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"C'è un altro mondo fatto di cose belle..."

lug 3

Scritto da:
03/07/2012 14:31  RSS

"C'è un altro mondo fatto di cose belle..."

pubblicato sul n. 6 de "I Siciliani" Giovani

di Nadia Furnari 

Vent’anni… due decenni, dalla tragica scomparsa di Rita Atria. Nel ’92 a Palermo su uno striscione c’era scritto: “Non li avete uccisi, le loro idee cammineranno sulle nostre gambe”. Allora si può partire banalmente da una domanda: “le loro idee hanno camminato sulle nostre gambe”?

Rita Atria è la settima vittima della strage di via D’Amelio; una vittima uccisa per effetto di quella strage e che spesso viene ricordata come una morte per “disperazione”, per “solitudine”. Certo, Rita era disperata ed era sola ma perché era disperata? E chi l’aveva lasciata da sola?

Era disperata perché avevano ucciso il suo giudice e quindi la speranza di rimanere in vita; chi l’aveva lasciata sola?  La sua famiglia (sua madre e sua sorella); il suo paese, Partanna; lo Stato. Troppo comodo annoverare Rita Atria tra le vittime di mafia. No, Rita è vittima di mafia ma è anche vittima di quel sistema su cui  la mafia poggia i suoi pilastri; Rita è vittima di una società che giudica e accusa chi testimonia. “Poverina parlava per sentito dire”, “poverina si uccisa per disperazione”, “poverina aveva solo 17 anni”. Una pietà stracolma di ipocrisia, una pietà senza religione.

La tomba di Rita Atria non ha ancora un nome e a Partanna la cosa si giustifica semplicemente dicendo che “è usanza del Paese seppellire i morti senza nome”; verissimo. Molti morti non hanno il nome… ma quello di don Vito, il padre di Rita, la signora Atria lo ha messo sulla tomba. Giovanna Cannova Atria madre di Rita, una donna che non ha mai trasformato il suo dolore in sentimento di riscatto, il cui rancore le ha fatto distruggere la lapide della figlia quando era ancora seppellita con il figlio Nicola. Non ha distrutto quella lapide per fare un torto alla figlia, ha distrutto quella lapide perché a scegliere il luogo della tumulazione non era stata lei; ha distrutto quella lapide perché la fotografia e la frase che ricordava sua figlia non l’aveva scelta lei.

Giovanna Cannova c’era al funerale postumo del 1997 (perché nel ’92 pare non ci fossero le condizioni per un funerale normale ma solo per una benedizione veloce) organizzato dalle associazioni (“Rita Atria”, Libera, l’Arci, etc…), seduta nella navata laterale della chiesa quasi a voler sottolineare che lei era lì per sua figlia ma non stava con noi.  Non ho mai capito cosa ha spinto la mamma di Rita ad andare verso il giudice Caponnetto, alla fine della messa, per abbracciarlo quindi precipitare in un pianto a dirotto. Forse non siamo noi a dover dare una risposta a tutto questo.

Venti anni senza un nome sulla tomba e con un paese che difficilmente ricorda Rita perché forse è il simbolo di una rottura con la cultura mafiosa che impone il silenzio, la complicità e la connivenza. Rita per molti ha solo diffamato Partanna. Ma Rita viveva in quel paese e sapeva benissimo che “l'unico sistema per eliminare la mafia  è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore.”.

Rita ci ha tracciato la strada non solo per lottare contro la mafia ma ci ha detto che lei, figlia e sorella di mafiosi, quando ha conosciuto un’altra realtà ha deciso con forza da che parte stare. Schierarsi senza se e senza ma, senza cerchiobbottismi, senza compromessi che mortificano l’esistenza. Rita era una ragazza come tante, voleva vivere, voleva amare, voleva giocare, voleva andare al mare, voleva tornare a Partanna. Non è stata solo la mafia ad impedire tutto questo. Le complicità sociali e politiche sono corresponsabili di quel volo dal settimo piano di viale Amelia a Roma.

Per vent’anni abbiamo cercato di organizzare iniziative nelle scuole, attività sul paese in nome di Rita ma forse, era sembrato una forzatura, la scelta di chi fonda una associazione dedicata a Rita Atria a milazzo, a più di 300 km di distanza. Senza vivere il territorio. Da qualche anno abbiamo deciso di non tornare più a Partanna perché siamo rimasti in attesa di un segnale, di nuove energie che non avessero paura di citare quel nome, di ricordarne la storia senza chiamarla “poverina” ma di valutare le sue denunce, di rileggerle almeno in chiave politica visto che gli aspetti giudiziari sono stati definiti in un modo o nell’altro. La storia non si legge con le sentenze di tribunale ma con le valutazioni che appartengono a chi si impone di leggere il territorio. Rita era consapevole che non avrebbero mai trovato le prove di alcune delle sue denunce. Ma comunque ha voluto lasciare traccia in un verbale della procura. Rita ha scelto di testimoniare, anche senza prove, perché non era compito suo portare le prove… e Rita sapeva che con la morte di Paolo Borsellino anche la tenacia dell’azione giudiziaria sarebbe venuta meno. Ce lo dice la storia.  Nessuno l’ha convinta del contrario in quella settimana che separa il 19  dal 26 luglio ’92. La settimana che separa via D’Amelio da viale Amelia.

***

Il pomeriggio dell’uno giugno scorso i giovani del  PRC di Partanna organizzano un incontro su mafia e politica in piazza Falcone e Borsellino. Tutto sembra surreale: una cinquantina di sedie in mezzo alla piazza, le persiane intorno chiuse, alcuni passanti con un gelato in mano passeggiano quasi non esistesse quel gruppo di “poveri pazzi” che parla di mafia e politica a Partanna…..

Eppure… proprio lì, in quel territorio considerato  di competenza di Matteo Messina Denaro succede qualcosa.

Una decina di ragazzi fa sapere che vogliono costituire il presidio partannese dell’associazione antimafie “Rita Atria”. Voglio aderire ad un presidio che in ogni sua azione porti il nome di Rita; vogliono costituire un presidio indipendente sebbene parte di una associazione nata a Milazzo.

E’ un riconoscimento reciproco tra Milazzo e Partanna. E’ come se quei ragazzi con questa adesione avessero voluto riconoscere all’associazione il merito di aver tenuto in vita la memoria di Rita e, da parte dell’associazione, è come se il presidio di Partanna (dove c’era come rappresentante lo storico Michele Tammuzza) sia il vero legittimato a portare quel nome.

Sono nate le rose nonostante il cemento e nonostante ad annaffiare i terreni partannesi fossero rimasti veramente in pochi. Rita aveva ragione “Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”… Ce la faremo! ci hanno detto i ragazzi di Partanna. Oggi, io voglio togliere il forse e dire ce la faremo.

 

 

Articolo dei ragazzi

È un Belice che continua ad accendersi quello raccontato dalle cronache delle ultime settimane: divampano gli incendi che divorano gli uliveti in mano a Libera, si illuminano le menti di chi inneggia al solito Matteo Messina Denaro e, intanto, a pochi metri, si sviluppano nuovi fuocherelli, ad alimentarli un combustibile che promette fiamme ben più ostiche da domare.

Vent’anni dopo il suicidio di Rita Atria (la testimone di giustizia che si spense lentamente nel pieno dei suoi diciotto anni) un gruppo di giovani partannesi ha sentito l’esigenza di colmare quel vuoto di memoria civile non più tollerabile da parte dei concittadini. Il nove giugno scorso si è concretizzata una scelta contemplata da tempo, la costituzione di un presidio dell’Associazione Rita Atria a Partanna. A presenziare all’evento, Santo Laganà e Nadia Furnari, in rappresentanza dell’associazione che dal 1994 a oggi si è spesa in favore degli interessi della collettività, libera da condizionamenti, nel nome di Rita Atria. (qui potreste inserire il vostro commento, Nadia o Santo) ha affermato Nadia Furnari/Laganà.

“Il nostro obiettivo è costituire un osservatorio di legalità, insieme ai cittadini che sentono l’esigenza di destare le coscienze dormienti, analizzare le mafie e far conoscere ciò che accade nel nostro territorio – ha spiegato Enza Viola, castelvetranese componente del presidio – Bisogna passare dall’antimafia delle parole a quella dei fatti, trovare soluzioni comuni per un presente e un futuro alternativo. Nessuno vuol fare l’eroe ma oggi non basta più indignarsi, occorre denunciare”. Un’esigenza avvertita come preminente e condivisa da Antonella Nastasi, partannese, anche lei parte attiva del nuovo presidio: “Sono trascorsi vent’anni dalla morte di Rita Atria, di Falcone, di Borsellino e di tanti altri, loro vicini, nel combattere la mafia, vent’anni che impongono una riflessione, un bilancio, per capire ciò che è cambiato e ciò che non lo è. La presenza di un’associazione intitolata a Rita, nel suo paese natio, era doverosa, così come nel belicino, dove gli interessi e i traffici mafiosi e quelli “in odor di mafia” sono all’ordine del giorno, eppure accettati con una soccombenza agghiacciante. Noi vogliamo presentare la possibilità di un mondo onesto, dove vi sia la libertà di pensare e di costruire, senza sottostare alle regole di chi fa i propri interessi e cerca di tarparci le ali”. Una battaglia per la memoria, quella partannese, che si preannuncia anche di rivalsa, in un territorio dai lenti e travagliati cambiamenti, che custodisce al suo interno il potenziale per un riscatto.

Valentina Barresi



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