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Maria Concetta Cacciola: Suicidata dalla famiglia

feb 9

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09/02/2012 17:55  RSS

La Cacciola suicidata dalla famiglia

di redazione stopndrangheta.it

Doppio colpo alle cosche di Rosarno. Con l'esecuzione di due distinti provvedimenti, sono finiti in cella i genitori di Maria Concetta Cacciola (il fratello è ricercato) con la grave accusa di maltrattamenti e violenza o minaccia per compiere un reato. E sono stati arrestati il nuovo presunto reggente della famiglia Giuseppe Pesce e diversi uomini ritenuti affiliati alla famiglia Pesce. Le due operazioni arrivano a conclusione delle indagini portate avanti dalla Dda di Reggio e dalla Procura di Palmi, e sono state condotte dal Ros, dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Reggio e dalla Compagnia di Gioia Tauro congiuntamente al Commissariato di PS dello stesso centro.

Gli arrestati.
Il provvedimento della Dda di Reggio Calabria dispone il fermo del nuovo reggente della cosca Pesce, Giuseppe (latitante dall'aprile 2010) e di dieci affiliati: Alviano Giuseppe, Berrica Giovanni Luca, D'amico, Danilo, Delmiro Biagio, Fortugno Domenico, Marafioti Saverio, Messina Rocco, Muzzupappa Francescantonio, Rao Giuseppe, Tocco Francesco Antonio. In pratica, grazie al sequestro di un "pizzino" scritto da Francesco "Testuni" Pesce (cl. 78) avvenuto in carrcere è stato possibile ricostruire l'organigramma operativo della cosca. Utili alle indagini anche le dichiarazioni della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola e quelle della pentita Giuseppina Pesce, oltre che ovviamente i riscontri operativi degli investigatori. Oggi nella sede del domando provinciale dei carabinieri hanno illustrato i risultati delle operazioni il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone, il procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo, l'aggiunto della Dda di Reggio Michele Prestipino, alla presenza del comandante dell'Arma Pasquale Angelosanto e dei vertici delle forze dell'ordine.

Il pizzino.
La sera del 9 agosto 2011 finisce dopo un anno e mezzo la latitanza di Ciccio "Testuni", trovato in un bunker costruito all'interno della Demolsud di Antonio Pronestì (arrestato per favoreggiamento aggravato). A due giorni dall'arresto, da giovane ma attento capo, Pesce cerca di dettare i nuovi ordini a suoi prima di finire al carcere duro: un biglietto con l'indicazione dei nuovi compiti operativi ai soggetti della famiglia, ben distribuiti fra i vari rami, e gli affari da tenere sotto controllo. Un pizzino che non riesce a superare le sbarre del penitenziario di Palmi perchè subito intercettato da un agente con la schiena dritta. 

Le direttive.
Sono quattro gli ordini che Pesce vuole dare ai suoi:  
1) "ROCCO MESSINA, PINO ROSPO, MUZZUPAPPA NINAREDO, FRANCO TOCCO, DANILO, PAOLO DANILO, FIORE PER MIO FRATELLO". Francesco Pesce sa di dover restare a lungo in cella e investe dunque il fratello Giuseppe, latitante,  unico maschio "libero" dei Pesce "Testuni", della reggenza ("FIORE PER MIO FRATELLO"), affiancandogli una 'ndrina di sei fidatissimi 'ndranghetisti (tutti accomunati da legami parentali o storica amicizia Ciccio "Testuni"), e cioè: Rocco Messina , Giuseppe Alviano "u Rospu", Francescantonio Muzzupappa, Francesco Antonio Tocco, Danilo D'Amico e Paolo Daniele.
2) Subito dopo, veniva disposto ("BIASE SOLDI POLACCA… ASS. FORTUG.") che un uomo ("BIASE") consegnasse ad una donna straniera ("POLACCA") del denaro; la mancata indicazione della cifra stava a significare che il riconoscimento economico era prestabilito e caratterizzato dalla continuità nel tempo. L'importo doveva essere stornato dagli assegni di una società riconducibile a Fortugno ("ASS. FORTUG."). I tre soggetti indicati venivano identificati in: Biagio Delmiro, Camelia Costin (non destinataria di misura restrittiva) e Domenico Fortugno.
3) La terza indicazione ("GEOMETRA LUCA SANTINO") riguardava l'affiliazione ("SANTINO") all'onorata società di un giovane contrasto onorato, identificato in: BERRICA Giovanni Luca Berrica.
4) "SAVERIO TUO COGNATO I 7 DI PEPPE RAO LI DA A ME VEDITELA TU PER QUESTO DIGLI QUESTE COSE". Una cospicua somma di denaro ("I 7"), normalmente introitata nella cassa della cosca tramite "PEPPE RAO", da quel momento, doveva essere destinata al suo nucleo familiare del boss ("LI DA A ME"). I soggetti chiamati in causa erano identificati in: Saverio Marafioti e Giuseppe Rao. Il giovane boss affidava il compito di notificare le disposizioni da lui scritte in carcere a un soggetto indicato come "SAVERIO TUO COGNATO", identificato con certezza in Saverio Marafioti, cognato di Antonio Pronestì.

Il bunker.
I carabineri hanno accertato che Marafioti, muratore affiliato ai Pesce,  si sarebbe occupato della costruzione e ristrutturazione di bunker, oltre a lavori nella casa di Francesco Pesce. Una circostanza confermata da intercettazioni telefoniche. Marafioti, al corrente del sequestro del pizzino - l'agente di custodia che lo ha effettuato ha subito immediate e pesanti minacce ad opera di Pesce e, nell'agosto del 2011, l'incendio della propria auto - commenta con tensione la situazione: "A quel cazzone gli hanno trovato un biglietto… mica mio cognato!... Arresteranno a tutti a Rosarno!...Associazione!!".
 
Il caso Cacciola.
Speculatori a parte, è stato subito chiaro che la morte di Maria Concetta Cacciola fosse da attribuire alle pressioni della famiglia, pressioni fortissime per estorcere una ritrattazione, tali da non lasciare vie d'uscita se non l'acido muriatico. Arrivano adesso le prime conferme con l'arresto dei genitori Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro, per i reati di maltrattamenti in famiglia  e di violenza o minaccia per costrigngere a commettere un reato, in concorso. E' ricercato il fratello Giuseppe.

I fatti.
Nel mese di maggio 2011, Maria Concetta Cacciola si presenta spontaneamente ai carabinieri di Rosarno, dichiarando di voler collaborare con la giustizia e di poter riferire circostanze utili su diversi fatti di sangue riconducibili alle cosche Cacciola e Bellocco. Il 25 maggio, la donna conferma la sua volontà rilasciando dichiarazioni ai magistrati della Dda, e nel luglio successivo entra nel programma di protezione. Dalle interecettazioni emergono sia la bontà delle dichiarazioni della testimone sia le fortissime pressioni dei parenti coi quali era rimasta clandestinamente in contatto.

Il suicidio.
Il 9 agosto.2011, la donna, pur consapevole che il rientro l'avrebbe esposta al rischio di essere uccisa, decide di tornare a Rosarno. Anche per rivedere i figli che, su sua decisione, erano rimasti in affidamento alla madre. In questo periodo maturano la lettera di ritrattazione e la registrazione, che sono state alla base di una vera e propria campagna di delegittimazione della magistratura. l 17 agosto Maria Concetta chiama i carabinieri e dice chiaramente di voler continuare a collaborare. Ritarda di qualche giorno la sua partenza. Un ritardo fatale: il 20 agosto la donna muore in ospedale a Polistena dopo aver ingerito dell'acido. Per la sua morte, i suoi più stretti familiari rischiano adesso una condanna fino a venti anni.

 

 Morte Maria Concetta Cacciola: scarica l'ordinanza del gip

 


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