A cura della neonata associazione Rita Atria si è svolto un importante incontro sulla mafia a Paderno Dugnano, nel milanese

L’11 aprile nel salone del circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano (MI)si è svolto un convegno sulla mafia con la partecipazione di ospiti importanti, che da tempo lottano da versanti differenti contro il fenomeno. La serata ha visto la partecipazione di un folto pubblico interessato (esponenti delle istituzioni e della politica locali, associazioni presenti sul territorio, semplici cittadini), nonostante il concomitante mercoledì calcistico in televisione.
La serata è stata introdotta e conclusa dall’attore e cantastorie antimafia Tano Avanzato, che ha recitato alcune poesie di Ignazio Buttitta, suscitando emozione e partecipazione del pubblico.
Gli ospiti: il magistrato dott. Giuliano Turone, la direttrice del Centro Saveria Antiochia-Omicron di Milano prof. Jole Garuti, l’organizzatore del convegno, prof. Enzo Santagada ,presidente dell'Associazione “Rita Atria”,hanno inquadrato la fenomenologia della mafia da angolature diverse, cercando di sfrondare il groviglio di retorica e la mitologia che da sempre alimentano la sua mistica. I relatori, si sono invece concentrati sui fatti cercando di andare al cuore del problema: ovvero quali condizioni favoriscano il suo radicamento e sviluppo e soprattutto come combatterla efficacemente fronteggiando la sua elusività, cercando di colpirla nei suoi lucrosi affari e nella sua diramazione perniciosa che diventa sempre più allarmante nel Nord Italia, un tempo ritenuto impermeabile all’attacco mafioso.
L’incontro è iniziato con la lettura di estesi stralci dal memoriale del figlio di Paolo Borsellino e di pagine di diario di Rita Atria, letti da tre giovanissime rappresentanti dell’associazione: Alessandra, Federica e Francesca, Elena ha letto un messaggio di saluti e di auguri inviato dall'Associazione “Rita Atria” di Milazzo (Me).
Il Presidente della commissione antimafia della provincia di Milano Massimo Turci ha sostenuto che un’efficace azione di contrasto alla mafia incomincia già dalla famiglia e dai rapporti che questa stabilisce col tessuto sociale di riferimento; il bambino assorbe i valori della società di cui la famiglia è la cinghia di trasmissione spesso inconsapevole, ma la società spesso rivela un atteggiamento ambiguo: da una parte propone e promuove alcuni valori positivi mentre spesso in sostanza tali valori vengono invischiati con compromessi, favoritismi, nepotismo e deleghe di ogni tipo, favorendo un brodo di cultura paramafioso e al tempo stesso inoculando nei cittadini il germe della passività. Quindi il rispetto delle regole, della legalità, la promozione di una partecipazione attiva alla cittadinanza sono i valori che imbrigliano l’illegalità impedendo il suo dilagare nella società. Il Consigliere ha presentato un settore ancora poco conosciuto del malaffare: la cinomafia, ovvero la capacità delle organizzazioni criminali di infiltrarsi nei vari comuni del milanese sfruttando il mercato dei cani randagi che vengono accalappiati e, grazie a connivenze nel tessuto comunale e amministrativo, vengono poi rilasciati nei comuni contigui, ove le stesse imprese ricatturano gli animali che vengono rilasciati ancora nei comuni vicini, e così via, intascando cospicui profitti.
Ricordare che per combattere la mafia serve la costanza, coerenza, onesta; la lotta parte dalle piccole cose, occorre perciò preparare i giovani a prendere coscienza dell’infiltrazione criminale mafiosa qui al Nord e al tempo stesso far sentire loro la vicinanza delle istituzioni, delle forze sane, economiche e culturali, che al di là della colorazione politica condividono alla base il rifiuto dell’illegalità, della violenza e prevaricazione.
La direttrice di SAO ha esordito con un’informazione che fa veramente impressione: sin dal 1997 Omicron, Osservatorio MIlanese sulla CRiminalità organizzata al Nord, (e prima il mensile Società Civile) denunciava la presenza mafiosa nell’Italia settentrionale, mentre altre agenzie e soprattutto i rappresentanti delle Istituzioni (sindaci e prefetti) ne negavano l'esistenza.
Ha quindi ricordato gli elementi essenziali della vita di Rita Atria, nata e cresciuta in un ambiente mafioso in cui i maschi devono vendicare le offese ricevute dalla famiglia, mentre alle donne si impone di tacere e obbedire ai padri, ai fratelli e ai mariti. La vicenda esistenziale di Rita è drammatica: a 11 anni le uccidono il padre, che lei stimava molto; il fratello Nicola, secondo l’educazione mafiosa ricevuta, cerca di vendicarlo ma viene ucciso anche lui. La moglie del fratello, Piera, non di famiglia mafiosa, inizia allora a collaborare con la magistratura e Rita prima la considera una infame, poi decide di seguirne l’esempio, di rompere il muro dell’omertà e di collaborare con le forze dell’ordine, rinnegando la subcultura mafiosa. Trova in Paolo Borsellino quasi un padre affettuoso, che la capisce, crede in lei e le fa coraggio. Le è chiaro che quel mondo intriso di violenza, e ossessionato dal denaro e dal potere, è un mondo che porta distruzione e morte.
Grazie ai suo diari molti mafiosi, tra affiliati e fiancheggiatori, vengono arrestati. Viene messa sotto protezione e mandata in una località segreta. E’ una ragazza rinnegata da tutta la famiglia, (la madre arriverà a distruggere al cimitero la lapide che porta il nome di Rita, in quanto ‘infame’), si ritrova sola e disperata, con il solo conforto della fiducia di Paolo Borsellino: ma, alla morte del giudice, Rita per la disperazione si suicida. Ha lasciato parole importanti per tutti noi:
“Prima di combattere la mafia devi farti un autoesame di coscienza e poi, dopo aver sconfittola mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel
giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo
sbagliato di comportarci.
(…) Forse un mondo onesto non ci sarà mai, ma se ognuno di noi prova a cambiare ce la faremo».
Per combattere la mafia occorre, come ha scritto Rita, cambiare i valori e la mentalità, ripristinando la democrazia, perché in fondo di questo si tratta. Dove le mafie controllano il territorio la democrazia è negata, i diritti sono scambiati con i favori e la corruzione dilaga, in un abbraccio tentacolare senza scampo.
Il magistrato Turone compie un excursus storico: le mafie hanno origini quasi arcaiche, molto più indietro nel tempo rispetto all’Ottocento, ritenuto da molti il tempo storico della sua genesi. Il Sud Italia nel carosello di dominazioni ante e post medievali, i dominatori, (arabi, bizantini, aragonesi, ecc) non potendo o non volendo controllare i territori che avevano conquistato, li affidavano a viceré che un capivano la fenomenologia culturale delle popolazioni; in questo quadro socio – culturale e storico, si sono fatti avanti personaggi indigeni dinamici e prepotenti, che offrivano la loro collaborazione per sedare rivolte, raddrizzare torti e amministrare la giustizia. In ambienti che allora erano culturalmente arretrati questi personaggi, organizzati in famiglie e cosche, presero il sopravvento col passare del tempo, in quanto si perpetuarono le condizioni storico – culturali di arretratezza e dominio, non ultima l’impossibilità di uno sviluppo capitalistico d’impresa socialmente rilevante. Ed ecco perché con lo sbarco in Sicilia degli Alleati nel ‘43 la mafia ebbe un ruolo importante nell’amministrazione del territorio, con sindaci mafiosi nominati direttamente dagli americani. La mafia la ritroviamo a Milano al principio degli anni ’70, quando il boss Luciano Liggio (poi morto in carcere) impiantò una cellula criminale che si occupava dei sequestri di persona. Lo stesso Turone ebbe in mano le carte processuali per un certo periodo. Il ritardo accumulato dalle istituzioni nella sottovalutazione del fenomeno si riscontra nel vulnus giuridico: fino al 1982 non esisteva il reato di associazione mafiosa; la Chiesa esce allo scoperto condannando la violenza mafiosa solo nel 1993, quando Giovanni Paolo II pronuncia un discorso di fuoco ad Agrigento contro i mafiosi.
Nel dibattito successivo si è parlato della situazione attuale dell’antimafia e quindi di Libera, l’associazione nata nel 1995 che ha ripreso e migliorato il progetto di legge di Pio La Torre, esponente del PCI assassinato dai boss. Pio La Torre sosteneva che per colpire i mafiosi occorre confiscare i beni da loro estorti alla società. La stessa intuizione l’ha avuta anche il Prefetto Dalla Chiesa. Libera ha sostenuto con una grandiosa raccolta di firme un progetto di legge per l’utilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi.
E’ stato poi ricordato che la Lombardia è la quinta regione per numero di beni confiscati ai mafiosi e la terza per numero di aziende. E pensare che c’è qualcuno che pensa ancora che i mafiosi qui non ci siano!
Bellissima serata!
Pasquale Muzzupappa
componente del direttivo dell' Associazione “Rita Atria “
di Paderno Dugnano (Mi)