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La mafia? Al buio è più forte

mag 27

Scritto da:
27/05/2012 08:19  RSS

Ad oggi NESSUNA notizia dalla politica. Manca poco alla chiusura di Telejato... ma a Palermo, il 23 maggio, ha sfilato quella politica che si renderà responsabile di aver chiuso la bocca a circa 250 emittenti comunitarie... tra queste Telejato

 

Pubblichiamo un articolo di Salvo Vitale - storico amico di Peppino Impastato -

Peppino è stato ucciso. Pino Maniaci, per ucciderlo, basta spegnerlo.... e, questa volta, la mafia non c'entra.

 fonte Radio Aut

Di Salvo Vitale

 

Telejato Abbiamo TrasmessoPARTINICO è una cittadina di 30mila abitanti a 30 km, da Palermo. Nel contesto della “pax mafiosa” che ha caratterizzato il territorio della provincia di Palermo, dall’arresto di Totò Riina ai nostri giorni, questo è rimasto l’unico posto in cui ancora si spara: si contano 8 omicidi negli ultimi tre anni, un centinaio di attentati incendiari, e un susseguirsi di scene di ordinaria violenza, visto che i mafiosi di grosso calibro preferiscono girare alla larga, senza ingerirsi nelle beghe tra le cosche locali. Frank Coppola è stato il boss di maggiore spicco, tra i primi a occuparsi dei traffici di droga con gli Stati Uniti. A lui era legato un uomo politico locale, Santi Savarino, direttore del Giornale d’Italia (quotidiano fondato nel 1901 da Sidney Sonnino e Antonio Salandra e chiuso nel 1976, ndr), poi deputato nelle liste Dc, come dimostra un’affettuosa corrispondenza epistolare tra i due. Un suo cugino, padre Agostino Coppola, si distinse per il suo ruolo di mediatore nei sequestri eseguiti da Luciano Leggio e per avere sposato in pompa magna Totò Riina e Ninetta Bagarella. Un sistema di potere ricollegabile quindi a parti della Chiesa, a politici collusi e a boss di primo piano, come Nenè Geraci, Giovanni Bonomo, Filippo Nania, Vito Ofria, per arrivare, negli ultimi anni, alla famiglia Vitale (detta Fardazza), mafiosi legati ai corleonesi di Riina e poco propensi ad accettare la strategia di Bernardo Provenzano. Ai Vitale appartengono Giusy, notevole esempio di boss mafioso in gonnella, adesso collaboratrice di giustizia, e Giovanni, il primo boss poco più che 20enne chiamato a guidare la cosca locale.

Negli anni ’60 il territorio di Partinico è stato al centro dell’attività di Danilo Dolci, il sociologo triestino che, trasferendosi in Sicilia, diede un grande contributo al suo sviluppo economico e sociale. Per dire, grazie a Dolci inaugurò, nel 1970, la prima radio libera italiana, la “Radio dei poveri cristi”, che, sia pure chiusa dopo 24 ore, servì a far conoscere il dramma delle popolazioni devastate dal terremoto del Belice del ’68. Grazie alle sue lotte nacque la diga sul fiume Jato, che diede un grosso impulso all’agricoltura, togliendo dalle mani dei mafiosi la gestione delle acque irrigue e potabili. Negli anni ’70 la produzione vinicola ha dato luogo a un impressionante processo di sofisticazione, esportando in tutta Europa il vino “trattato” a Partinico. Alcune colture nell’ultimo ventennio si sono trasformate in fiorenti piantagioni di cannabis, al punto che la zona è conosciuta come la “Medellin d’Europa”. In questo contesto si è sviluppata una grande distilleria nata per iniziativa del boss Giuseppe Bertolino, e potenziata dalla figlia Antonina, che peraltro ha sempre sostenuto di essere estranea a qualsiasi associazione mafiosa. Sia come sia, suo cognato, il pentito Angelo Siino, ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, ha confessato di incontrarsi proprio all’interno dei locali della distilleria con Giovanni Brusca e altri boss onde discutere sulla spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. Oggi la distilleria trasforma in alcol buona parte del vino siciliano, acquistato a prezzi bassissimi, ed è responsabile, secondo gli ambientalisti locali, dell’inquinamento atmosferico e di quello marino del Golfo di Castellammare. A completare il quadro, un gruppo di Agrate Brianza, la Policentro Daunia, ha acquistato circa 250mila mq. di terreno, già destinato ad attività artigianali, con l’intenzione di costruirvi uno dei centri commerciali più grandi d’Europa.

Mafia. Politica. Policentro. Imprese. Con questi temi fa i conti giornalmente una piccola emittente locale, Telejato, che allarga la sua fascia d’ascolto su un territorio ad alta densità mafiosa, che va da Corleone a Cinisi, S.Giuseppe Jato, Montelepre, Castellammare, con un’utenza potenziale di 200mila ascoltatori. Telejato è una tv “comunitaria”, nata negli anni ’90, tra le pieghe della legge Craxi sulle emittenze private. E “comunitarie” sono in Italia circa 250 tv, in gran parte al servizio di istituzioni religiose e gestite dal volontariato. Hanno il limite di tre minuti di pubblicità per ogni ora di trasmissione e l’obbligo di trasmettere esclusivamente produzione propria.

Nei primi tempi Telejato è andata in onda occasionalmente e in modo discontinuo, fino a quando non ne ha assunto la gestione Pino Maniaci, originale personaggio con alle spalle un tormentato passato di imprenditore, appaltante, aspirante medico e protagonista di tutta una serie di attività che lo hanno anche portato in prigione per alcuni mesi. Con Telejato, Maniaci ha trovato finalmente la sua dimensione ed è riuscito, negli anni, a costruire un’emittente molto ascoltata. Il successo si basa sulla sua capacità di essere subito “sulla notizia”, di abbinare immagini e commenti giornalistici sugli aspetti fondamentali di un evento, integrando i servizi con interviste non tanto e non solo al personaggio-protagonista, ma anche alla gente comune. Una variegata galleria di persone che, esprimendosi spesso in dialetto, parlano dei loro disagi e raccontano di tradizioni, eventi e iniziative: studenti, insegnanti, politici smaliziati e altri ai limiti dell’analfabetismo, ma forti di notevoli consensi elettorali, lavoratori in agitazione, cittadini tartassati dalla burocrazia, poeti estemporanei, musicisti sconosciuti, gruppi religiosi... Il telegiornale così finisce per durare più di due ore, con approfondimenti e inchieste che sono radiografie del malessere sociale o atti di denuncia del sottobosco politico e spesso malavitoso nel quale maturano le scelte e i problemi della comunità. A far trottare la macchina dell’informazione è la famiglia di Pino al completo, la figlia Letizia in prima linea con la sua telecamera (vedi box, ndr), e un gruppo di professionisti volontari che ogni giorno completano il lavoro d’impostazione, registrazione, scarico dei filmati, assemblaggio, messa in onda, fin quando scatta l’ora X: alle 14,20 i riflettori si accendono e il tg parte.
È il frutto di un lavoro di gruppo nel quale ciascuno porta le sue competenze e anche i segni del passato. Chi scrive, ad esempio, quando collabora con Pino e il suo tg lo fa forte dell’esperienza di controinformazione vissuta con Peppino Impastato (ucciso nel 1978, ndr) a Radio Aut, anche se quella, va detto, fu tutta un’altra storia: la radio di Peppino era politicizzata, con una chiara impostazione ideologica, mentre Telejato dà spazio a tutti i partiti politici e a tutti i personaggi in cerca di visibilità. Nel tempo Telejato è diventata un avamposto dell’informazione, cui fanno riferimento i cronisti di altri giornali e della Rai. Molte televisioni, non solo europee, realizzano servizi su quello che è ritenuto un esempio unico d’informazione in terra di mafia. E gruppi di visitatori che praticano il cosiddetto “turismo responsabile”, accanto alla visita alla casa di Peppino Impastato a Cinisi, a Portella della Ginestra o a Corleone, nei terreni confiscati alla mafia, fanno anche tappa negli studi di Telejato. E scoprono la dimensione domestica di questa realtà: una decina di monitor, quattro vecchi computer, un paio di telecamere manuali e un’antenna traballante.

Non basta pagare bollette di luce e telefono, non basta pianificare le spese di gestione: per fare quello che Pino Maniaci fa giorno dopo giorno servono intraprendenza, sensibilità verso i problemi della povera gente, voglia di cambiare. E coraggio. Perché l’informazione, spesso aggressiva, di Telejato finisce col scatenare inimicizie e prese di posizione in coloro che si ritengono vittime delle denunce. La titolare della Distilleria, “donna Nina Bertolino”, per dire, ha inoltrato 200 denunce per diffamazione. E tuttavia, contro di lei Telejato è stata capace di portare a manifestare oltre 10mila persone. A ciò si sono aggiunte negli anni un’ottantina di querele da parte di politici e affaristi locali nel tentativo di bloccare, attraverso l’attività giudiziaria e, possibilmente, attraverso qualche cospicua condanna di risarcimento, l’informazione. Il numero delle denunce qualche risultato l’ha ottenuto: ad esempio, è servito ad allontanare i direttori responsabili del telegiornale, al punto che, tre anni fa, la direzione è stata assunta da Francesco Forgione, prima che diventasse Presidente della Commissione Antimafia, e successivamente da Riccardo Orioles, giornalista d’avanguardia che ha lavorato anche con Giuseppe Fava. E, finalmente, a Pino Maniaci è stata consegnata la tessera di cronista “ad honorem”, dall’ordine Nazionale dei Giornalisti, anche se lui dice che non gliene frega niente, perché per trasmettere dovrebbe bastare la garanzia dell’art. 21 della Costituzione, quello che stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione...”.

E poi ci sono le violenze, anche fisiche. Dopo una serie di precedenti avvertimenti, lettere minatorie, piccoli attentati alle macchine o al trasmettitore, boicottaggi, lettere anonime con allegata fedina penale, insulti e piccole attività terroristiche, Pino Maniaci è stato aggredito da due minorenni, uno dei quali identificato nella persona di Michele Vitale, figlio 16enne di Vito, oggi in carcere con i suoi fratelli, in regime di 41 bis. Maniaci è stato assalito dentro la sua macchina, malmenato a pugni e calci, mentre uno dei due cercava di strangolarlo tirandogli la cravatta. Certamente non sarà piaciuto il costante lavoro di denuncia condotto da Telejato assieme ai ragazzi di “Addio Pizzo” per arrivare, finalmente alla demolizione delle “stalle della vergogna”, costruite dai parenti dell’aggressore, sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno vedesse niente. Il meccanismo diffamatorio, tipico degli ambienti filo-mafiosi, è scattato anche nel caso dell’incidente. Maniaci, era la tesi, si sarebbe inventato tutto, anche il nome degli aggressori, uno dei quali, si diceva, era a casa con tanto di ingessatura post-incidente automobilistico. Peccato che, da informazioni raccolte dallo stesso Maniaci, l’ingessatura (di una frattura peraltro sospetta) pare fosse stata rimossa tre giorni prima.
Comunque nemmeno questo ha fermato Maniaci, che da tempo aveva rifiutato di muoversi sotto scorta: dandosi il cambio con la figlia Letizia, ha continuato, esibendo i segni della violenza, a leggere il suo telegiornale e non ha mai per un minuto pensato di arretrare di un centimetro su quanto fatto e detto. A incoraggiarlo, i numerosi attestati di solidarietà pervenuti da ogni parte d’Italia. Non è bastato. Alcuni mesi dopo, all’auto di Telejato, parcheggiata sotto la sede della redazione, è stato appiccato il fuoco. Pochi i danni, tanta la paura. Anche qua, però, è scattata la solidarietà: aderendo all’iniziativa “Siamo tutti Pino Maniaci”, numerosi giovani, ma anche politici e personaggi di spicco, si sono presentati nello studio dell’emittente a “leggere” il telegiornale. Persino il presidente del Senato Schifani è arrivato a Telejato a dare la sua solidarietà. Non è facile fare informazione libera in un territorio in cui, da una parte la cultura mafiosa, dall’altra gli interessi economici, sono ancora dilaganti, come dimostrano gli arresti dei Lo Piccolo, dei quali Telejato ha diffuso le prime immagini. Non solo. L’avvento del digitale causa grossi problemi di sopravvivenza: gran parte delle piccole emittenti spariranno, fagocitate dalle più grandi, mentre sono già praticamente scomparse le televisioni comunitarie. Si tratta di una rete di circa 500 emittenti che, sinora, hanno garantito l’informazione locale e la conoscenza dei vari aspetti del territorio in cui si opera. Telejato ha inviato al Presidente del Consiglio Monti un documento con 2000 firme, in cui si chiede che le grandi emittenti nazionali paghino, così come le piccole, la lunghezza d’onda su cui trasmettono e che venga riscritta una legge per il riordino delle emittenze, destinando uno spazio per le televisioni comunitarie. Perché non scenda l’oscurità.

 

foto: Scritte contro, Foto Antonio Zambardino

 

l'intervista alla figlia di Pino Maniaci, Letizia

FARE INFORMAZIONE SENZA PIEGARSI MAI
Di Paola Manzoni

Ogni giorno, con la sua telecamera, Letizia Maniaci, 27 anni, dà volto alle notizie raccolte da papà Pino e raccontate poi nel loro tg. Abbiamo chiacchierato insieme per capire come si fa informazione in un territorio che lei stessa definisce “ostico”.

Telejato è gestita da tuo padre dal 1999, quando tu avevi 14 anni: che cosa significa crescere in una realtà simile?
"Inizialmente, come qualunque adolescente immagino, sapere che mio padre gestiva una rete tv mi sembrò fantastico. Poi, lavorando in redazione e su strada con la telecamera, ti rendi conto di quanta fatica, sudore e pericolo ci sono dietro la notizia".

Che difficoltà riscontri ogni giorno nel fare il tuo lavoro?
"Il territorio di Partinico è notoriamente ostico. Per cultura e tradizioni la gente non si espone né parla pubblicamente con la stampa. Mio padre, con la sua schiettezza, ha però conquistato il cuore degli abitanti dello Jato, che lo rispettano e ci rispettano. Per cui le notizie ce le fanno arrivare comunque, magari per interposta persona o con lettera anonima. Non posso dimenticare il calore e la solidarietà dei cittadini e anche delle istituzioni locali e nazionali ogni volta che la nostra emittente ha ricevuto minacce o attentati".

Come si vive con la mafia? Come la si “respira”?
"La mafia non ha paura dei poliziotti né della tv. Teme però d’essere scoperta, sconfessata, denigrata. Ed è ciò che noi cerchiamo di fare ogni giorno: mostrare il suo volto umano, crudele e assolutamente terreno. Solo una tv libera e una libera informazione lo possono fare".

Sei anche tu sotto tutela come tuo padre?
"L’unico sotto tutela è mio padre. D’altronde è anche l’unico a essere stato quasi strozzato dal figlio di un boss nella piazza del paese. Ma la tutela, in fondo, è un’assicurazione – scaduta - verso qualcosa che può essere fermato solo con l’appoggio della società intera. Per questo, all’indomani degli attentati, si è creato il gruppo di solidarietà 'Siamo tutti Pino Maniaci', dove gente comune e personaggi pubblici hanno prestato il loro volto al tg per dire che Pino non si tocca".

Nel 2005 hai ricevuto il Premio Maria Grazia Cutuli...
"Vedere accostato il mio no-me a quello di giornalisti co-me Asne Seierstad o Giovan-na Botteri è stata un’esperienza irripetibile. Molti han-no detto che leggono nei miei occhi lo stesso spirito avventuriero e il coraggio di Maria Grazia: non c’è apprezzamento più immeritato per me, quanto lusinghiero".

Fare informazione in un territorio ad alta densità mafiosa per una donna è più difficile?
"Questa terra è ancora ricca di stereotipi e la donna vive senza dubbio una certa sofferenza. Ma non credo che la mafia c’entri qualcosa, piuttosto si tratta di un problema culturale e civico".

Nel 2009 hai scritto un libro per Rizzoli, “Mai chiudere gli occhi”. Ci regali uno stralcio che meglio ti rappresenta?
“Mai chiudere gli occhi. E camminare sempre con la schiena dritta. Questo mi ha insegnato a fare mio padre e questa è l’unica cosa che so e che voglio fare. Perché tenere aperti gli occhi e basta non serve, se cammini con la schiena piegata. Davanti ti devi guardare per vedere dove stai andando e poter fissare dritto in faccia la gente”.

Mafia e Stato, mafia e potere politico, mafia e potere economico: che cosa significano per te questi binomi?
"Le ultime indagini degli uomini della DIA di Caltanissetta hanno dimostrato come questi binomi sono quanto mai vivi e attuali. Spero in un futuro dove alla parola Stato non possa più essere accostata la parola mafia e dove, quando si parlerà di economia e politica, ci si riferirà a personaggi del calibro di Keynes o Socrate".

Hai 27 anni: cosa pensi dei giovani come te? Come vivono la mafia?
"I giovani sono giovani e non gli si può dare alcuna responsabilità. C’è chi vive la mafia con indifferenza, chi invece cerca di capire, conoscere e ricordare. I giovani vanno 'istradati', come io lo sono stata dai miei!

L’infiltrazione delle mafie al Nord è un fenomeno sempre più preoccupante e attuale. "Il Nord oggi, come il Sud ieri, rappresenta per le mafie nuovo spazio vitale. E non dimentichiamoci il centro Italia: nel Lazio già si parla di 'quinta mafia'.

Vent’anni fa venivano ammazzati i giudici Giovanni Falcone (il 23 maggio) e Paolo Borsellino (il 19 luglio). Ai tempi tu avevi solo 7 anni...
"Di quei giorni non ho ricordi, ma ogni volta che con la mia telecamera registro una vittoria dello Stato penso: non sono morti invano!".

A giugno Telejato potrebbe essere costretta a spegnere i riflettori. Tuo padre, parlandomene, mi ha detto: “Se succede, siamo fottuti!”.
"Non voglio nemmeno pensarci. Sono sicura che Telejato resisterà anche questa volta come ha resistito alle bombe, alle percosse e alle minacce".

 

Altre fonti:

L'intervista sul numero 24  di Casablanca

Siamo Tutti Telejato

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