss SANTAPAOLA avvenuto in territorio calatino, iniziano un’attività investigativa sulla base di intercettazioni telefoniche e tra presenti nel barcellonese (informativa n. 18/23-1 trasmessa alla Procura della Repubblica di Barcellona in data 25.7.1993). In tale contesto si è avuta la prova che il SANTAPAOLA era stato ospite del gruppo GULLOTTI ed in particolare di Aurelio SALVO, nato a Barcellona il 28.4.1939, residente in Terme Vigliatore, ORIFICI Domenico, nato a Barcellona il 18.1.1948, DI SALVO Salvatore, detto “Sam”. (cfr. nota DIA di risposta alla delega generale di indagine della D.D.A. di Palermo n. 10 del 16.5.1996, in atti).
Tali circostanze, come è noto, venivano successivamente confermate nell’ambito del processo celebratosi presso il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto a carico di SALVO Aurelio, ORIFICI Domenico, DI SALVO Salvatore, detto “Sam”: quel Tribunale, infatti, riteneva tali soggetti responsabili del delitto ex art. 378 cp e 7 Legge 203/1991 per aver favorito la latitanza di Benedetto SANTAPAOLA nel territorio di Barcellona e condannava SALVO Aurelio e DI SALVO Salvatore alla pena di anni due e mesi otto di reclusione, mentre emetteva sentenza di proscioglimento nei confronti di ORIFICI Domenico, per intervenuta morte del reo. Successivamente la Corte di Appello di Messina annullava tale sentenza. In ogni caso, restano i dati storici sopra esposti (cfr. sentenza del Tribunale di Barcellona PG n. 234/2297, n. 110/2002 R.G. del 5.9.2007, in atti).

I contatti telefonici di Rosario Cattafi con BETON CONTER dei fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO.

L’Informativa GI.CO. di Firenze del 3.4.1996 analizzava i contatti telefonici di Rosario CATTAFI con la società BETON CONTER Impianti Calcestruzzi srl, sita in contrada Iungetto di Catania. Tale società era stata costituita l’8.1.1982 ed aveva come oggetto sociale l’attività di betonaggi, calcestruzzi, e trasporti conto terzi.
Tale società faceva capo ai fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO (così come risulta dalle indagini condotte dalla G. di F. e condensate nella “scheda criminale” di ERCOLANO Salvatore, consultabile attraverso l’archivio elettronico del Ministero degli Interni), i quali, a loro volta, erano soci con i fratelli Salvatore e Giuseppe CONTI, come peraltro lo erano della società CONTER srl con sede in Catania (cfr. Informativa GICO pg. 92; cfr. all. 152, 153).
Dall’informativa GI.CO. risultava che i contatti telefonici tra Rosario Cattafi e la società BETON CONTER, gestita dai fratelli Ercolano, si erano protratti almeno dal marzo 1991 al gennaio 1992.
Il Tribunale Sezione Misure di Prevenzione, analizzando tali contatti telefonici, aveva in proposito osservato: “… tra i numerosissimi contatti telefonici evidenziati dall’attività investigativa del G.I.C.O. di Firenze, devono ritenersi di particolare interesse: una comunicazione telefonica del Cattafi con la Beton Conter s.r.l., attività d’impresa con sede in Catania, nella quale sono soci i fratelli Ercolano Salvatore e Sebastiano, telefonata che risulta effettuata il 29.3.1991, alle ore 13.26, poco prima che il Cattafi si imbarcasse sul volo Milano Catania (così come accertato dall’analisi del tabulati e dal controllo delle liste di imbarco); …”.
L’informativa del GICO precisava che il Cattafi eseguiva una successiva telefonata al padre Gaspare alle ore 16,16, del 29.3.1991, questa volta dalla Sicilia: “Tale circostanza è indicativa di uno spostamento aereo del Cattafi. L’acquisizione delle liste di imbarco relative conferma tale peraltro evidente circostanza, risultando che il Cattafi, unitamente a Cattafi M., ha preso posto sul volo BM1116 Milano – Catania, effettuato appunto in tale fascia oraria (cfr. all. n. 154). Sulla base di tali risultanze, appare logico e verosimile che il Cattafi, con la telefonata delle ore 16,16 da Catania all’indirizzo dell’abitazione del padre Gaspare, abbia comunicato ai suoi familiari il suo arrivo a Catania, come, peraltro, con la precedente delle ore 13,05 da Milano, avesse inteso dare avviso della sua partenza. Appare altresì logico e verosimile inoltre che, contattando l’utenza facente capo agli Ercolano nel momento della partenza per Catania, possa aver concordato con uno di loro un appuntamento, trovandosi in transito in tale città. Tale assunto troverà conferma dalle pressochè analoghe circostanze caratterizzanti le altre telefonate tra il Cattafi e gli Ercolano, che verranno evidenziate più avanti.” (cfr. informativa GICO, pg. 93 -94).
Il Tribunale Sezione Misure di Prevenzione, proseguendo nell’analisi dei contatti tra gli Ercolano ed il Cattafi, così come desunti dall’informativa del GICO di Firenze, indicava le altre telefonate intercorse fra tali soggetti e le elencava in ordine cronologico: “Una telefonata del Cattafi sull’utenza della Beton Conter s.r.l. in data 14 giugno 1991, nelle medesime circostanze sopra evidenziate (e cioè poco prima dell’imbarco del Cattafi sul volo Milano Catania) (ndr: all.158 nota GICO); altre telefonate alla suddetta utenza vengono effettuate dal Cattafi in data 11 luglio 1991 (poco prima dell’imbarco sul volo Catania Milano), il 19 luglio 1991 (due giorni dopo un nuovo arrivo del Cattafi in Sicilia), il 6 settembre 1991, il 5 novembre 1991 (il giorno prima della partenza del Cattafi dalla Sicilia) ed ancora il gennaio 1992, durante la permanenza del Cattafi in Sicilia”.
Entrando nello specifico, l’informativa del GICO di Firenze, con riferimento al contatto del 14 giugno 1991, scriveva: “Rilievo probatorio assume una circostanza analoga a quella verificatasi nel mese di marzo e sopra evidenziata. Nell’intraprendere il viaggio Milano – Catania del giorno 14 (volo BM248 – vgs. All. n. 158), il Cattafi contattava l’utenza 095/7130069 della Beton Conter srl. L’analogia con quanto verificatosi nel mese di marzo rafforza il convincimento che tali telefonate fossero prodomiche ad incontri a Catania con i fratelli Ercolano. ” (cfr. informativa GICO, pg. 95). Ed ancora con riferimento ai contatti dell’11 e 19 Luglio 1991, il GICO scriveva: “Riproponendo un ormai consueto copione, il Cattafi, dopo essere giunto, il giorno 10, a Catania da Milano, il successivo giorno 11, alle ore 16,50 in partenza di nuovo alla volta di Milano, effettua una nuova chiamata alla utenza 095/7130069 della Beton Conter srl dei fratelli Ercolano. Sulla scorta degli identici comportamenti tenuti in precedenza ed avanti evidenziati, si ritiene che non possano sussistere dubbi che i contatti telefonici tra il Cattafi e gli Ercolano, attuati al momento di giungere o partire da Catania, fossero finalizzati a concordare, come già detto, appuntamenti al fine di dar luogo a colloqui di natura strettamente riservata. Un ulteriore contatto con la succitata utenza si registra il giorno 19 Luglio alle ore 12,45, due giorni dopo un nuovo arrivo in Sicilia del Cattafi. C’è da registrare anche che i contatti telefonici con gli Ercolano risultano molto ravvicinati a quelli con lo Sciotto. (cfr. informativa GICO, pg. 95-96).
Con riferimento al contatto del 6 settembre 1991, il GICO scriveva: “Il mese di settembre registra i soliti contatti con Sciotto Francesco; uno di questi è caratterizzato dalla circostanza che l’utenza cellulare dello Sciotto (0337/886744) veniva contatta dal Cattafi subito dopo (ore 12,25 del giorno 6) aver contattato l’utenza della Beton Conter srl facente capo ai fratelli Ercolano (ore 12,18). In precedenza, come già evidenziato, sono state riscontrate analoghe telefonate eseguite in un breve lasso di tempo (vgs. all. n. 161) (cfr. informativa GICO, pg. 96). Con riferimento al contatto del 5 novembre 1991, scriveva: “Il giorno 5 viene contattata l’utenza della Beton Conter srl dei fratelli Ercolano: la telefonata, al contrario delle altre relativamente brevi e verosimilmente prodromiche a contestuali incontri, si dimostra più lunga (215 secondi contro i circa 60 delle altre), e viene effettuata il giorno prima della partenza del Cattafi dalla Sicilia.” (cfr. informativa G.I.C.O., pg. 98).
Con riferimento al contatto del gennaio 1992, il GICO ancora riferiva: “Il mese di gennaio 1992 è caratterizzato dai contatti Cattafi – Sciotto; Sciotto – Madaudo; Cattafi – Battaglia; Cattafi – Oto Melara (vgs. all. n. 167). In tale mese Cattafi Rosario è rimasto in Sicilia sino al giorno 13; da tale giorno e fino al 15 ha soggiornato a Roma e successivamente è rientrato a Milano. … Durante la permanenza del Cattafi in Sicilia, invece, si registra anche un contatto all’utenza (095/71300691) della Beton Conter srl di Catania. ” (cfr. informativa G.I.C.O., pg. 99-100).
Appaiono dunque pienamente provati i contatti fra il CATTAFI ed esponenti della famiglia ERCOLANO, quanto meno in un arco di tempo compreso tra il marzo 1991 al gennaio 1992.
Da notare che il collaboratore di giustizia Angelo SIINO, che ben conosceva la famiglia ERCOLANO – SANTAPAOLA, ha espressamente affermato che proprio la società “Beton Conter” era riconducibile alla “famiglia di Catania”, per come gli fu detto dallo stesso Sebastiano ERCOLANO. Si riportano le dichiarazione di SIINO Angelo:

Verbale del 6.3.1998, ore 10,00, in Roma – uffici dello S.C.I.C.O.

…OMISSIS…
A.D.R. All’inizio degli anni 80 Sebastiano Ercolano mi disse che erano riconducibili alla famiglia di Catania sia la Betonconter (una società tra gli stessi Ercolano e tali Conti) e la ditta di trasporti Conti. Con riferimento a tali Conti devo dire che non so se si trattava di persone che facevano parte dell’organizzazione o se gli stessi si limitavano a curarne gli interessi economici.
…OMISSIS…

Verbale del 10.11.1997, ore 10,00.

…OMISSIS…
Il SIINO dichiara: Pur non essendo, come in altri interrogatori ho dichiarato, uomo d’onore, ho una profonda conoscenza della mafia catanese, tra l’altro io avevo interessi nelle zone del catanese e del siracusano, in particolare avevo acquistato un’azienda agricola a Sigonella ed altra azienda, denominata Naval protector che si occupava di bonifiche all’interno delle raffinerie di Priolo.
Ho conosciuto Benedetto SANTAPAOLA attraverso Stefano BONTADE agli inizi degli anni ’70, avendo con loro in comune la passione del tiro a volo e della caccia. Il SANTAPAOLA sapeva bene chi ero io anche perché ero il nipote di Salvatore CELESTRE, quest’ultimo, sin dagli anni ’50 aveva contatti con i mafiosi di Catania in particolare con Orazio NICOTRA. Per quanto riguarda l’acquisto della tenuta di Sigonella devo precisare che ero stato stimolato, dopo un primo acquisto in quella zona, ad estendere la proprietà da Stefano BONTATE, questi infatti attraverso Pippo CALO’ e personaggi di Roma a me sconosciuti aveva la possibilità di avere contatti con gli americani. Il BONTATATE mi mostrò una planimetria di ampliamento dell’aeroporto militare che doveva includere la mia proprietà. Preciso che la mia tenuta iscriveva l’ intera base di Sigonella. Allorché fu presa la decisione di portare avanti l’affare e quindi avere una maggiore presenza nel territorio di Catania secondo le regole dovetti prendere contatti con Nitto SANTAPALOLA che come ho detto ben conoscevo e con esponenti mafiosi catanesi. A tale proposito Cirino IRA mi accompagnò presso il bar Africa, almeno credo che sia questa la denominazione gestito da Salvatore SANTAPAOLA. Turi SANTAPAOLA mi fece conoscere Enzo AIELLO, che allora non era quel personaggio che poi divenne in seguito per i mafiosi catanesi. All’epoca l’AIELLO era scherzosamente chiamato da Pippo ERCOLANO, che pure conoscevo, “Enzo u’ babbo”. L’AIELLO doveva sostanzialmente gestire la mia tenuta di Sigonella che tra l’altro divenne luogo di riunione per gli esponenti mafiosi catanesi. Così conobbi un po tutti gli appartenenti all’organizzazione del SANTAPAOLA, tra i quali ricordo Turi “dilova” , Sebastiano ERCOLANO, Marcello D’AGATA, Nicolò MALGIERI, Ciuzzo MANGION ed altri.
…OMISSIS…
Circa l’omicidio FAVA non ho notizie dirette, posso solo dire che la mafia cercò di diffamare il giornalista facendo circolare la voce che si trattava di un ricattatore, addirittura di un pedofilo, si tentava in sostanza di screditarlo per isolarlo, non riuscendoci, si provvide alla sua eliminazione fisica. Ricordo che a mettere in giro queste voci furono Salvatore SANTAPAOLA, Giuseppe ERCOLANO e Ciuzzo MANGION, in tali occasioni fu a volte presente anche Aldo ERCOLANO.
Forse ho conosciuto Maurizio AVOLA, ma non ne sono sicuro, dagli affiliati io ero conosciuto come “il palermitano di Sigonella”. E’ possibile che l’AVOLA mi conosca con questo nome.
…OMISSIS…

Anche il ROS C.C. di Messina ha eseguito accurati accertamenti sulla società “Beton Conter” e sui fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO Salvatore.
In primo luogo il ROS ha verificato lo stretto rapporto di parentela intercorrente fra costoro ed Aldo ERCOLANO (cfr. informativa Ros del 22.2.2012).
Gli accertamenti anagrafici, in particolare, hanno evidenziato che ERCOLANO Aldo è nipote di ERCOLANO Salvatore e di ERCOLANO Sebastiano, poiché il padre di ERCOLANO Aldo, ERCOLANO Giuseppe, è fratello di Sebastiano e di Salvatore. Tanto emerge dai seguenti accertamenti anagrafici:

- Inter.: ERCOLANO Aldo nato a Catania il 14.11.1960, pt. Giuseppe e mat. SANTAPAOLA Grazia;
- Padre: ERCOLANO Giuseppe, nato a Catania il 03.11.1936, pt. Aldo, mt. D’EMANUELE Maria;
- Madre: SANTAPAOLA Grazia, nata il 10.01.1942, pt. Vincenzo, mat. D’EMANUELE Cosima;
- Zio: ERCOLANO Sebastiano, nato a Catania il 19.07.1944, pt. Aldo, mt. D’EMANUELE Maria;
- Zio: ERCOLANO Salvatore, nato a Catania il 12.01.1950, pt. Aldo mt. D’EMANUELE Maria.

ERCOLANO Giuseppe, Sebastiano e Salvatore, inoltre, sono cugini di SANTAPAOLA Benedetto, inteso “Nitto”, poiché le rispettive madri, D’EMANUELE Maria e D’EMANUELE Cosima, sono sorelle. ERCOLANO Giuseppe è anche cognato di SANTAPAOLA Benedetto, per averne sposato la sorella SANTAPAOLA Grazia.
Con riferimento alla riconducibilità della società “Beton-Conter” ai citati Salvatore e Sebastiano ERCOLANO, il ROS C.C. ha richiamato l’O.C.C. in carcere n. 4492/10 del Gip del Tribunale di Catania datata 22.10.2010, a carico di Aiello Vincenzo + 59, scaturita dall’indagine “Iblis” della Sezione Anticrimine del ROS di Catania, della quale si riporta il seguente stralcio:

. . . Omissis …
“9. Conti Salvatore:
Conti Salvatore, detto Turi, è chiamato a rispondere del reato associativo ascrittogli al capo Al della rubrica. II Conti nel passato è stato condannato in primo grado per essere associato al clan Santapaola-Ercolano fino al maggio 1997. Segnatamente, con sentenza del 6.12.2003 (depositata il 15.01.2004), la II Sezione del Tribunale di Catania, sulla base delle fonti di prova raccolte nel procedimento n. 6096/96 NR (a cui e stato unito il 6202/96 NR – cd. Procedimento “Chiaroluce”) condannava Conti Salvatore alla pena di anni 5 di reclusione. Nella motivazione della sentenza emergono “provati” collegamenti di Turi Conti con Nitto Santapaola, Francesco Mangion e gli Ercolano, come riferito da numerosi collaboranti di quell’area. In particolare, emergeva che a Turi Conti venivano assegnati dall’organizzazione compiti molto “delicati”, avendo lo stesso incontrato Nitto Santapaola a casa di Amato Italia (convivente di Mangion, madre di Pattarino Francesco), frequentato e nascosto Mangion Francesco durante la latitanza, prestatosi ad essere il prestanome degli Ercolano nel settore dei trasporti (per distogliere l’attenzione dall’AVIMEC degli Ercolano) e, comunque, gestito delle società in cui soci erano gli stessi Ercolano; ancora, aveva raccolto da altri imprenditori somme a titolo di “messa a posto” (per quella che all’epoca i collaboratori di giustizia chiamavano la “bacinella grossa”), si era interessato per i Santapaola per appurare il tradimento di Di Salvo Giuseppe; e, ancora, aveva partecipato ad una riunione con Chiofalo e Galati Giordano Orlando per concordare la “messa a posto” che i “cavalieri” Costanzo e Graci avrebbero dovuto pagare ai barcellonesi per i lavori della linea ferroviaria Messina – Palermo. Emergeva – tra l’altro – che Conti, insieme a suo fratello Giuseppe, aveva delle società che si occupavano di trasporti (in particolare trasporti eccezionali), di movimento terra e di “cemento” e che lo stesso Conti era stato socio dei fratelli Salvatore e Sebastiano (Iano) Ercolano nella “Conter S.r.l.” e nella “Beton-Conter S.r.l.” …
Omissis … (Vds. All.n.13: stralcio copia o.c.c. n. 4492/10 del Tribunale di Catania)

Gli accertamenti esperiti presso il ROS di Catania hanno consentito di documentare che le quote societarie della citata “Beton Conter”, con provvedimento n. 6202/96 – 6096/96 R.G.N. e n. 2071/97 R.G. Gip del Tribunale Sez. Gip di Catania, datato 14.06.1997, sono stati sottoposti a sequestro preventivo.
Allo stato attuale la stessa società si trova nella seguente situazione amministrativa:

Denominazione: Beton Conter s.r.l.
Sede legale: Catania, Garibaldi n. 79.
Partita iva: 01294530876.
Unità locali: stabilimento: Catania c.da Gelso km 8,400.
Costituzione: 8.1.1982.
Stato attività: fallimento dal 16.4.1998.
Cap. le sociale dichiarato: Deliberato lire 20.000.000; Sottoscritto lire 20.000.000.
Oggetto Sociale: Betonaggi, calcestruzzi e trasporti conto terzi.
Amministratore giudiziario:
PERNA Teodoro, nato a Noto (SR) il 23 .06.1949, residente in Catania in via M. Sangiorgi nr. 37, nominato con atto del 14.06.1997;
CRISTINA Fulvio, nato a Caltagirone (CT) il 01.09.1963, ivi residente in via Vittorio Emanuele Orlando, nominato con atto del 14.06.1997;
GIUFFRIDA Giuseppe Benedetto, nato a Misterbianco il 23.6.1951, residente in Catania via Imperia n. 12, nominato con atto del 14.6.1997.
Curatore fallimentare: SCIUTO Giuseppe, nato a Catania il 18.10.1947, ivi residente in via Musumeci nr. 159.
Proprietà: Erario dello Stato, quota di nominali 3.334; CONTI Salvatore, nato a Floresta (ME) il 24.03.1950, quota di nominali 8.333; CONTI Giuseppe, nato a Catania il 17.12.11954, quota di nominali 8.333.
Note: Dall’elenco dei negozi giuridici sul conto di CONTI Salvatore, si evidenzia che la società BETON Conter s.r.l. veniva costituita in data 08.01.1981. Nei conferimenti del valore dichiarato di lire 20.000.000 per la relativa costituzione, risultano co-parti oltre ai fratelli CONTI, anche ERCOLANO Sebastiano nato a Catania il 19.07.1944 e deceduto il 31.05.2010, ed ERCOLANO Salvatore nato a Catania il 12.01.1950.

Dal C.E.D. FF.PP, infine, emerge che ERCOLANO Salvatore ed ERCOLANO Sebastiano, quest’ultimo deceduto, hanno annoverato numerosi pregiudizi penali e condanne riconducibili al reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Tali atti ivi evidenziano l’indubbia appartenenza dei medesimi alla famiglia mafiosa “Ercolano – Santapaola “. Infatti:
- ERCOLANO Sebastiano, con sentenza n. 26/69 della Corte di Assise di Catania, è stato condannato alla pena di anni 16 di reclusione per il reato di cui all’art. 4l6 bis. Con la stessa sentenza sono stati giudicati e condannati: SANTAPAOLA Angelo, SANTAPAOLA Francesco cl. 1961 e SANTAPAOLA Francesco cl. 1962, SANTAPAOLA Salvatore e SANTAPAOLA Vincenzo e ROMEO Francesco, nato a Messina il 09.01.1940, ivi residente c. da Minissale n.3 , cognato di SANTAPAOLA Benedetto (Vds. All. n.14: stralcio sentenza c.d. Orsa Maggiore 1″).
- ERCOLANO Salvatore, con sentenza del Tribunale di Catania n. 403/07 Reg. Sent. del 26.04.2007, scaturita dall’indagine “Dionisio”, è stato condannato alla pena di anni 5 e mesi 6 di reclusione per il reato di cui all’art. 416 bis cp. Con la stessa sentenza e per lo stesso reato sono stati condannati SANTAPAOLA Benedetto, ERCOLANO Aldo ed altri soggetti organici alla c.d. “famiglia ERCOLANO-SANTAPAOLA”
(Vds. all. n. 15: Stralcio della Sentenza n. 403/07, c.d. Dionisio; Vds. all. n.16: copia dispositivo della sentenza dell’01.04.2009; Vds. all. n.17: certificato penale del casellario giudiziale di Ercolano Salvatore).
Un’altra circostanza che non può non osservarsi è la seguente: nel periodo in cui risultano accertati i contatti telefonici tra Rosario CATTAFI e la società BETON CONTER riconducibile ai fratelli Salvatore e Sebastiano ERCOLANO, ossia dal marzo 1991 al gennaio 1992, SANTAPAOLA Benedetto era e continuava ad essere un soggetto che viveva in stato di latitanza.
Costui, infatti, come esplicitato da una nota ROS CC di Messina del 22.2.2012, “… risulta essere stato dichiarato latitante a seguito dell’uccisione del prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuto in quella città in data 3.9.1982. Lo stesso, dopo circa 10 anni di latitanza, è stato tratto in arresto in data 18.5.1993 in località Mazzarrone di Catania.”.
Invece, in quello stesso periodo, ERCOLANO Salvatore beneficiava degli arresti domiciliari, così come risulta dalla medesima nota ROS (“… ERCOLANO Salvatore risulta essere stato detenuto ininterrottamente dal 29.10.1986 alla data odierna. Egli dal 18.7.1989 al 26.10.1991 ha beneficiato degli arresti domiciliari.”), mentre ERCOLANO Sebastiano, nel medesimo periodo, era in completa libertà (“ERCOLANO Sebastiano risulta essere stato detenuto a far data dal 27.5.1993. Negli anni 1991 – 92 risultava essere in libertà”) (cfr. nota ROS CC di Messina del 22.2.2012, in atti).
Appare dunque assolutamente plausibile che il CATTAFI, non potendo in quel periodo contattare direttamente e per mezzo del telefono un latitante come il SANTAPAOLA, ricorresse a “canali alternativi”, quali ERCOLANO Salvatore e Sebastiano, non a caso zii paterni di ERCOLANO Aldo.

I contatti telefonici “mediati” di Cattafi con AVIMEC srl di Giuseppe ERCOLANO e Grazia SANTAPAOLA.

La più volte menzionata informativa GI.CO. di Firenze del 3.4.1996 ha anche analizzato anche alcuni contatti “mediati” che si sono verificati fra il Cattafi e la società AVIMEC srl.
La AVIMEC srl era stata costituita il 18.11.1974, con oggetto sociale l’attività di trasporto merci per conto terzi, con sede in Catania (cfr. all. n. 182, GICO).
Amministratore unico, prima della nomina di un amministratore giudiziario da parte del Tribunale di Catania in data 23.10.1989, era SANTAPAOLA Grazia; socio era ERCOLANO Giuseppe.
SANTAPAOLA Grazia, sorella di Benedetto SANTAPAOLA, aveva sposato il cugino ERCOLANO Giuseppe; dalla coppia erano nati Aldo ERCOLANO, nonché gli altri figli Rosina, Maria, Vincenzo.
Dall’archivio INPS risulta che ERCOLANO Aldo era stato dipendente, dagli anni che vanno dal 1984 al 1991, escluso il 1985, presso la ditta AVIMEC (cfr. memoria del PM depositata nel processo a carico di Dell’Utri Marcello + 1, in atti).
AMATO Italia, inoltre, madre del collaboratore PATTARINO Francesco, figlio naturale del noto esponente della famiglia di Catania MANGION Francesco, affermava di aver incontrato il CULTRERA, di cui si dirà dubito dopo, in compagnia di appartenenti al clan Santapaola, presso l’AVIMEC e negli uffici di Aldo Ercolano, siti in corso Sicilia di Catania (cfr. informativa GICO, pg. 82).
L’Informativa GI.CO. analizzava le indagini svolte a Catania nei confronti di Cultrera Felice, Filippo Battaglia, Ripa Domenico ed altri, per il reato di traffico internazionale di armi, nella specie l’export di cannoni, cui avevano preso parte anche lo S.C.O. e le autorità spagnole, le quali, in particolare, avevano sottoposto ad intercettazione telefoniche alcune utenze del Cultrera in Spagna.
L’Informativa GI.CO, analizzando tali risultati, affermava che nel marzo 1992 vi erano stati contatti reciproci fra SCIOTTO, BATTAGLIA e CATTAFI e poi tra BATTAGLIA e un’utenza intestata alla AVIMEC srl, in uso a tale CURCIO Ascenzio Elios: le telefonate di rilievo di marzo iniziavano con il contatto fra Sciotto e Madaudo (giorni 1 e 3). Il giorno 4 vi era un contatto tra il cellulare del Cattafi e l’utenza messine di Battaglia. Il 5 ed il 6 vi erano contatti tra il Cattafi e lo Sciotto e tra questi ed il Madaudo. Il giorno 7 Battaglia si sentiva per tre volte con un’utenza intestata alla AVIMEC srl ed in uso al catanese CURCIO Ascenzio Elios, il quale aveva numerosi contatti, anche telefonici, con la stessa società AVIMEC.
Il Curcio, oltre ad utilizzare utenze della Avimec, era in contatto con Ercolano Giuseppe, come risulta da alcune indagini eseguite dallo S.C.O.: il Curcio, nel settembre del 1991, era stato osservato presso l’hotel Parco dei Principi di Roma prendere parte ad un vero e proprio summit mafioso al quale erano presenti diverse persone, tra cui Ercolano Giuseppe, Magliari Alberto ed altri.
Nello stesso mese di settembre, nel corso di analogo servizio di appostamento e pedinamento, il Curcio, in compagnia del pregiudicato Cristaldi Umberto, era stato notato prelevare dall’aeroporto di Catania Magliari Alberto e Consoli Giuseppe, provenienti da Toronto e condurli direttamente presso la ditta Avimec di proprietà dello stesso Ercolano Giuseppe.
Dalle conversazioni intercettate in Spagna si rileva che è lo stesso Curcio che si propone di presentare al Cultrera un amico messinese, identificato successivamente, nel Battaglia, che poteva essere utile nella gestione di affari relativi alla fornitura di ermi a paesi extracomunitari.
In ordine tale viaggio in Spagna, il 31.3.1992 veniva eseguita una intercettazione tra presenti presso l’aeroporto di Catania nei confronti del Curcio e del Battaglia, dalla quale risultava che essi facevano esplicito riferimento a Ercolano Giuseppe, alla moglie e al figlio e alla loro azienda che aveva avuto problemi di natura giudiziaria: il riferimento riguardava l’Avimec srl che, dalla fine del 1989 era sottoposta ad amministrazione giudiziaria con la nomina nel febbraio 1993 di Ercolano Vincenzo a “direttore tecnico”. In merito il Curcio affermava che l’azienda sarebbe stata presto restituita all’Ercolano non essendo stati trovati riscontri alle accuse formulate dalle Autorità procedenti (informativa GICO pg. 109-110).

5. I contatti di Rosario Cattafi con la società ICEM di Rao ed Isgrò.
I contatti “mediati” di Cattafi con ICEM
Dall’informativa GI.CO. di Firenze del 3.4.1996 risultava che Cattafi Rosario era in strettissimi rapporti con tale avv. Russo, il quale, a sua volta, aveva più volte contattato un’utenza in uso alla società ICEM srl, con sede a Barcellona (cfr. informativa GICO, pg 29; cfr. all. 26 – 27).
Pur trattandosi di contatti “mediati” e non diretti da parte del Cattafi con tale società, non si può non ricordare come la ICEM srl sia stata un’impresa assolutamente ed esclusivamente riconducibile a RAO Giovanni ed ISGRO’ Giuseppe.
Con riferimento alla riconducibilità di tale società ICEM a RAO Giovanni ed ISGRO’ Giuseppe, si rinvia all’ordinanza cautelare “Gotha 1”, in atti (cfr. ordinanza cautelare “Gotha 1”, in atti).

*dalla richiesta di applicazione di misura cautelare della DDA di Messina


BARCELLONA PG, L’ARRESTO DELL’AVVOCATO ROSARIO PIO CATTAFI NELL’OPERAZIONE GOTHA 3: GLI ELEMENTI COMPLESSIVI DI RISCONTRO (TERZA PARTE). I “legami” di Rosario Cattafi con l’hotel Hilton di Portorosa. I contatti fra Cattafi e l’avvocato SCIOTTO Francesco





I contatti fra Rosario Cattafi e MUNAFO’ Antonino.

Come si è già visto, BISOGNANO Carmelo ha ricordato come tutti i più importanti esponenti dell’organizzazione barcellonese, nel corso del tempo, gli abbiano “ricordato” e confermato il ruolo di assoluto rilievo ricoperto da Rosario Cattafi in seno a quella consorteria. Fra tali soggetti vi è stato anche BARRESI Filippo, il quale gli parlò di tali circostanze in occasione di un’estorsione commessa ai danni di MUNAFO’ Antonino, nel 1991 circa (“Con riferimento all’estorsione ai danni di MUNAFO’ Antonino… ricordo che costui, proprietario di un impianto di calcestruzzo nei pressi dello svincolo autostradale di Barcellona Pozzo di Gotto, subì una serie di danneggiamenti. In particolare, gli furono incendiate delle betoniere. Quando seppi questa notizia chiesi spiegazioni a BARRESI Filippo o a BARRESI Eugenio, anzi ora che ricordo meglio a BARRESI Filippo. Costui, alla mia richiesta di spiegazioni, mi disse esplicitamente: “’sa vidi l’avvocatu ‘pi sistimari sta cosa. Tutti cosi apposto è sistimatu”. Con ciò BARRESI Filippo intendeva dire che era intervenuto l’avvocato, ossia Saro CATTAFI, per sistemare quell’estorsione. Ribadisco ancora una volta che quando si parlava di avvocato all’interno del nostro gruppo dei barcellonesi, facevamo sempre riferimento a Saro CATTAFI e non a Pippo GULLOTTI, che, come ho già detto, noi chiamavamo “zu pippu cu fularu”. Non so per quale motivo si fosse interessato CATTAFI per quella estorsione; credo perché MUNAFO’ Antonino fosse conosciuto direttamente da costui, frequentandosi nell’ambito degli stessi circoli, fra cui il “CORDA FRATRES”, ma non ne sono certo. Comunque, da quel momento l’impianto di MUNAFO’ Antonino non ebbe più problemi.”).

In effetti, dagli accertamenti esperiti dal ROS CC di Messina del 22.2.2012, è emerso che MUNAFO’ Antonino, nato a Barcellona P.G. il 19.04.1954, ivi residente, via Generale Angelo Cambria n. 8 p.4., risulta proprietario di un impianto di calcestruzzi sito nei pressi dello svincolo autostradale di Barcellona P.G. via Fondaco Nuovo n. 2. (Vds. all. n.1: Visura della CC/A.)
In ordine ai danneggiamenti menzionati dal collaboratore, da accertamenti esperiti presso l’Arma di Barcellona P.G. è emerso che MUNAFO’ Antonino, in data 15.06.1989, presentava denuncia presso il Commissariato di P.S. di Barcellona P.G. per essere stato vittima di un atto intimidatorio: due individui travisati con caschi da motociclista, a bordo di un ciclomotore, avevano esploso due colpi di fucile contro la betoniera di sua proprietà. In sede di denunzia, il MUNAFO’ aveva precisato di aver in precedenza ricevuto sulla propria utenza telefonica una richiesta estorsiva di cento milioni di lire e delle minacce di morte rivolte al suo indirizzo ed a quello della sua famiglia; egli, sempre in quella sede, aveva rappresentato che, circa due mesi prima di tale evento, ignoti avevano dato alle fiamme un camion di proprietà del fratello Carmelo, lasciato in sosta assieme ai propri mezzi nell’area dell’impianto di calcestruzzi di via Fondaco Nuovo.
(Vds. All.n.2: nota Cat. Q.2/2/l989 datata 5.07.l989 del Commissariato di P.S. di Barcellona P.G.).
Il collaboratore di giustizia BISOGNANO, nel datare tale atto criminoso, ha fatto riferimento al periodo in cui era stata costituita l’impresa CEP s.r.l.: ebbene, dalla consultazione dell’archivio della C.C.I.A.A., risulta che effettivamente la CEP s.r.l. era stata costituita in data 3.3.1989, con atto pubblico redatto dal notaio Salvatore CUTROPIA di Barcellona P.G. (Vds. all. n.3: visura camerale C.C.I.A.A.).
La sede dell’associazione “CORDA FRATRES”, come del resto è noto, è stata individuata in via Dante Alighieri n. 25 di Barcellona Pozzo di Gotto.
Ma ciò che più rileva in questa sede è che, nell’ambito dell’indagine denominata “Ombra”, svolta dalla Sezione ROS C.C. nell’ambito del Proc. Pen. n. 2610/2011 R.G.N.R. D.D.A di Messina, sono emersi importanti elementi di conferma circa l’esistenza di rapporti tra CATTAFI Rosario e MUNAFO’ Antonino. In particolare, le attività tecniche hanno dimostrato che CATTAFI Rosario svolgeva le funzioni di “consulente di fiducia” del citato MUNAFO’ Antonino nell’ambito di una controversia sorta tra quest’ultimo e la società “Sermac s.p.a.” di Milano. Tale società era creditrice nei confronti del MUNAFO’ della somma di euro 100.000. Per tali ragioni il MUNAFO’ aveva sottoscritto delle cambiali, in seguito non onorate. MUNAFO’ Antonino, quindi, si incontrava più volte con CATTAFI Rosario presso il suo studio sito in Barcellona. Come documentato anche tramite un servizio di osservazione del 15.12.2010, CATTAFI Rosario si recava a Milano al fine di seguire una transazione extragiudiziale tra la società Sermac ed il MUNAFO’, finalizzata alla cancellazione dell’ipoteca iscritta sugli immobili dello stesso MUNAFO’, con l’impegno da parte di quest’ultimo di estinguere il proprio debito. Dal tenore delle conversazioni telefoniche intercettate tra il CATTAFI e il MUNAFO’ emergeva in modo palese, in definitiva, l’esistenza tra i due soggetti di un rapporto di confidenza e di amicizia datati nel tempo.
(Vd.s. All. n. 4: conversazioni registrate sull’utenza telefonica n. 338/3663305 RIT 793/10 P.M. – intestata ed in uso a CA TTAFI Rosario Pio, intercorse tra costui e MUNAFO’ Antonino; Vd.s. All. n. 4 bis: annotazione di servizio che ha documentato la presenza di CATTAFI Rosario Pio in Arcore).

7. I rapporti fra CATTAFI, MARCHETTA e DI SALVO. 
Come già visto, secondo quanto riferito da BISOGNANO Carmelo, il ruolo di assoluto rilievo del CATTAFI in seno alla famiglia barcellonese fu ribadito al BISOGNANO stesso da parte di diversi soggetti “autorevoli” dell’organizzazione, fra cui TRIFIRO’ Giuseppe, detto “Carabedda”, BARRESI Eugenio, BARRESI Filippo, Sam DI SALVO. Con specifico riferimento a DI SALVO, costui, per esempio, non esitò a “mettere a posto” e a richiamare all’ordine BISOGNANO, dal momento che costui stava chiedendo informazioni su alcuni lavori che si sarebbero dovuti svolgere a Furnari e che interessavano anche al CATTAFI: ovviamente un tale riguardo si spiegava solo con il fatto che il CATTAFI era un personaggio autorevole dell’organizzazione, rispetto al quale anche un soggetto come BISOGNANO era costretto a fare un passo indietro
Analoga situazione si verificò nel 2001 – 2002 circa, in occasione dei lavori per la realizzazione dell’acquedotto di Furnari: anche in questo caso si fece avanti BISOGNANO, il quale “chiese alcune buste” a DI SALVO per partecipare alla gara, ricevendo per tutta riposta un invito a lasciar perdere dal momento che vi era interessato anche l’ “avvocato”, insieme all’imprenditore Maurizio MARCHETTA (“Un’altra circostanza che riguarda Maurizio MARCHETTA si è verificata dopo la sua elezione, nel 2001-2002 circa, in occasione dei lavori per la realizzazione dell’acquedotto di Furnari. Quando venne pubblicato il bando, io mi interessai a quei lavori; avevo l’intenzione di partecipare alla gara per mezzo dell’impresa TRUSCELLO, eventualmente associata al 20% con un’altra impresa in possesso dei requisiti necessari. A tale scopo contattai Sam DI SALVO, al quale chiesi di procurarmi alcune buste per partecipare alla gara ed anche al fine di individuare un’impresa con cui associarmi. Appena gli comunicai questa mia intenzione, Sam DI SALVO mi bloccò immediatamente dicendomi: “Lassa peddiri picchì c’è tutti cosi sistimati… è una cosa nostra, se la sta vedendo Maurizio con l’avvocatu”. Non chiesi chi fosse tale avvocato, ma era ovvio che DI SALVO si riferiva, a Saro CATTAFI, da noi tutti conosciuto come “l’avvocato”.).
BISOGNANO ha aggiunto che quell’appalto, ossia quello inerente i lavori per la realizzazione dell’acquedotto di Furnari, fu aggiudicato alle ditta CALABRESE s.r.l., Fratelli CALABRESE Tindaro e Sebastiano, quest’ultima diversa dalla CA.TI.FRA, nonché alla ditta GRECO s.r.l. amministrata da GRECO Cesare. I lavori, inoltre, furono svolti di fatto anche dalla CO.GE.MAR di Maurizio MARCHETTA, che però non volle parteciparvi formalmente. Il collaboratore ha aggiunto: “Ritengo che Maurizio MARCHETTA non abbia partecipato formalmente a quei lavori poichè non voleva rendere manifesti i suoi rapporti con l’avvocato CATTAFI, ed anche perchè voleva evitare di comparire in tutte le gare.”.
In effetti, l’esistenza di rapporti diretti fra MARCHETTA Maurizio e Sam DI SALVO, specificatamente finalizzati a “pilotare” e turbare le gare di appalto, è stato alla fine ammesso dallo stesso MARCHETTA, seppure dopo molte titubanze e resistenze iniziali. Si riportano a tale proposito le ultime dichiarazioni rilasciate da costui, in un arco temporale compreso tra il gennaio ed il febbraio 2011, dunque in un periodo successivo all’emissione della sentenza di primo grado nell’ambito del processo “Sistema”, definito in sede di abbreviato.
Dalla lettura di tali dichiarazioni si può notare un certo”cambiamento di rotta” operato dal propalante, rispetto a quanto in precedenza affermato.
In particolare, il MARCHETTA, dopo che inizialmente aveva negato di aver “chiesto voti” al mafioso Sam DI SALVO in occasione delle elezioni per il consiglio comunale di Barcellona, ha invece ammesso di essersi rivolto a costui durante quella competizione elettorale. In effetti il MARCHETTA, come è noto, fu eletto e divenne anche vice-presidente del consiglio comunale di Barcellona P.G..
Analogamente, MARCHETTA, come già anticipato, ha alla fine ammesso che i suoi rapporti con Sam DI SALVO erano anche finalizzati e diretti a “pilotare” e turbare le gare di appalto, pur cercando di limitare questa sua forma di “collaborazione” solamente a qualche caso circoscritto.
Dunque lo stesso Maurizio MARCHETTA ha alla fine ammesso quale fosse il suo effettivo e reale rapporto con Sam DI SALVO.
Si riportano, come al solito, le dichiarazioni rese da MARCHETTA:

Verbale di spontanee dichiarazioni di MARCHETTA Maurizio del 28.1.2011.
“Volevo fare una premessa. Riguardo a tutti le dichiarazioni da me rilasciate nei precedenti verbali confermo integralmente il loro contenuto. Tuttavia intendo rilasciare ulteriori dichiarazioni riguardanti fatti realmente accaduti e su talune persone e su cui ho già riferito e da me non indicati per paura di ritorsioni nei miei confronti e dei miei familiari. Ho maturato questa mia decisione oggi poiché i processi che si stanno svolgendo e le condanne derivate dalle mie decisioni mi spingono a sgomberare il campo, definitivamente, da ogni dubbio nei miei confronti. Ciò che ho omesso di dire è stato determinato esclusivamente dal timore di far incorrere la mia famiglia in situazioni di estrema pericolosità, poiché i soggetti su cui oggi riferirò sono molto pericolosi. Il mio impegno politico ha inizio all’ultimo anno di università, nel 1994, e mi sono candidato al consiglio comunale di Barcellona ed ho avuto un discreto riscontro anche se ero alla mia prima esperienza politica. Da questo mio coinvolgimento derivano, in un certo senso, i miei guai, intendendo riferirmi alla visibilità che ne è derivata. I miei primi rapporti con un esponente della criminalità organizzata, Sem DI SALVO, che comunque già conoscevo in precedenza, come ho già riferito nei precedenti verbali, sono in effetti riconducibili all’avvio della mia esperienza politica, quando ancora non lavoravo nell’azienda di famiglia. Conoscevo Sem DI SALVO perché era un operaio dipendente dell’impresa individuale MARCHETTA Giuseppe, che lavorava presso il cantiere di Tonnarella, nel Comune di Furnari, per la realizzazione di un Parco Urbano. Poi lavorò anche per i lavori di rifinitura della mia abitazione su Milazzo. Per tale ragione, poiché lo conoscevo appena, sapendo che era stato arrestato per droga e non per mafia, conoscendolo semplicemente come operaio di mio padre, gli chiesi un aiuto elettorale, non avendo assolutamente contezza che potesse trattarsi di un soggetto inserito nella criminalità organizzata. Sem DI SALVO mi disse che mi avrebbe dato un piccolo aiuto, chiedendo anche alla propria moglie il voto. Tra l’altro, non ho avuto conferma se mi avesse dato il voto, poiché non sapevo come avrei potuto fare, ma in ogni caso l’aiuto di Sem DI SALVO fu estremamente limitato e pensavo di non avere fatto nulla di male perché non avevo assolutamente contezza della sua posizione criminale. Sem DI SALVO inoltre era molto giovane, nel 1994, avrà avuto circa 27 anni ed era riconoscente a mio padre poiché lo aveva assunto dopo che era stato arrestato. Tuttavia, da quel momento iniziarono i problemi per me e la mia famiglia, poiché Sem DI SALVO pensò di potersi curare della nostra famiglia e delle attività delle imprese di mio padre, pensando a sistemare i vari appalti, con la c.d. messa a posto, con i personaggi criminali locali e con quelli fuori zona, poiché già allora la mia famiglia, come già detto nei precedenti verbali, pagava le estorsioni alle varie organizzazioni mafiose ove andavamo a stabilire i cantieri. Infatti, nel 1994, presso il cantiere di Furnari ci fu il danneggiamento di un mezzo meccanico, come risulta da una denuncia fatta presso la locale Stazione dei Carabinieri. Mio padre chiamò a Sem DI SALVO, poiché lui già lavorava presso il cantiere e noi già pagavamo, anche se non so dire in quel momento a chi, poiché ancora non mi occupavo delle attività di famiglia. Da quello che ricordo che mi disse mio padre, la società EDILMOTER BARCELLONESE di GRECO geom. Cesare, che era in ATI con l’impresa individuale di mio padre, non intendeva pagare l’estorsione a nessuno. Sem DI SALVO, in quell’occasione, disse che il danneggiamento non era rivolto a noi ma al nostro socio che non si era messo a posto con la mafia locale. Questa fu la prima volta che ebbi contezza di fatti estorsivi relativi alla mia famiglia. Mio padre assunse Sem DI SALVO poiché fu avvicinato da tale Pietro CANNATA, oggi deceduto, ritenuto vicino alla criminalità barcellonese, da me mai conosciuto, il quale gli chiese di assumerlo. Questo lo sto dicendo anche perché Sem DI SALVO lavorò, all’epoca, nell’impresa di mio padre, il quale si prestò pensando di non fare nulla di male, anche perché Sem DI SALVO, prima del suo arresto, come già detto e come è noto, era un’agente della Polizia Penitenziaria. Poi, come già detto, Sem DI SALVO venne nuovamente arrestato poiché non trovato sul cantiere e da quel momento non lavorò più per l’impresa di mio padre. Tuttavia, Sem DI SALVO restò in qualche modo riconoscente a mio padre ed, una volta saputo che sua moglie era la sorella di OFRIA Salvatore, abbiamo capito che si trattava di una persona vicina agli ambienti mafiosi. Io ormai ero in procinto di laurearmi e mio padre cominciava ad informarmi sulle attività di famiglia e sulle vicende relative ai pagamenti a titolo di estorsione. Ciò poiché io inizialmente non credevo che potessimo avere questo tipo di problemi.
omissis
Vorrei anche puntualizzare che da quando ho conosciuto Sem DI SALVO, la mia famiglia ha continuato a pagare le estorsioni, anche se la sua presenza può essere considerata una sorta di agevolazione nei rapporti con coloro ai quali comunque doveva essere pagata l’estorsione ed una agevolazione, seppur minima, del costo della percentuale che andava pagata a titolo di estorsione. La mia famiglia pagava le estorsioni, dunque, anche se Sem DI SALVO era, in un certo senso, presente, nelle nostre imprese, nel senso che lui si interessava di stabilire una relazione con i soggetti mafiosi ai quali di volta in volta dovevamo pagare le estorsioni.
omissis
A D.R.: Sem DI SALVO non ha mai agevolato le nostre imprese nell’aggiudicazione degli appalti, anche perché non aveva né le capacità né le conoscenze all’interno degli enti. Tuttavia, prima che scattasse l’Operazione Omega, dal 1999 al 2002, Sem DI SALVO operava con un gruppo di imprenditori delle province di Messina, Catania, Agrigento, Caltanissetta, e forse Ragusa, con i quali aveva creato un cartello per il tramite di AQUILIA Mario, che era il responsabile per la raccolta di offerte di questi imprenditori siciliani per l’aggiudicazione dei lavori a mezzo di un calcolo matematico semplicissimo piuttosto che con l’intimidazione, con la formula del ribasso per ogni singola offerta posseduta per far aggiudicare l’appalto alla società interessata per quella zona particolare e che faceva parte del cartello. Sem DI SALVO voleva farmi partecipare a tale meccanismo e mi presentò tale PAPPALARDO Antonino di Catania, imprenditore edile insieme al fratello, il quale era il referente per quella zona delle turbative. Non solo non mi sono reso disponibile a tale meccanismo, ma quando scattò l’Operazione OMEGA nel luglio 2003, per la parte inerente questa zona territoriale e l’Operazione OBELISCO per la zona di Catania, ebbi modo di capire, leggendo i quotidiani ed avendo ricevuto un avviso di garanzia, leggendo l’elenco degli imprenditori coinvolti, che i tutti i nominativi fatti da DI SALVO che avevano aderito a questo cartello, risultavano tutti accusati del reato di turbativa d’asta mentre a me non era stato contestato tale reato, in quanto in tutti gli appalti oggetto di indagine non è emersa la mia partecipazione sia diretta che indiretta agli appalti medesimi.
omissis

Verbale di interrogatorio di MARCHETTA Maurizio del 7.2.2011, ore 10,20.
Confermo integralmente il contenuto delle spontanee dichiarazioni rese in data 28 gennaio 2011 di cui mi è stata data integrale lettura.
omissis

Verbale di interrogatorio di MARCHETTA Maurizio del 10.2.2011, ore 16,00.
omissis
ADR: Quando Di Salvo ha creato il sistema delle turbative, tra le imprese a lui vicine c’erano le ditta di Aquilia, Greco Cesare, Calabrese Tindaro del 1966, cugino dell’omonimo titolare della CA.TI.FRA.
ADR: Io non accettai l’invito di Di Salvo di far parte di questa cordata di imprese che dovevano truccare le gare; Di Salvo mi fece questa proposta presso il mio ufficio nell’anno 2000. Di Salvo era interessato a coinvolgere il maggiore numero di imprese. Ricordo che in quel periodo l’Unione Europea aveva stanziato numerosi finanziamenti per la realizzazione di opere pubbliche e quindi si stavano svolgendo numerose gare.
ADR: A Di Salvo dissi di non essere disponibile, tanto che nell’operazione Omega non mi venne contestata alcuna turbativa.
ADR: Nell’anno 2000, quando Di Salvo mi propose di partecipare a questo sistema, ero ben consapevole che costui fosse un mafioso. A specifica contestazione delle SS.LL. posso dire che la società di Aquilia era vicina all’organizzazione della quale era partecipe Di Salvo.
ADR: Anche la ditta gestita da Mastroeni Carmelo, e di fatto anche da Sem Di Salvo, era vicina all’organizzazione. E’ ovvio che di questo stratagemma ne beneficiava tutta l’organizzazione.
Alla contestazione delle SS.LL. che mi chiedono con quale forza potevo resistere alla richiesta di Di Salvo di prendere parte al sistema delle turbative di asta, dal momento che pagavo il pizzo a costui e sottostavo ad altre sue richieste, come quella di preparare ricorsi alla autorità di vigilanza, ribadisco di non avergli dato alcuna adesione, anche perché altrimenti la mia impresa in quel modo avrebbe finito di lavorare. Del resto tutta la mia famiglia, compreso mio padre, era nettamente contraria. In ogni caso ribadisco che Sem Di Salvo mi fece quella proposta senza minacciarmi esplicitamente e limitandosi ad avanzare tale richiesta. A conferma di ciò vi è la circostanza che nell’ambito dello 58 gare monitorate nel processo Omega, partecipai soltanto a 4 senza aggiudicarmene alcuna. Alle altre, del resto non volli partecipare dal momento che sapevo che interessavano all’organizzazione mafiosa, ed il cui esito, pertanto, sarebbe stato scontato.
omissis
ADR: E’ vero che nel 1998 ho chiesto i voti al Di Salvo pur sapendo che questi fosse mafioso. Ho fatto ciò al fine di non urtare la sua suscettibilità dal momento che si sarebbe potuto risentire se non lo avessi fatto.
omissis
ADR: Non mi sono occupato della gara relativa ai lavori del depuratore di Mazzarrà Sant’Andrea, né ho preparato offerte direttamente o per conto di Sem Di Salvo.
Alla contestazione delle SS.LL. che ritengono poco credibile che io non abbia mai preparato alcuna offerta per conto di Di Salvo, ribadisco di non averlo mai fatto. Del resto vi era a tale scopo Aquilia, il quale, pur non essendo un imprenditore particolarmente preparato, era comunque molto esperto nella predisposizione delle offerte nell’ambito degli appalti pubblici. A tale proposito ricordo che quando Di Salvo mi spiegò come funzionava il meccanismo delle gare truccate, precisò che l’organizzatore era proprio Mario Aquilia, suo braccio destro.
omissis

Verbale di spontanee dichiarazioni di MARCHETTA Maurizio del 23.02.2011, ore 9,55.
Intendo riferire su ulteriori dettagli rispetto alle dichiarazioni da me già rese nei precedenti interrogatori, precisando alcune circostanze riguardanti episodi specifici. DI SALVO Salvatore mi ha invitato, tra il fine 2002 ed i primi mesi del 2003, e comunque precedentemente al suo arresto, era un sabato od una domenica mattina, a partecipare ad una riunione presso gli uffici dell’impresa VENTURA Giuseppe, ubicata in Falcone quasi a ridosso con la ferrovia, in un casolare antico e ristrutturato, e vi erano anche dei vivai. A questa riunione, alla quale in effetti partecipai, erano presenti DI SALVO Salvatore, AQUILIA Mario, MASTROENI Carmelo, CALABRESE Tindaro, nato nel 1966, geometra e titolare dell’impresa COGECAL, il geometra Fabio ALESSANDRINO o ALESSANSDRINI, che era il fac totum per la gestione degli appalti e dipendente di SCIROCCO Francesco, ora dipendente di altra impresa, GRECO Cesare dell’impresa GRECO Alfredo s.r.l.. DI SALVO faceva anche il nome dell’impresa GRILLO che opera nel milazzese e faceva parte del suo gruppo, cioè di quelle su cui poteva contare. Credo che fossero presenti altri imprenditori ma non ricordo i loro nomi. Nel corso di questa riunione AQUILIA e DI SALVO che erano i più interessati a questa riunione dicevano di voler organizzare in maniera più attenta, cioè più precisa, le turbative delle aste. Loro volevano coinvolgere VENTURA e SCIROCCO per le sue conoscenze di altri imprenditori siciliani e del Nord. Infatti a loro interessava raccogliere un numero maggiore di offerte per condurre la turbativa con minimi margini di errore ed aggiudicarsi con maggiore certezza gli appalti di loro interesse. Per me fu la prima riunione a cui partecipavo e credo che fu anche l’unica. Io intervenni esprimendo le mie perplessità perché quando troppi imprenditori si mettono d’accordo spesso succede che litigano anche per la scelta degli appalti che ognuno si vorrebbe accaparrare. In questa riunione si è parlato anche di contrastare il gruppo di CALABRESE Tindaro del 1958, titolare della società CA.TI.FRA., il quale in maniera particolare veniva osteggiato da AQUILIA e SCIROCCO perché CALABRESE aveva una cordata di imprenditori anche catanese, trapanesi ed agrigentini, in particolare di Favara, e facendo turbative era in grado di aggiudicarsi un gran numero di appalti perché era molto organizzato. Nella riunione si diceva che CALABRESE era colui che al cambio della legge regionale sugli appalti era riuscito a sperimentare il sistema matematico che permetteva di avvicinarsi all’aggiudicazione dell’appalto in maniera quasi scientifica. Questa riunione serviva a far serrare le fila tra gli imprenditori partecipanti per contrastare, dunque, il gruppo facente capo alla CA.TI.FRA., il cui titolare Tindaro CALABRESE era soprannominato il “Lupo”, proprio per questa sua caratteristica di furbastro, perché si schierava con imprenditori di altre province, danneggiando invece gli imprenditori locali barcellonesi e della provincia di Messina. Sia io che Pippo VENTURA abbiamo espresso le nostre perplessità in ordine alla riuscita di questa organizzazione delle turbative.
A DR: AQUILIA e DI SALVO chiedevano in particolare di preparare le buste di offerta indicando il numero di ribasso assegnato che veniva concordato di volta in volta in base alla categoria dei lavori da eseguire, al fine di aggiudicarsi l’appalto. AQUILIA era deputato alla organizzazione tecnica della turbativa ed alla raccolta delle offerte, anche perché DI SALVO non aveva specifiche competenze anche perché non sapeva neppure usare un computer e quindi non sapeva come funzionasse il programma, perché in particolare veniva utilizzato un semplice foglio di EXCELL con il quale veniva calcolata la media per l’aggiudicazione, individuando così anche l’impresa o il gruppetto ristretto di imprese che si sarebbero aggiudicato l’appalto. Con questo tipo di turbativa bisognava sempre fare i conti con la partecipazione anche di altre imprese che non partecipavano a questo sistema. Quindi più erano le imprese che partecipavano a questa sistema di turbativa e maggiori erano le possibilità di aggiudicazione dell’appalto.
Io espressi le mie perplessità, ma in qualche modo diedi la mia disponibilità perchè non potevo oppormi a DI SALVO, al quale non potevo dire di no. Dissi a DI SALVO che se ci fosse stata una gara che a lui interessava in particolare gli avrei dato un aiuto accettando di indicare nell’offerta la percentuale che lui mi avrebbe indicato, ma che non era mia intenzione aiutare anche AQUILIA e SCIROCCO e DI SALVO accettò queste mie condizioni anche perché era nel suo interesse. Con DI SALVO ebbi così alcuni rapporti di lavoro. Nel 2003, DI SALVO mi chiese di partecipare in A.T.I. con la società a lui direttamente riconducibile, la SUD EDIL SCAVI di MASTROENI Carmelo, per un appalto nel Comune di Spadafora, relativo ai lavori di realizzazione della rete fognaria, per un importo di circa due milioni di Euro, e comunque mi riservo di portare documentazione sia inerente all’appalto sia delle fatture che la mia società CO.GE.MAR., capogruppo dell’ATI, pagò sia alla SUD EDIL SCAVI sia ad altra società la CODIM, intestata alla moglie di DI SALVO. Fu DI SALVO a impormi di partecipare alla gara perché MASTROENI aveva la categoria ma non per l’intero dell’importo, mentre la CO.GE.MAR non aveva bisogno di unirsi in A.T.I.. A questo appalto non parteciparono né AQUILIA né SCIROCCO, che per quanto mi disse DI SALVO non furono interessati alla raccolta delle buste per la turbativa. Non so in che modo, ma credo che DI SALVO era certo di aggiudicarsi questo appalto senza bisogno di AQUILIA, ma non sono in grado di dire come fece ad aggiudicarsi l’appalto. Questa è l’unica volta che ho partecipato in un’A.T.I. con DI SALVO.
ADR: DI SALVO ha avuto il vantaggio economico di aggiudicarsi l’appalto con la SUD EDIL SCAVI e di ottenere il pagamento delle fatture che riguardavano soprattutto il nolo dei mezzi alla società della moglie, la CODIM.
In un’altra occasione, sempre nel 2003, DI SALVO mi chiese di poter verificare presso l’Assessorato ai Lavori Pubblici di Palermo, notizie su un finanziamento di un lavoro del Comune di Castroreale per i lavori di consolidamento di un costone per un importo di circa un milione di Euro. In occasione di un mio viaggio a Palermo, chiesi ad un ufficio di tale Assessorato sullo stato della pratica relativa al citato finanziamento. Il funzionario regionale mi disse che il finanziamento era stato già accordato e firmato ma gli atti non erano stati inviati al Comune di Castroreale. Io mi appuntai gli estremi del finanziamento, ed al mio ritorno diedi i miei appunti a DI SALVO. DI SALVO mi chiese di partecipare alla gara indicando nella mia offerta il numero di percentuale che mi indicò, ed io in effetti partecipai a tale turbativa, anche se l’appalto se lo aggiudicò una ditta locale vicina a DI SALVO e RAO Giovanni. So che il conteggio di queste offerte fu organizzato da AQUILIA che fece la turbativa per conto di DI SALVO Salvatore e di RAO Giovanni, perché aveva interessi al Comune di Castroreale, essendo lui originario. Fu lo stesso DI SALVO a precisarmi che l’aggiudicazione di questo appalto era un loro preciso interesse ed io non potei oppormi a partecipare alla turbativa.
ADR: Non ho copia della documentazione dell’appalto perché partecipai solo per esservi stato costretto da DI SALVO. Poi DI SALVO venne arrestato e non so chi materialmente segui l’andamento di questi lavori, se fu lo stesso RAO Giovanni od altri.
Altra vicenda che mi lega a DI SALVO Salvatore riguarda un appalto nel Comune di Falcone, relativo ad un’opera marittima per la protezione del lungomare, con la messa in posa di massi. La gara venne espletata nel 2003, prima dell’arresto di DI SALVO, lui cominciò a seguire i lavori ma poi venne arrestato ed i lavori vennero interrotti momentaneamente. Io e mio fratello fummo costretti a proseguire i lavori, ricordo che venne a parlarci il geometra SCOLARO che lavorava presso la società di DI SALVO, non so se assunto con la SUD EDIL SCAVI o con la CODIM. SCOLARO disse che era stato DI SALVO a dirgli di riferirci ciò. Noi per tali lavori non abbiamo avuto alcun compenso e siamo stati, per contro, costretti ad effettuare tali lavori senza alcun vantaggio. Abbiano tecnicamente seguito i lavori ma senza mai risultare perchè non avevamo partecipato alla gara d’appalto, perchè era una categoria che noi non possedevamo. I lavori erano stati aggiudicati ad una ditta di Gela, ma non ricordo la denominazione, ma posso dire che DI SALVO stava svolgendo i lavori tramite questa società.
omissis Questi sono gli unici episodi che mi vedono coinvolto con DI SALVO poiché eravamo costretti a farlo, poiché temevamo ripercussioni. Anche se non ci minacciava la sua fama di persona pericolosa ed appartenente alla mafia barcellonese ci incuteva quel timore e sapevamo di non poterci sottrarci alle sue richieste.
ADR: Si, in effetti, a differenza di quanto ho detto in precedenti verbali, ammetto di aver partecipato alle indicate turbative ed, in particolare, nelle occasioni in cui me lo richiedeva DI SALVO io davo la busta di offerta con la percentuale da lui indicatami, secondo il sistema organizzato da AQUILIA. Voglio precisare che io non partecipavo al sistema delle turbative organizzato da AQUILIA, ma come già detto, che mi resi disponibile soltanto perché costretto ad accettare le condizioni di DI SALVO, e quindi soltanto quando lui me lo richiedeva, presentando la busta con la percentuale da lui indicata.
Voglio precisare che per quanto riguarda l’appalto del Comune di Spadafora, a parte il nolo dei mezzi, il lavoro è stato eseguito esclusivamente dalla CO.GE.MAR. e la SUD EDIL SCAVI non ha dato alcun supporto tecnico e lavorativo.”.

MARCHETTA Maurizio, per altro verso, ha ammesso di conoscere di persona e di aver avuto affari in comune con lo stesso Saro CATTAFI, pur cercando di minimizzare il più possibile l’entità e qualità di tali rapporti.
Egli per altro verso, si è limitato ad affermare “… per come si diceva in giro… l’avvocato Cattafi aveva rapporti diretti con Giuseppe Gullotti”.

Verbale di interrogatorio di MARCHETTA Maurizio del 7.2.2011, ore 10,20. 
omissis
ADR: Conosco l’avvocato Cattafi, al quale ho fatto causa. Il Cattafi, nell’anno 2001, con la sua famiglia era proprietario di un rudere situato in via Garibaldi di Barcellona, che intendevo parzialmente permutare, nel senso che io avrei fatto i lavori ed una parte dello stabile sarebbe rimasta a lui, mentre l’altra a me. Parte di questo rudere, o meglio la parte sana dello stesso, prospiciente in via Papa Giovanni, era affittato a tale Prestipino che si occupa di caldaie. Raggiungemmo l’accordo ed io feci il relativo progetto; aggiungo che i lavori li avrei fatti con un collega che ancora non avevo individuato. Poiché l’affittuario non lasciò l’immobile il programma fallì ed io, come detto, gli feci causa.
ADR: Ho saputo, per come si diceva in giro, che l’avvocato Cattafi aveva rapporti diretti con Giuseppe Gullotti, ma non ho notizie dirette su un suo coinvolgimento in organizzazioni criminali barcellonesi.
ADR: Non ho mai visto il Cattafi insieme a Salvatore Di Salvo.
omissis
ADR Ribadisco, anche se può apparire inverosimile, come mi contestano le SS.LL, che le mie conoscenze del Cattafi sono quelle di cui ho già detto nel precedente verbale.
omissis

Il dato che in questa sede rileva, e che si vuole sottolineare, è il seguente: le dichiarazioni di BISOGNANO Carmelo, laddove costui ha riferito che in occasione dei lavori per la realizzazione dell’acquedotto di Furnari egli stesso fu “dissuaso” dal partecipare alla gara ad opera del DI SALVO, il quale lo informò che a quell’opera erano interessati l’ “avvocato” e l’imprenditore Maurizio MARCHETTA, hanno trovato un riscontro; ciò perlomeno nella parte in cui lo stesso MARCHETTA ha ammesso di aver intessuto rapporti “particolari” con il DI SALVO e nutrito interessi comuni nel settore delle turbative d’asta, con l’ovvia conseguenza che proprio il DI SALVO era un soggetto che ben poteva essere in possesso di tali informazioni “riservate” sul conto dell’imprenditore MARCHETTA.
Per altro verso lo stesso MARCHETTA ha ammesso non solo di conoscere personalmente, ma di aver avuto anche affari in comune con lo stesso Saro CATTAFI, pur cercando di minimizzare, come già detto, l’intensità e la frequenza di tali rapporti.

8. I “legami” di Rosario Cattafi con l’hotel Hilton di Portorosa.
Secondo il racconto di BISOGNANO Carmelo, egli, all’incirca nel 2003, in occasione dei lavori per la realizzazione dell’albergo Hilton di Portorosa, fu “fermato” e puntualmente richiamato all’ordine da Sam DI SALVO, il quale lo “dissuase” dal suo proposito di sottoporre ad estorsione la ditta che si stava occupando di quei lavori; anche in quel caso DI SALVO lo invitò a fermarsi e desistere perché a quell’opera era interessato lo stesso Saro CATTAFI (“Per quanto riguarda l’albergo di Portorosa, posso dire che quando cominciò la costruzione ad opera dall’impresa Eurocostruzioni Paternò, se non erro, mandai Rottino Antonino sui cantieri, facendogli mettere una bottiglia incendiaria a scopo intimidatorio. Di Salvo, quando seppe questi fatti, mi disse di non andare avanti in quanto ci potevamo accontentare di 3 mila euro per le feste, perché interessava all’on.le Beninati e a Saro Cattafi, nel senso che erano coinvolti nella costruzione di questo albergo sin dal momento dell’erogazione dei finanziamenti. Andai, sempre su indicazioni del Di Salvo, dal capo cantiere per tranquillizzarlo ed egli nell’occasione mi diede la somma di 3 mila euro.).
In effetti, un’importante conferma a tali affermazioni è derivata dalle risultanze del procedimento 3518/2008 RGNR Mod. 21 – Procura di Messina, definito con richiesta di archiviazione.
La D.I.A. di Messina, nell’ambito del procedimento 3518/2008 RGNR (stralcio dal procedimento 862/2007) prendeva in esame, in particolare, la figura di GARRAFFO Barbaro, nato a Paternò l’1.1.1944, per una ipotesi di riciclaggio in ordine alla gestione dell’hotel Hilton di Portorosa.
La famiglia GARRAFFO di Paternò, cui appartiene GARAFFO Barbaro, controllava la società Eurocostruzioni spa, proprietaria dell’hotel Hilton Siciliy di Portorosa. La società Eurocostruzioni spa, con sede in Paternò via Vittorio Emanuele n. 424, ha come suo legale rappresentante GARRAFFO Giuseppe, nato a Catania il 14.11.1970, figlio di GARRAFFO Barbaro. Quest’ultimo, pur non risultando il legale rappresentante della società, di fatto ne risulta essere il gestore effettivo, essendo colui che materialmente intrattiene i rapporti con le amministrazioni pubbliche per l’assegnazione dei relativi appalti.
GARRAFFO Barbaro veniva arrestato in data 1.4.1989 dalla compagnia C.C. di Paternò per il reato di favoreggiamento personale, in quanto aveva favorito la latitanza di quattro soggetti, fra cui il noto FERRERA Giuseppe, detto “”U Cavadduzzu”, appartenente alla cosca FERRERA, di cui sono noti i legami con la famiglia SANTAPAOLA, per aver ospitato nella sua villa in c.da Vitelleria di Belpasso tali soggetti. GARAFFO Barbaro veniva condannato per il reato di favoreggiamento, mentre cadeva l’ipotesi associativa di 416 bis c.p. formulata a suo carico.
GARRAFFO Barbaro si avvale per l’espletamento della sua attività del genero BISIGNANO Fabio, figlio dell’ex sindaco di Furnari, BISIGNANO Franco Antonio (cfr. informative DIA di Messina dell’11.6.2207 e 9.11.2007). Dalle intercettazioni telefoniche esperite nel procedimento n. 862/2007 si evinceva che il GARRAFFO Barbaro era in stretti rapporti con l’onorevole Nino BENINATI. Infatti, da alcune conversazioni dell’aprile 2008 (telefonata n. prog. 718 del 12.4.2008; telefonata n. prog. 721 del 12.4.2008; telefonata n. prog. 820 del 15.4.2008; telefonata n. prog. 887 del 16.4.2008; RIT 312/2008), si evinceva che il GARRAFFO si era impegnato a favore del BENINATI per le elezioni politiche dell’aprile 2008. Sempre dalle intercettazioni telefoniche esperite nel procedimento n. 862/2007, risultava che il GARRAFFO era in contatti anche con Saro CATTAFI. In una conversazione telefonica del 20.5.2008 (telefonata n. prog. 476 del 20.5.2008; RIT 478/08) CATTAFI telefonava al GARAFFO Barbaro per perorare la riassunzione di un soggetto, già in servizio presso l’hotel di Portorosa, quale responsabile della sicurezza, che era stato da poco licenziato. Il GARAFFO esprimeva molta deferenza (“avvocato, non si deve dispiacere, non di deve scusare di niente, lei è un carissimo amico, per cui … se la possiamo fare una cosa la facciamo, io mi auguro che si possa fare… signor avvocato a disposizione sempre… no… è un piacere sentirla eh… mi saluti l’amico suo che poi è anche amico mio tra parentesi… è una squisita persona…”). In una successiva conversazione telefonica del 23.5.2008 (telefonata del 23.5.2008; RIT 478/08) il Garraffo veniva chiamato dal Cattafi che gli chiedeva un incontro; il Garraffo gli rispondeva che, se necessario, era disponibile ad incontrarlo quando voleva. Infine, in una conversazione telefonica del 27.5.2008 (telefonata n. prog. 819 del 27.5.2008; RIT 478/08) CATTAFI telefonava nuovamente al GARAFFO Barbaro per perorare la riassunzione. Quest’ultimo delegava il genero Fabio Bisignano alla risoluzione della vicenda. CATTAFI, nel corso della telefonata, si alterava quando GARAFFO Barbaro sosteneva che egli, ossia il GARAFFO stesso, aveva fatto delle cortesie in passato, forse delle assunzioni, in favore del CATTAFI (“…lei ne ha avuto gente da noi, non è che non ne ha avuto…”); il CATTAFI precisava che anche lui aveva fatto delle cortesie al GARAFFO, ma “nell’amicizia” (“… poi da parte mie le ho fatte, ma nell’amicizia… non si fa il peso di chi ne fa di più o meno…”) (cfr. note della DIA di Messina del 16.6.2008 e del 17.3.2010). Appare comprovata, in tal modo, una qualche forma di “interesse” del Cattafi, almeno in passato, verso la realizzazione e/o la gestione dell’hotel Hilton di Portorosa, così come dichiarato da Bisognano e, indirettamente, dallo stesso Gullo.

9. I contatti fra Cattafi e l’avvocato SCIOTTO Francesco.
Si è già visto come BISOGNANO Carmelo abbia ricordato anche alcuni contatti verificatisi fra Saro CATTAFI ed importanti esponenti della politica regionale siciliana, fra cui l’avv. Francesco SCIOTTO (“…Con riferimento ai rapporti fra Saro CATTAFI e la politica e la Pubblica Amministrazione, posso riferire una serie di episodi, fra cui quello legato alle elezioni regionali, svoltesi nel 2001 o 2002. In quell’occasione vennero a trovarmi, BUCCERI Concetto, CALABRESE Tindaro, un tale Renato di cui non ricordo il cognome, Sindaco o vice sindaco del Comune di Letojanni, e l’onorevole SCIOTTO, forse di A.N.. Ci incontrammo a Portorosa, ci sedemmo ai tavolini di un bar che era chiuso ed in quell’occasione l’onorevole SCIOTTO mi chiese di raccogliere per lui i voti nell’ambito dei Comuni di Mazzarrà e Novara di Sicilia. Ricordo che l’onorevole SCIOTTO pronunciò la seguente frase: “Per Furnari sa vidi me cumpari Saru”, riferendosi alla persona di Saro CATTAFI. L’onorevole precisò che in cambio dei voti ci avrebbe corrisposto del denaro; io gli risposi che i soldi non mi servivano e che, al limite, una volta eletto avrebbe potuto contraccambiare il favore. Mi ricordo che in quel periodo noi avevamo ricevuto da RAMPULLA Sebastiano la disposizione di votare per l’onorevole CUFFARO, esponente dell’UDC…”). In effetti già la più volte menzionata informativa GI.CO. di Firenze del 3.4.1996 ha dimostrato i frequentissimi contatti telefonici verificatisi nel 1991 – 1992 fra le utenze in uso al CATTAFI e quelle in uso all’allora onorevole della Regione Siciliana ed assessore all’Industria, Francesco SCIOTTO. Inoltre, i rapporti di frequentazione tra il Cattafi e l’avvocato Sciotto Francesco sono stati documentati in alcuni atti di polizia, in particolare attraverso un’annotazione di servizio risalente al 30/09/1993, redatta dai C.C. della Stazione di Palermo Porta Montalto: in quella occasione veniva ufficializzato un controllo avvenuto in data 29.09.1993, alle ore 22.30, all’altezza dell’ingresso turistico dell’Assemblea Regionale Siciliana di una autovettura Wolkswagen Golf trg. ME409353, intestata a Cattafi Rosario Pio. Nell’occasione sopraggiungeva una Fiat Croma blindata di colore bleu, tg PA 09580, munita di paletta governativa sul parabrezza, dalla quale scendeva un individuo che subito dopo salito a bordo di quella Wolkswagen Golf. I due soggetti venivano identificati in Cattafi e Sciotto; quest’ultimo, fra l’altro, aveva dichiarato di svolgere l’incarico di Assessore all’Industria presso la Presidenza Regionale Siciliana e di “garantire” per il Cattafi.
(Vds allegata annotazione di servizio del 30.09.1993 redatta da militari della Stazione CC. di Palermo-Porta MOntalto)
Da ultimo, anche alcune intercettazioni nell’ambito dell’indagine “Ombra” hanno confermato i rapporti intercorrenti tra il Cattafi e lo Sciotto. Infatti, il 09/08/2011, nel corso di una conversazione intrattenuta tra la madre del Cattafi e la moglie dello Sciotto, la prima riferiva che “Franco” era “… cresciuto da loro” (cfr. annotazione ROS del 28.1.2012, in atti).

Conv. Progr. 12308 delle ore 20.4del 09.08.2011:
Cattafi Rosario chiama Laura portandole i ringraziamenti della madre per il pensiero avuto. Gliela passa al telefono. Donna Lina (madre del Cattafi) ringrazia Laura per l’olio che le ha mandato chiedendo altresì notizie di Franco. Donna Lina riferisce che Franco è cresciuto da loro.

10. Le denunce presentate da Cattafi Rosario per le invasioni di terreni.
Come si è già detto in precedenza, il ruolo di assoluto rilievo del CATTAFI in seno alla famiglia barcellonese fu ribadito al BISOGNANO anche da un altro “numero uno” dell’organizzazione, quale BARRESI Eugenio; ciò in occasione di una banale controversia che si era venuta creare fra il CATTAFI e CALCO’ LABBRUZZO Salvatore per questioni di pascolo e di invasione di terreni (“Con riferimento a Saro CATTAFI, riferisco il seguente episodio verificatosi nel 1990-1991: CALCO’ LABRUZZO Salvatore, soggetto organico al nostro gruppo barcellonese, nel corso di una transumanza da Polverello verso Messina, stazionò con i propri animali in un terreno di proprietà della famiglia CATTAFI a Furnari, tuttora di proprietà di questa famiglia. A seguito di ciò, Saro CATTAFI, assieme al fratello, si recò dai Carabinieri e sporse una denuncia per pascolo abusivo. Venuto a conoscenza di tale circostanza, manifestai la mia sorpresa e meraviglia a BARRESI Eugenio, chiedendogli in tono piuttosto polemico: ”Saro CATTAFI, chi mistieri fa?, fa u sbirru o fa u mafiusu?”. Con ciò intendevo dire che il CATTAFI era a conoscenza del fatto che CALCO’ LABRUZZO fosse un soggetto a noi vicino. BARRESI Eugenio, evidentemente non contento di quel mio commento, mi disse che Saro CATTAFI era un soggetto che era di beneficio per tutto il gruppo e che non era il caso di fare commenti.”).
BISOGNANO ha ribadito questo concetto anche nel corso di una sua recente deposizione del 28.11.2011 nell’ambito del processo d’appello n. 796/2010 RG e 778/2009 RGNR (c.d. operazione “Sistema”). In quella sede il collaboratore affermava: “… Mi perdoni, prima voglio fare questa piccola premessa; nel ’90 succede un fatto, Calcò Labbruzzo Salvatore, uno dei nostri affiliati, fa l’allevatore… in tutta la sua famiglia fanno gli allevatori, nella sua transumanza, che va verso Messina, cioè da Montalbano sposta i suoi animali verso Messina nel periodo invernale, staziona in una proprietà in contrada Merlo, comune di Furnari… dovrebbe essere… di proprietà della famiglia Cattafi… Lì succede un inconveniente, vengono fatti degli esposti, o una querela, che non so che fine abbia fatto, ma penso… non sia stata portata oltre, poiché ci sono stati degli interventi sia da parte mia che da parte di Trifirò Giuseppe, perché saro Cattafi era andato a fare questo esposto che gli era stata invasa questa proprietà dalle mucche. Era una proprietà abbandonata, piena di rovi; c’è un fabbricato, ma era tutta piena di rovi… Lì io mi pronunciai in modo forse un po’ troppo violento, ma avendo appreso che il Cattafi faceva parte della nostra organizzazione, perché me l’aveva detto Trifirò Giuseppe, mi rivolsi verso la sua persona… non conoscendolo, perchè io mai personalmente ho avuto a che fare con Saro Cattafi, mi rivolsi con questa espressione:“Ma ‘stu cristianu che face? U sbirru o u mafioso?”, cioè può fare una cosa, non può fare ambedue le cose, anche perché lui sapeva che Calcò Labbruzzo Salvatore era un nostro appartenente, in quel contesto fui ripreso da Barresi Eugenio, buonanima, dicendomi di non usare queste espressioni nei riguardi dell’avvocato Cattafi, perché era una persona a noi vicina, organica a noi e che non era giusto che io… lo toccassi con queste frasi…”.
L’odierno indagato, con un recente esposto del 3.2.2012, ha sostenuto come il collaboratore, con riferimento a tale specifico episodio, abbia riferito cose assolutamente false: infatti, secondo l’assunto del Cattafi, egli aveva presentato una denuncia per invasione di terreni e pascolo abusivo inerente una sua proprietà sita effettivamente in contrada Merlo del comune di Furnari, ma contro CALCO’ LABBRUZZO Gino, e non contro CALCO’ LABBRUZZO Salvatore, e, soprattutto, nel marzo del 1999 e non certo nel 1990 – 1991, come invece aveva affermato il BISOGNANO. Inoltre egli non aveva assolutamente desistito da quell’azione, ma aveva invece ottenuto una condanna definitiva nei confronti di CALCO’ LABBRUZZO Gino, facendosi anche liquidare da costui una parte dei danni subiti (cfr. copia dell’esposto, in atti). In effetti, le ricerche poste in essere da parte del ROS CC di Messina non hanno consentito, almeno allo stato, di individuare altre denunce presentate in tempi antecedenti dal CATTAFI o dai suoi familiari, per fatti analoghi. Va però osservato, in primo luogo, che CALCO’ LABBRUZZO Gino altri non è che il fratello di CALCO’ LABBRUZZO Salvatore. Va parimenti osservato che era lo stesso CATTAFI che, nella sua denuncia – querela dell’1.4.1999 presentata presso la stazione C.C. di Furnari, sosteneva espressamente: “Preciso altresì che da diversi anni ho subito e riscontrato danni alle colture e ai fabbricati esistenti in loco. Per ultimo nello scorso mese di agosto ignoti hanno dato alle fiamme una parte del fondo, danneggiando e distruggendo diverse piante di ulivo.” (cfr. denuncia in atti). Ne consegue che appare altamente plausibile che il fatto riferito dal BISOGNANO, da collocarsi negli anni ’90 – ’91, quando era ancora in vita TRIFIRO’ Giuseppe, detto “Carabedda”, ucciso nell’agosto del 1991, nulla abbia a che fare con quello enunciato dallo stesso CATTAFI e verificatosi successivamente, nel marzo del 1999. Infatti appare provato come nel corso degli anni si sia svolto un contenzioso non indifferente con vari membri della famiglia CALCO’ LABBRUZZO, avente ad oggetto sempre il medesimo argomento: l’invasione di terreni ed il pascolo abusivo attuato da questi ultimi soggetti nei riguardi di una proprietà del CATTAFI, sita in contrada Merlo del comune di Furnari. A riprova di ciò è sufficiente indicare un’altra denuncia – querela presenta dal CATTAFI in data 21.1.2000 nei confronti di un altro fratello di CALCO’ LABBRUZZO Salvatore, Pietro, sempre per il medesimo motivo (cfr. denuncia in atti, allegata dallo stesso indagato). Appare del pari assolutamente plausibile che l’ “intervento” di Trifirò Carmelo e dello stesso BISOGNANO, menzionati dal collaboratore all’udienza del 28.11.2011 (“…vengono fatti degli esposti, o una querela, che non so che fine abbia fatto, ma penso… non sia stata portata oltre, poiché ci sono stati degli interventi sia da parte mia che da parte di Trifirò Giuseppe, perché saro Cattafi era andato a fare questo esposto…”), avessero prodotto il loro effetto, facendo in modo che il CATTAFI, almeno in quella prima occasione, avesse desistito dal proporre o comunque dal formalizzare una querela nei confronti di CALCO’ LABBRUZZO Salvatore. Non può non osservarsi, in definitiva, come il narrato del collaboratore, lungi dall’essere stato smentito, abbia invece ricevuto una indiretta conferma dalle stesse parole dell’odierno indagato.

fonte: 

http://www.enricodigiacomo.org/2012/08/barcellona-pg-larresto-dellavvocato-rosario-pio-cattafi-nelloperazione-gotha-3-gli-elementi-complessivi-di-riscontro-terza-parte/ 

BARCELLONA PG, L’ARRESTO DELL’AVVOCATO ROSARIO PIO CATTAFI NELL’OPERAZIONE GOTHA 3: GLI ELEMENTI COMPLESSIVI DI RISCONTRO (QUARTA PARTE). Il “sostegno elettorale” di Gullotti a favore di Agostino Cattafi. I RAPPORTI di Rosario CATTAFI con NAPOLI Santo





11. Il “sostegno elettorale” di Gullotti a favore di Agostino Cattafi.

Le dichiarazioni di Gullo Santo circa il sostegno elettorale fornito da Gullotti Giuseppe in favore del fratello di Saro Cattafi, Agostino, in occasione delle competizioni elettorali per il comune di Furnari, hanno trovato un eccezionale riscontro nelle risultanze del procedimento n. 576/1995 RGNR Mod. 21, iscritto presso la Procura di Barcellona PG, anche questo definito con richiesta di archiviazione. Nell’ambito di questo procedimento, assumono uno straordinario rilievo la dichiarazioni di MONTESANTO Giuseppe, il quale, lamentandosi di alcuni abusi commessi a suo dire dal sindaco Agostino CATTAFI, affermava di essere stato avvicinato proprio da GULLOTTI Giuseppe, immediatamente prima dello svolgimento delle elezioni comunali. Il Gullotti, secondo il narrato di Montesanto, gli aveva chiesto di votare per Agostino Cattafi, confidandogli di essere amico di Agostino e dello stesso Saro. Il MONTESANTO aggiungeva che il Gullotti, in quella occasione, era insieme a Mimmo PRIVITERA, ossia uno di quei soggetti indicati da Gullo come partecipanti alla “riunione elettorale” svoltasi a Furnari (cfr. verbali di interrogatorio di Gullo del 26.9.2011).

Si riportano le dichiarazioni di MONTESANTO Giuseppe:
verbale di sit del 24.5.1995
… … …
Credo che le nostre disavventure con l’amministrazione comunale siano dipese dal fatto che la mia famiglia, anche se non abbiamo fatto politica, è simpatizzante per il partito opposto a quello dei Cattafi. … … …
Durante il periodo elettorale, giungendo nella piazza del paese, sono stato avvicinato da Gullotti Giuseppe di Barcellona, il quale chiamandomi per nome mi diceva che era venuto a conoscenza della mia posizione politica avversa al Cattafi Agostino e, dopo avermi detto di essere suo compare, facendo leva sulla mia buona conoscenza con il di lui defunto suocero Rugolo Francesco, mi invitava a votare per lui ed anzi a cercare voti per lui. Mi riferiva anche della buona amicizia che intercorreva tra lui ed il fratello del Cattafi Agostino, il più noto Saro Cattafi. Preciso che il Gullotti, nell’occasione era accompagnato dal dott. Mimmo Privitera. … … …
Sono a conoscenza del fatto che nel comune di Furnari era prevista la costruzione di una piscina coperta, già localizzata e redatto il progetto esecutivo; l’amministrazione Cattafi, dando ex novo l’incarico per la progettazione di una piscina, ha localizzato il sito su terreni di proprietà della sua famiglia e dando l’incarico per la progettazione alla sorella del dott. Privitera, mentre il terreno già destinato alla piscina, di proprietà di suoi amici e suoi elettori, è diventato terreno edificabile… … …”.

12. I RAPPORTI di Rosario CATTAFI con NAPOLI Santo, soggetto “contiguo” all’organizzazione barcellonese.

Le dichiarazioni di LA ROSA Antonino.
In data 21.10.2000 LA ROSA Antonino, capogruppo consiliare dei D.S. al comune di Milazzo, riferiva di essere stato avvicinato dal “collega” NAPOLI Santo, anche egli consigliere comunale UDEUR presso quel centro, per un motivo alquanto strano. Secondo il racconto del LA ROSA, NAPOLI Santo gli aveva chiesto esplicitamente di intervenire presso il dr. SIRNA, in quell’epoca dirigente del Commissariato di P.S. di Barcellona, soggetto conosciuto dal LA ROSA, affinchè quel funzionario di Polizia “ammorbidisse” la sua posizione nei confronti di Rosario CATTAFI; ciò anche alla luce di una “relazione” che il dr. SIRNA avrebbe dovuto inviare all’Autorità Giudiziaria sul conto dello stesso CATTAFI. Si riportano le dichiarazioni di LA ROSA:

Verbale del 21.10.2000
“Sono capogruppo consiliare dei D.S. del comune di Milazzo dal maggio del 2000 e faccio parte della maggioranza consiliare che sostiene l’attuale amministrazione comunale. Ieri, 20 ottobre, mentre mi trovavo nel palazzo comunale, in particolare nella sala giunta dove si stava svolgendo la riunione della seconda commissione consiliare di cui fa parte anche il consigliere comunale dell’UDEUR Napoli Santo. Quest’ultimo, arrivato in ritardo alla vigilia della chiusura della seduta della commissione, mi invitava ad uscire fuori dalla stanza in quanto doveva parlarmi urgentemente. Uscito fuori dalla sala giunta, si accomodava su una sedia posta accanto alla stanza del segretario generale dott.ssa ALFINO Maria Elisa; accomodandosi estraeva dalla propria tasca dei pantaloni un’agendina ed aprendola usciva un biglietto, che al momento non riuscivo a leggere. A tale proposito il NAPOLI mi poneva una specifica domanda: “Conosci tale SIRNA di Barcellona che ha a che fare con le Forze dell’Ordine?”. Io risposi che conoscevo il dr. SIRNA, dirigente del Commissariato di PS di Barcellona P.G.. Visto l’esito positivo della risposta, lo stesso continuava col dire: “Dal momento che tu lo conosci, fai in modo che qualcuno che sta sopra di lui lo ammorbidisca”. Non capendo a cosa alludesse il NAPOLI e che cosa volesse da me, io gli chiesi cosa voleva dirmi e questi mi raccontava: “che il nominativo di questa persona (il SIRNA) gli era stato dato da tale Saro CATTAFI di Barcellona PG e che era volontà di quest’ultimo intervenire presso il dirigente del Commissariato di PS affinchè ammorbidisse la sua posizione inerente una relazione da inviare all’Autorità Giudiziaria”. Se non ricordo male tale informativa a cui faceva riferimento il NAPOLI doveva trattarsi o riferirsi a fatti collegati ad indagini effettuate dall’A.G. di Firenze. Dopo tale richiesta mi invitava ulteriormente e più volte ad interessarmi alla sua richiesta, in quanto il SIRNA poteva rappresentare un problema per il CATTAFI. Alla richiesta del NAPOLI intuii l’eventuale pericolo e pertanto risposi allo stesso di non avere una conoscenza personale tale da poterlo influire e lui rispondeva dicendomi che mi dovevo rivolgere ad altri superiori a lui. Il NAPOLI concludeva la discussione salutandomi e mi annunciava: “che il Saro CATTAFI mi salutava desiderava fare al più presto la mia conoscenza”. Non ho mai visto e non so chi sia Saro CATTAFI. Posso solamente dire di avere appreso dagli organi di stampa che costui è un personaggio collegato ad ambienti malavitosi. Tale richiesta del NAPOLI, a parere mio, è scaturita essendo quest’ultimo consapevole delle mie conoscenze sia in ambito locale che nazionale di personaggi politici ed appartenenti alle Forze dell’Ordine di una certa importanza, quali il sig. Prefetto ed il Questore di Messina, il Presidente della Commissione Antimafia ecc. ecc… omissis…”.

In data 23.10200 e 10.11.2000 il LA ROSA ribadiva le sue precedenti dichiarazioni e comunicava di essere stato nuovamente avvicinato dal NAPOLI, sempre con il medesimo scopo.

Verbale del 23.10.2000
“Sono capogruppo consiliare dei D.S. al comune di Milazzo dal maggio del 2000 e faccio parte e della maggioranza consiliare che sostiene l’attuale amministrazione comunale. Oggi, alle ore 17,42, mentre mi trovavo nel mio ufficio (Agenzia Assicurazioni Levante Nord Italia) sito in questa via Nino Ryolo, palazzo Marullo, giungeva sulla mia utenza telefonica 090/9286780 una telefonata proveniente dall’utenza 090/9222821, comparsami sull’identificatore di chiamata. L’interlocutore si presentava come NAPOLI Santino, il quale mi chiedeva un modello prestampato per disdire l’attuale contratto di assicurazione che il NAPOLI ha con un’altra agenzia e nel contempo mi ricordava di non dimenticarmi una cosa importante, alludendo sicuramente a quanto da me dichiarato in questi Uffici in data 21 u.s..
Il NAPOLI mi disse esattamente le testuali parole: “Ti raccomando la cosa che ti ho detto”; il tono usato dal NAPOLI in merito a tale richiesta era marcato. … omissis… Ribadisco che la chiamata del NAPOLI è stata solamente un pretesto al fine di ricordarmi la “raccomandazione” per ammorbidire la posizione del dr. Paolo SIRNA, dirigente del Commissariato di PS… omissis…”.

Verbale del 10.11.2000
“…omissis… Giorno 8 novembre 2000, ore 18,30, mentre mi trovavo dinanzi al palazzo municipale ad aspettare alcuni consiglieri comunali ed un assessore per recarmi con i predetti a Palermo ad una riunione …omissis…, venivo avvicinato dal consigliere comunale dell’UDEUR, Santo NAPOLI, il quale mi chiedeva notizie per una pratica della pensione di invalidità di una persona che lui conosceva …omissis… Dopo la formulazione di tale richiesta, mi diceva le testuali parole: “Dda cosa dda m’a facisti pe l’amico me??” (quella cosa lì l’hai fatta per conto dell’amico mio??), riferendosi sicuramente alle pressioni da esercitare sul funzionario di polizia, dirigente del Commissariato PS di Barcellona PG, dr. Paolo SIRNA, a favore del Saro CATTAFI. Restando al gioco del NAPOLI, risposi che “avevo provveduto”, dicendo una falsità. A tal proposito il NAPOLI …omissis…. mi riferiva che sarei stato contattato successivamente dallo stesso NAPOLI per andare a prendere un caffè con il Saro CATTAFI, questo per ringraziarmi e conoscermi per il mio interessamento nei suoi confronti, che in realtà non c’è mai stato. …omissis… Nei primi giorni del mese di agosto ho notato nella segreteria del Sindaco il consigliere Santo NAPOLI in compagnia di un signore dell’apparente età di 50 anni, vestiva elegantemente e si faceva chiamare “avvocato”. Tale personaggio è rimasto impresso nella mia mente, in particolare per il suo aspetto fisico, ed anche perché si accompagnava con il NAPOLI. Ho saputo successivamente che poteva trattarsi del Saro CATTAFI. …omissis….
Si dà atto che il LA ROSA riconosce senza ombra di dubbio la fotografia n. 600 di questo album fotografico, che riporta un’effige che questo Ufficio identifica nella persona di CATTAFI Rosario Pio, nato a Barcellona il 6.1.1952… …omissis…
Non sono a conoscenza se il sindaco di Milazzo, ing. Antonio NASTASI, abbia ricevuto il NAPOLI ed il CATTAFI, né tanto meno il motivo di tale visita. Tuttavia posso dire che in quel periodo, nell’ambiente politico, era notorio che il NAPOLI stava esercitando una forte pressione sul sindaco, affinchè questi concedesse la delega come componente della Giunta Municipale (Assessorato) …omissis…”.

I fatti narrati dal LA ROSA venivano giudicati “veritieri” dal Commissariato P.S. di Milazzo, che aveva avviato nel frattempo un’indagine; ciò per una serie di ragioni (cfr. nota del Commissariato PS di Milazzo del 13.11.2000, in atti).
Come si è visto, il LA ROSA aveva riconosciuto senza ombra di dubbio in fotografia l’effige di Rosario CATTAFI ed aveva aggiunto di non essere a conoscenza se il sindaco di Milazzo, NASTASI Antonio, avesse ricevuto il NAPOLI ed il CATTAFI, né quale potesse essere il motivo di tale visita. Il LA ROSA, però, aveva riferito che in quel periodo, nell’ambiente politico, era notorio come il NAPOLI stesse esercitando una forte pressione sul sindaco, affinchè questi gli concedesse una delega per un assessorato. In effetti, in data 13 novembre 2000 veniva assunto a s.i.t. il sindaco della città di Milazzo, Antonio NASTASI, il quale confermava che effettivamente, nei primi giorni del mese di agosto, il consigliere comunale Santino NAPOLI si era recato presso il comune di Milazzo in compagnia di Saro CATTAFI di Barcellona e che in quella circostanza il CATTAFI aveva caldeggiato una rappresentazione teatrale di tale IANNUZZO, che voleva far scritturare per l’estate milazzese. Il sindaco, sempre in sede di verbalizzazione, riferiva altresì che il CATTAFI si era presentato anche in precedenza, sempre in compagnia del NAPOLI Santo, i primi giorni del mese di luglio di quell’anno; in quest’ultima circostanza il CATTAFI gli aveva proposto la candidatura ad assessore del consigliere comunale NAPOLI Santo (cfr. verbale di s.i.t. di NASTASI Antonio del 13.11.2000, in atti). A tale proposito, si deve osservare come, in base all’informativa del GICO di Firenze del 1996, sopra menzionata, risultino ampiamente provati i rapporti di conoscenza e di assidua frequentazione fra il CATTAFI ed il noto attore Gianfranco IANNUZZO (cfr. informativa del GICO di Firenze del 1996: in particolare analisi dei tabulati e dei contatti telefonici di CATTAFI Rosario negli anni 1990 – 1993). Il Commissariato di Milazzo, inoltre, sempre nella sua nota del 13.11.2000, rilevava come lo stesso CATTAFI Rosario, in quel periodo già destinatario della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Barcellona P.G., fosse stato autorizzato a recarsi presso l’ospedale di Milazzo in data 14.8.2000, dalle ore 9,30 alle ore 12,30; in effetti, proprio presso tale ospedale espletava attività lavorativa il NAPOLI Santo, in qualità di infermiere. Infine, il Commissariato di Milazzo precisava come il Commissariato P.S. di Barcellona non stesse svolgendo indagini sul conto di CATTAFI, anche se proprio in quel periodo la D.P.A.C. della Questura di Messina stava analizzando la posizione patrimoniale dello stesso, per un eventuale proposta di sequestro dei beni da avanzare nei suoi confronti. La nota del Commissariato di Milazzo concludeva: “Dai fatti sopra descritti sembrerebbe che NAPOLI Santo sia l’anello di congiunzione fra il mondo politico e la criminalità organizzata; tale ipotesi viene supportata sia dalle dichiarazioni del consigliere LA ROSA Antonio, dalle quali si evince un legame stretto del NAPOLI con Saro CATTAFI, dichiarazioni confermate anche dal sindaco NASTASI, nonché dagli atti di questo Ufficio come si evince dall’informativa redatta in data 9.3.1995 dalla Compagnia C.C. di Milazzo (allegato) nella quale si segnala che lo stesso NAPOLI Santo è “figlioccio” del noto pregiudicato MARTORANA Francesco, nato a Termini Imerese il 22.3.1942, ex sorvegliato speciale di P.S., assassinato in questo centro in data 20.1.1981, ritenuto dagli investigatori dell’epoca quale affiliato delle cosche malavitose locali. … ”. (cfr. nota del Commissariato di Milazzo del 13.11.200, in atti).

La figura di NAPOLI Santo.

La figura di NAPOLI Santo, in effetti, è emersa nel tempo quale soggetto “vicino” e “contiguo” alla criminalità organizzata dell’area milazzese e barcellonese. Il collaboratore di giustizia messinese Mario MARCHESE ha riferito di aver conosciuto nell’anno 1981 NAPOLI Santo, durante un periodo di comune detenzione avvenuta presso la Casa Circondariale di Messina. Successivamente, nel 1984, il NAPOLI gli fece conoscere tale VALENTI Salvatore, elemento bene inserito nell’ambiente malavitoso barcellonese e palermitano, successivamente ucciso. Il MARCHESE ha aggiunto che nell’anno 1985 il NAPOLI, unitamente al suddetto VALENTI Salvatore, si presentò presso la sua abitazione di Messina; nella circostanza, il VALENTI richiese per conto del noto mafioso palermitano Pietro AGLIERI di procacciare dei voti in favore dell’Avv. ZIINO Alfio, candidato nelle liste della democrazia cristiana. In quella circostanza il VALENTI confidò al MARCHESE che Pietro AGLIERI era in stretta amicizia con l’Onorevole MERLINO, messinese, e che era stato proprio quest’ultimo a richiedere l’interessamento dell’AGLIERI, affinchè costui contattasse nella città di Messina persone “di rispetto”, che potessero garantire il buon esito delle votazioni. In effetti l’Avv. Alfio ZIINO venne eletto consigliere comunale con 2139 voti di preferenza (cfr. dichiarazioni di MARCHESE Mario). Il collaboratore BISOGNANO Carmelo, nel suo verbale del 29.12.2010, pur rilevando come NAPOLI Santo non sia inserito in modo organico nell’organizzazione barcellonese, ha evidenziato come costui, in ogni caso, sia “persona di fiducia” di soggetti “autorevoli” quali DI SALVO Salvatore, RAO Giovanni e MERLINO Antonino: (“Non conosco personalmente Napoli Santo detto “Santino”, di Milazzo, posso però dire che costui svolge l’attività d’infermiere all’ospedale di Milazzo ed è persona di fiducia di Di Salvo Salvatore, Rao Giovanni e Merlino Antonino. Per quanto mi risulta non è inserito nell’organizzazione)” (cfr. verbale di BISOGNANO Carmelo del 29.12.2010, in atti). Dall’indagine “OMEGA”, non a caso, emergevano importanti contatti proprio fra il noto esponente mafioso barcellonese DI SALVO Salvatore, il suo sodale MASTROENI Carmelo e NAPOLI Santo. Infatti, nell’ambito dell’attività tecnica svolta sulle utenze del DI SALVO, veniva censurata una conversazione fra costui e MASTROENI Carmelo, durante la quale i due concordavano di recarsi a Milazzo, dove era stato già fissato un appuntamento per la mattina successiva con una persona in quel momento non identificata, chiamata “professore”. Veniva predisposto da parte del R.O.S. C.C. un servizio di O.C.P., che permetteva di documentare come il DI SALVO ed il MASTROENI avessero incontrato un soggetto riconosciuto dal personale operante proprio in NAPOLI Santo. Nella medesima attività investigativa, inoltre, risultava come NAPOLI Santo avesse intrattenuto contatti telefonici con il noto SCARDINO Cosimo, anch’esso condannato per il delitto ex art. 416 bis c.p. con sentenza passata in giudicato, nell’ambito del ben noto processo “Icaro”. Appaiono significativi anche alcuni controlli a carico di NAPOLI Santo, da cui emergono diversi contatti con i fratelli OFRIA Salvatore e Domenico.

Fra i vari controlli si segnalano i seguenti:
- controllato, il 03/02/1998, unitamente al pregiudicato mafioso Mastroeni Carmelo, emerso nel corso dell’indagine “Omega”;
- controllato, il 10/11/2003, mentre si recava a rendere omaggio alla salma di Ofria Carmelo, padre dei più noti pregiudicati mafiosi Salvatore e Domenico; segnalato il 12/11/2003, alle esequie del citato Ofria Carmelo, unitamente ad alcuni importanti esponenti criminali locali quali Giambò Carmelo e Arnò Pietro
- controllato, il 02/04/2007, da militari del NOR della Compagnia CC di Milazzo in quella piazza Onorevole Santi Recupero. In calce all’annotazione i militari operanti hanno annotato: “lo stesso gestisce la discoteca Babilon”.
- controllato, l’08.06.2009, dal Commissariato di Milazzo, unitamente al noto pregiudicato milazzese Pergolizzi Vincenzo.
Infine, dall’indagine “Pozzo 1” è emerso come NAPOLI Santo fosse interessato, quanto meno attraverso il figlio Antonino, alla gestione di diverse discoteche esistenti nella città di Milazzo, cui erano interessati a vario titolo anche i fratelli D’AMICO, Carmelo e Francesco (cfr. informativa Pozzo 1, capitolo IV, pg. 1379-1392, in atti).
Da ultimo, deve notarsi come i rapporti fra il CATTAFI ed il NAPOLI siano ancora attuali e si caratterizzino per l’estrema circospezione con cui si svolgono, così come documentato dal ROS C.C. nell’ambito del più volte citato procedimento “Ombra”, n. 2610/2011 RGNR Mod 21 (cfr. indagini delegate del ROS C.C. dell’1.3.2012, in atti). Il 06/07/2011, infatti, un servizio di osservazione e pedinamento permetteva di documentare che Cattafi Rosario Pio si recava a Milazzo ove, dopo essersi incontrato con altri soggetti, alle ore 19,04, entrava all’interno del negozio di abbigliamento denominato “Padalino”; qui i militari operanti avevano modo di vederlo seduto, in attesa, in una delle ultime stanze di quell’esercizio commerciale. Alle successive ore 19,30, entrava all’interno del medesimo locale Napoli Santo, il quale, sedutosi vicino al Cattafi, dialogava con lui per circa cinque minuti. Il personale operante riscontrava che né il Cattafi, né il Napoli, all’uscita dal negozio, avevano con loro merce acquistata in quel negozio che potesse giustificare la loro comune presenza all’interno di quel luogo. Si trattava, a tutti gli effetti, di un incontro riservato, peraltro non preceduto da alcuna preventiva intesa telefonica diretta tra i due, almeno così come risulta dalle utenze poste sotto controllo. Tale circostanza appare confermata dall’analisi del tabulato telefonico relativo all’utenza 090/9281381 collocata all’interno del negozio Padalino, ubicato in via Domenico Piraino n. 43: dalla sua analisi è emerso che alle ore 19:08:29 era stato composto il numero telefonico 340/7111342 intestato ed in uso a Napoli Santo. Il 17.11.12011, alle ore 14,06, veniva documentato un altro incontro tra Napoli Santo e Cattafi Rosario Pio, nei pressi del civico nr. 8 di via Medici di Milazzo. I due si soffermavano a conversare fra di loro, dirigendosi verso piazza della Repubblica, ove continuavano a parlare sino alle ore 14,15 davanti al bar “Ritrovo Diana”, lì ubicato.

http://www.enricodigiacomo.org/2012/08/barcellona-pg-larresto-dellavvocato-rosario-pio-cattafi-nelloperazione-gotha-3-gli-elementi-complessivi-di-riscontro-quarta-parte-il-sostegno-elettorale/ 

Informativa del G.I.C.O. 3.4.1996 di Firenze



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