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'ndrangheta: denunciò il clan Mancuso, ora lo minacciano... e attaccano la stampa che ne parla.

lug 11

Scritto da:
11/07/2012 10:35  RSS

E mentre si ricordano Falcone, Borsellino, si fanno parate e si proclamano grandi intenti .... in Calabria la mattanza continua. Mattanza di vite, mattanza di risorse. L'Associazione Antimafie "Rita Atria" è sempre più convinta che sia necessario unire le forze dell'antimafia sociale.

Il 28 luglio sera a Monasterace ricorderemo Rita Atria cercando di iniziare un discorso che unisca le forze sane di questo Paese e che non temono di dover dire alla politica ciò che pensano.... perché con la politica e con le istituzioni non devono barattare nulla.

A quei giornalisti che ogni giorno si spendono per tutti noi, per il nostro diritto all'informazione, va non solo la nostra solidarietà ma il nostro impegno ad essere cassa di risonanza e strumento di denuncia per le carenze istituzionali.

Associazione Antimafie "Rita Atria"

fonte: ilquotidianoweb.it

Denunciò il potente boss Mancuso, ora lo minacciano 
Attaccano articolo che parla di lui tra i manifesti funebri

Nei giorni scorsi il Quotidiano della Calabria aveva riportato la sua vicenda: dal 15 luglio gli verrà revocata la scorta. Dal 2003, anno in cui scoperchiò le malefatte del capoclan del Vibonese, iniziò per lui un calvario. Fino alle ultime minacce apparse per le strade di Vibo

L'articolo del Quotidiano tra gli annunci funebri (Foto Lo Gatto)

VIBO VALENTIA – Un’intimidazione è stata compiuta ai danni dell’imprenditore di Vibo Valentia Vincenzo Ceravolo, che negli anni scorsi ha denunciato per estorsione un boss del clan Mancuso di Limbadi. Ignoti hanno affisso, negli spazi riservati agli annunci mortuari vicino a piazza Municipio di Vibo, un articolo del Quotidiano della Calabria di alcuni giorni fa su cui era scritto che l’ufficio centrale di protezione ha disposto la revoca della scorta a Ceravolo a far data dal 15 luglio prossimo.   L’articolo è stato notato stamani da alcuni passanti che hanno informato la redazione del quotidiano i cui giornalisti hanno fotografato la fotocopia affissa al muro ed avvertito la Questura. Quando gli agenti sono giunti sul posto, però, la fotocopia dell’articolo era stata rimossa. Ceravolo, in ogni caso, ha presentato una denuncia in Questura.

L'imprenditore vibonese fu il primo a denunciare il clan potentissimo e grazie anche alle sue testimonianze fu incastrato Pantaleone Mancuso, il capocosca detto "Luni Scarpuni". Da allora, per lui, è iniziato un calvario.

fonte: ilquotidianoweb.it

Ceravolo, bersaglio nudo 
Lo Stato gli toglie la scorta

L'imprenditore vibonese fu il primo a denunciare il boss Pantaleone Mancuso di Limbadi, detto "Luni Scarpuni". Ma ora che il capoclan è tornato in libertà arriva anche l'annuncio della fine del programma di protezione per il suo accusatore

di PIETRO COMITO

VIBO VALENTIA - Vincenzo Ceravolo è un sopravvissuto. La mafia gli ha fatto la guerra. E anche lo Stato. E' in trincea da una vita. Partì da una piccola pescheria, che poi crebbe. Un punto vendita e poi un altro e un altro ancora. La pescheria si trasformò in gruppo, gruppo internazionale che dalla costa vibonese ha conquistato il mercato: dall'America latina ai Paesi dell'Asia. Un esempio per capire: il sushi sulle tavole dei giapponesi; il tonno rosso del Mediterraneo, fresco e ingrassato, è suo. Si sa, però, cos'avviene a certe latitudini del globo. La 'ndrangheta si fa sempre sotto e, se cresci, si fa sotto ancora di più. Minacce, estorsioni, attentati, danneggiamenti, furti. Una escalation che divenne insopportabile proprio quando Vincenzo Ceravolo si mise in testa di realizzare un miracolo: rilevare e convertire il sito industriale della Nostromo, fuggita dal Vibonese a gambe levate, all'inizio del millennio, per trasferire gli affari in Spagna. 

Ci riuscì, malgrado la pressione mafiosa, i risarcimenti non ottenuti e le traversie giudiziarie legate all'impresa compiuta. Da qualunque prospettiva lo si osservi, Ceravolo è un pezzo di storia dell'imprenditoria calabrese. Anche perché lui fu il primo a denunciare un boss del clan Mancuso, proprio mentre i Mancuso - disse la Commissione parlamentare antimafia - erano «il clan della 'ndrangheta finanziariamente più potente d'Europa». E non denunciò un boss qualunque, ma Pantaleone detto “Luni Scarpuni”, figura di primaria grandezza della holding criminale calabra, che fu arrestato, processato e condannato in via definitiva, nell'ambito di un processo penale che sembrò rappresentare lo spartiacque tra il passato ed il futuro. Un futuro che improvvisamente vide il “gigante” di Limbadi vulnerabile ai colpi dello Stato, messo in ginocchio dalle successive operazioni condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e dalla Squadra mobile di Vibo Valentia. Altri tempi quelli. E' da allora che Ceravolo, anche da testimone di giustizia ripetutamente vittima di attentati ed intimidazioni, vive braccato, bersaglio di una temuta vendetta e controllato a vista dagli uomini della scorta che gli era stata assegnata nel lontano 2003. Sono passati più di nove anni, ma ora, sostiene il competente Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, della protezione non ha più bisogno. Dal 15 luglio prossimo, quindi, niente più agenti armati ad esorcizzare ogni ritorsione nei suoi confronti: gliel'hanno comunicato pochi giorni addietro, con una nota di diciassette righe scritta in burocratese, dalla quale nulla si evince in ordine ai motivi sottesi alla decisione. D'altronde chi è stato condannato a causa delle sue denunce ha finito di scontare la pena e, oggi, è libero. D'altronde è come se questi ultimi dieci anni, trascorsi a martellare il potentissimo casato di Limbadi, non siano mai trascorsi. Perché tutto è, ora, punto e a capo. Sempre che anche un'istituzione del contrasto alla 'ndrangheta - il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi - non sbagli quando sostiene che i “padroni”, dal Vibonese al Nord Italia, sono di nuovo, ancora, loro: i Mancuso. «Paura? Ne più né meno di quella vissuta in questi anni», dice l'imprenditore. E' nello studio del suo legale, l'avvocato Antonello Fuscà. «Impugneremo questo provvedimento», spiega il noto penalista che assiste Ceravolo sin dall'inizio della sua odissea nelle aule di giustizia. Sentimenti e intenzioni non mutano lo stato dell'arte: dal 15 luglio niente più scorta. Ciò in una provincia che negli ultimi quattro anni ha visto trenta morti ammazzati, alcuni dei quali caduti - sostiene la Direzione nazionale antimafia - per aver alzato la cresta in un territorio che può avere un solo casato egemone. Comunicazione glaciale dallo Stato, che così ringrazia per i servigi ricevuti, giunta al sesto anniversario della morte di Fedele Scarcella, testimone di giustizia assassinato ad un tiro di schioppo dalle aziende del gruppo Ceravolo. Scarcella, vittima dimenticata della mafia, imprenditore agricolo che anni prima aveva denunciato una banda di malavitosi della Piana. Anni dopo la vendetta. «A dimostrazione - disse Tano Grasso ai suoi funerali, a Vibo - che la 'ndrangheta non dimentica mai». Ceravolo lo sa. Altri invece, nonostante Scarcella, nonostante Lea Garofalo, nonostante altri morti ammazzati, scelgono d'ignorare. 

09 luglio 2012 20:33

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